mercoledì 8 maggio 2013
Il libro di Domenico Moro sul Club Bilderberg
La cupola del Big Business che vuol raddrizzare il mondo
Un «think thank» per il libero mercato composto da uomini d'impresa, finanzieri e esponenti politici
TAGLIO MEDIO - Donatello Santarone il manifesto 2013.09.17 - 11 CULTURA
Lo studio dell'economista Domenico Moro
(Club Bilderberg. Gli uomini che comandano il mondo, Aliberti, pp. 172,
euro 14) si sofferma sull'analisi di due organizzazioni transnazionali,
il Club Bilderberg e la Commisione Trilaterale, che raccolgono la crema
del capitalismo mondiale e orientano le politiche degli Stati nazionali e
degli organismi internazionali, quali la Commissione Europea, la Bce,
il Fmi, la Banca mondiale, il Wto. Il Club Bilderberg nasce nel 1954 in
Olanda e prende il nome dall'albergo in cui i suoi membri si riunirono
la prima volta. Risponde alla necessità, dopo la seconda guerra
mondiale, di espandere il modello del capitalismo Usa nel mondo e di
contrastare, oltre l'Urss, l'avanzata del socialismo nei paesi del Terzo
mondo e nelle stesse società industrialmente avanzate. I partecipanti
sono cooptati in virtù del loro potere e ricchezze, non rispondono ad
alcuna autorità pubblica o privata, sono accomunati dal credo del
mercato autoregolato, provengono in gran parte dagli Usa e dall'Europa
occidentale.
Moro analizza con dovizia di particolari le provenienze
nazionali dei partecipanti agli incontri annuali, le biografie, i
principali settori di impiego (banche, imprese, mass-media ecc.) e i
molteplici legami con i decisori politici, i padroni e gli
amministratori delegati di grandi corporation, i banchieri e i
finanzieri di mezzo mondo. Insieme ai big delle maggiori imprese e
finanziarie internazionali (Royal Dutch Shell, Bp, Pfizer, Alcoa,
Nestlé, Unilever, Coca-Cola, Nokia, Barclays, Rothschild, Goldman Sachs,
Zurich Insurance e molte altre), l'autore dedica ampio spazio alle
presenze italiane nel Club Bilderberg che ha visto nel corso degli anni
la partecipazione della famiglia Agnelli, di Franco Bernabè, Tommaso
Padoa-Schioppa, Mario Monti, Enrico Letta, Romano Prodi. La presenza di
quest'ultimo, commenta l'autore, è «significativa di quanto il
Bilderberg sia capace di mettere insieme figure conservatrici e
progressiste... L'elemento dominante è l'adesione alla prevalenza del
mercato autoregolato sull'intervento statale. Non a caso Prodi fu
l'artefice del progressivo smantellamento dell'Iri e della
privatizzazione delle banche e dell'industria di Stato, nonché di
provvedimenti di liberalizzazione in molti settori».
Molto
significativa è, inoltre, la presenza di rappresentanti del settore
della conoscenza (università, think-tank, centri di ricerca, società di
consulenza legale e commerciale) e del mondo della comunicazione
(proprietari di network e giornalisti). Si tratta, per dirla con
Gramsci, di un ramificato sistema egemonico che serve a sostenere sul
piano ideologico le politiche volte alla massimizzazione dei profitti
del capitale transnazionale.
A questa «internazionale capitalista»,
farà seguito nel 1973 la nascita della Commissione Trilaterale, su
iniziativa di Henry Kissinger. La Trilaterale nasce in un momento
storico, gli anni Settanta, caratterizzato da una forte crisi di
egemonia economica, culturale e politica del capitalismo occidentale,
incalzato dalle conquiste sociali e civili di operai e studenti,
dall'ascesa dei paesi del Terzo mondo di orientamento antimperialista,
dalla sconfitta americana in Vietnam. A differenza del Bilderberg, nota
Moro, la Trilaterale allarga la partecipazione dei suoi membri alla
Triade del capitalismo mondiale (Nord America, Europa occidentale,
Giappone) e diffonde pubblicamente i contenuti del dibattito interno.
Tra i temi più discussi ricordiamo quello su «La crisi della
democrazia», alla base dell'incontro annuale di Tokio del 1975, in cui
tre intellettuali «organici» all'organizzazione, Samuel P. Huntington,
Michel Crozier e Joji Watanuki, dichiarano che l'Occidente non può più
sopportare un'eccessiva domanda di partecipazione dal basso da parte dei
cittadini. Come scrive Huntington, «il funzionamento efficace di un
sistema democratico richiede, in genere, una certa dose di apatia e di
disimpegno da parte di certi individui e gruppi». Un'idea non nuova,
commenta Moro, che ne rintraccia la paternità in un politologo
americano, W. H. Morris, che nel 1954 scrisse un articolo intitolato
proprio Elogio dell'apatia, che naturalmente va riferito all'apatia
delle classi subalterne che meglio farebbero a contenere le loro
richieste, evitando un'alta partecipazione al voto, lotte troppo
radicali e, ovviamente, nefaste utopie rivoluzionarie.
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