Emil Cioran: Lettere al culmine della disperazione (1930-1934) a cura di Giovanni Rotiroti, Mimesis
Risvolto
Il presente volume costituisce un’antologia delle missive inviate da
Emil Cioran, nel periodo 1930-1934, agli amici romeni Bucur Ţincu, Petre
Comarnescu, Arşavir Acterian, Mircea Eliade, Nicolae Tatu. Ciò che
maggiormente colpisce in queste prime lettere è la soggettività del
giovane Cioran che si mostra e si ritrae misteriosamente nella lingua.
In queste lettere è infatti ancora possibile osservare il processo di
verità esposta sulla scena epistolare, e cogliere sul vivo l’attività
performativa della parola. Le missive di Cioran, redatte al tempo della
composizione e della pubblicazione del suo primo libro in Romania non
hanno solamente una valenza storica e documentaria, ma sono lettere
appassionate, aggressive oppure tenere, in cui il discorso privato e lo
scritto di circostanza si accompagnano a un percorso di elaborazione
filosofica e retorica, oltre che una ricerca di stile poetico. La posta
in gioco per il Cioran di quegli anni è quella di scrivere al culmine
della disperazione.
Così l'inquieto Emil Cioran cedette al fascino del Führer
L'autore
romeno si trasferì a Berlino nel 1933. In una lettera inedita descrive
il nazismo come il giusto antidoto alla "cialtroneria"
Emil Cioran
- il Giornale Mer, 08/05/2013
Pubblichiamo
per gentile concessione dell'editore Mimesis, una lettera di Emil
Cioran all'amico Petre Comarnescu datata 27 dicembre 1933.
Caro Titel, sono un individuo che sotto
l'influenza della sofferenza si è trasformato totalmente, anche se
questa trasformazione, forse, non è stata altro che l'approfondimento
illimitato di certi elementi che già esistevano. Questi elementi,
divenuti ipertrofici, sono sufficienti per determinare un tutt'altro
senso e prospettiva di vita. Credo con frenesia e fanatismo nelle virtù
dell'inquietudine e della sofferenza e soprattutto credo che queste, se
non mi hanno disperato o avvelenato, abbiano creato in me almeno una
coscienza del mio destino, una strana esaltazione per la mia missione.
Al culmine della più terribile disperazione, mi prende la gioia di avere
un destino, di vivere una vita con la morte e le sue successive
trasfigurazioni, di fare di ogni istante un bivio. E sono fiero che la
mia vita inizi con la morte, a differenza della vita della maggior parte
degli uomini che finisce con la morte. Io sento la morte nel passato e
il futuro lo vedo come una specie di illuminazione personale. Non ho
paura di morire, ma tutta la mia paura interpreta la morte come una
forza che proviene dalle scaturigini dell'esistenza. È impossibile
spiegare questa specie di paura. Del resto, in relazione a ciò che ho
vissuto e che ancora vivo, i momenti di paura sono quelli più difficili
da chiarire, poiché essi ti invadono troppo organicamente per avere una
distanza tra te e loro. Vorrei scrivere una volta un'analisi
dell'inquietudine dell'esistere o dell'esistenza che si sente come
inquietudine. La mescolanza di mistero, vibrazione e lucidità fa
dell'inquietudine un complesso molto strano. Quello che voglio dirti è
che a me queste cose non interessano solo come fenomeni psicologici, ma
soprattutto per il loro significato metafisico; perché esse rivelano non
solo aspetti della conoscenza ma la struttura stessa dell'esistenza. In
questo senso si può parlare di una tristezza dell'essere che oltrepassa
di gran lunga un'accezione puramente psicologica. Come puoi notare da
ciò, ho finito di saldare completamente i miei conti con la filosofia
ufficiale. E poi, qui a Berlino, ascolto troppa musica per poter leggere
i professori. Al contrario, leggo molta letteratura e libri di arte,
mentre di filosofia leggo quella più letteratureggiante.
***
Per
quanto riguarda il tuo progetto di sposarti, non posso che farti gli
auguri. Non lo faccio per questioni di circostanza, venendo meno a certi
miei principi, ma perché sono convinto che tu non sia uno di quelli che
il matrimonio potrebbe annullare o imborghesire. Ti sei sempre guardato
con timore dalle prospettive di una vita comoda, confortevole ed
equilibrata. E siccome vivi su molteplici piani e in una continua
fluidità psichica, non vedo in che modo il matrimonio potrebbe fissarti
in una rigidità sterile; ho seriamente molta paura invece per Noica,
perché solo la miseria, il rischio e la sofferenza potrebbero ancora
mantenerlo vivo.
Alcuni dei nostri amici crederanno che sono
diventato hitleriano per ragioni di opportunismo. La verità è che qui ci
sono certe realtà che mi piacciono e sono convinto che la cialtroneria
autoctona potrebbe essere arginata, se non distrutta, da un regime
dittatoriale. In Romania solo il terrore, la brutalità e un'inquietudine
infinita potrebbero far cambiare qualcosa. Tutti i romeni dovrebbero
essere arrestati e picchiati a sangue; solo così un popolo superficiale
potrebbe fare la storia. È terribile essere romeno: non guadagni la
fiducia affettiva di nessuna donna e gli uomini non ti prendono sul
serio; anzi se sei intelligente ti prendono per un imbroglione.
Ma che male ho fatto per dover lavare la vergogna di un popolo che non ha storia?
Le confessioni di un apolide in cerca di mutamenti radicaliIl libroMarco Iacona
- il Giornale Mer, 08/05/2013
Alla fine di ottobre 1933, Emil Cioran si
sposta in Germania. Ha appena finito di scrivere il suo primo libro, Al
culmine della disperazione, e ha vinto una borsa di studio presso la
prestigiosa Fondazione Humboldt. Si stabilirà prima a Berlino, dove
seguirà le lezioni di Nicolai Hartmann e di Ludwig Klages, iscrivendosi
anche a un corso di psichiatria. Quindi a Monaco, fino all'anno
successivo. Il 4 settembre 1933 anticipa il suo viaggio all'amico
Arsavir Acterian in una lettera adesso tradotta in italiano, con altre
ventidue scritte da Cioran in anni giovanili. Si intitola Lettere al
culmine della disperazione (1930-1934), ed esce oggi, il volume edito da
Mimesis curato da Giovanni Rotiroti, con traduzioni di Marisa Salzillo e
con una postfazione di Antonio Di Gennaro, che raccoglie queste lettere
spedite dal filosofo di Rãsinari a Bucur Tincu, Arsavir Acterian, Petre
Comarnescu, Mircea Eliade e Nicolae Tatu. A Berlino, Cioran deciderà di
seguire il buddhismo e tanta buona musica. Un rimedio contro il
nazionalsocialismo, dirà. Ma una medicina invero poco efficace, come si
evince da altre missive. Berlino è luogo tutt'altro che insignificante. E
in Germania come in Romania sarebbe auspicabile qualcosa di nuovo. Come
una dittatura. Scriverà a Eliade, è «difficile trovare uomini illustri:
tutti hanno un'ampia cultura, ma pochi oltrepassano la storia che è il
virus della cultura tedesca. Comunque sto bene a Berlino e mi entusiasma
il suo ordine politico»; e poi a Tatu: «Berlino è una città che ha
troppo stile, troppa storia, troppe tradizioni; la sua architettura
rigida e triste mi fa sentire veramente a disagio».
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