giovedì 2 maggio 2013
Per il 1 maggio Repubblica non sapeva proprio come riempire il giornale
L’originale missione dell’antropologo americano Andrew Irving
Gira per Manhattan e interroga i passanti: “Studio la vita degli altri”
Il cacciatore di pensieri svela i fantasmi della mente
di Massimo Vincenzi Repubblica 1.5.13
NEW
YORK Clarissa Dalloway, la protagonista dell’omonimo libro di Virginia
Woolf, passeggia per Bond Street a Londra e ricorda la sua dolce vita in
campagna, poi incontra un reduce della Prima Guerra Mondiale e si
rattrista. Di colpo cambia umore. La nostra testa funziona così: fluttua
da un’emozione all’altra, influenzata dai segnali esterni che si
mischiano con i ricordi e le esperienze che abbiamo appena vissuto. Una
porta solitamente chiusa, che ora un antropologo dell’Università di
Manche-ster, Andrew Irving, prova ad aprire con il suo esperimento. Una
ricerca che lo spinge a caccia di pensieri, ad accalappiare i fantasmi
della mente: «Il cervello ama il soliloquio, anche quando non ce ne
accorgiamo, anche quando stiamo in compagnia di altri, non smettiamo mai
di parlare a noi stessi. Ma di solito queste conversazioni restano
nascoste, come scritte con l’inchiostro invisibile: io ho provato a
scovarle».
L’esperimento va in scena a Manhattan e ha un titolo che
evoca il film girato qualche anno fa da Woody Allen, Francis Ford
Coppola e Martin Scorsese: New York Stories, con la postilla “la vita
degli altri cittadini”. Irving gira per la città, va nei caffè, si ferma
sulle panchine dei parchi, scende nella metropolitana, insegue il
brusio «delle mille voci sommerse», che lui vuole decifrare. Quando vede
un soggetto che gli interessa lo ferma e gli chiede: «Scusi, lo so che è
una richiesta insolita ma mi potrebbe dire a cosa stava pensando prima
che io la disturbassi?». Qualcuno lo prende per un folle e lo scansa
infastidito, ma in molti «più di quanti potessi immaginare», oltre un
centinaio durante un anno di lavoro, si fermano. E accettano pure di
mettersi una cuffia collegata ad un registratore e di parlare mentre
tornano a fare quello che stavano facendo. Irving li riprende da lontano
con una videocamera. Lui non può sentire quello che dicono.
Spesso
non si vede nemmeno la loro faccia, sono presi di spalle o viene
inquadrata solo una parte del loro corpo. L’effetto è allo stesso tempo
naturale e oggettivo, dopo un po’, inevitabilmente, le persone si
dimenticano di essere cavie: «Da sempre, la scienza tenta di entrare
nelle nostre teste: c’è l’analisi con le sue sedute, sono stati studiati
i diari e gli appunti che la gente lascia, ma il mio esperimento vuole
essere più diretto, il più vero possibile». Una peripatetica
trascrizione del flusso di coscienza, come la definisce il sito Salon.
C’è
Meredith, che cammina lungo Prince Street, una delle vie più alla moda
Downtown: cerca un negozio di cd, va veloce. Poi qualcosa le ricorda
Joan, un’amica che le ha appena rivelato «in maniera brutale di avere un
tumore». Ci sono poche possibilità che la donna riesca a vincere la
ma-lattia, Meredith prova a trattenere le lacrime, poi non ci riesce: «È
incredibile pensare che non ci sarà più». Singhiozza. Come è successo
mille volte anche a noi, quando ci sorprende per strada un pensiero
doloroso «suggerito da un gesto di una persona che incontriamo, da un
suono, da una voce». E poi, come è successo mille volte anche a noi,
Meredith si distrae guardando un bar pieno di gente e torna a cercare il
negozio che non trova. È la signora Dalloway di Virginia Woolf. Siamo
noi: «Non ci sono censure o tagli, mi interessa tutto quello che le
persone dicono/pensano: da dove si trova un buon posto dove mangiare al
senso della vita».
Nei video infatti c’è anche chi, come Thomas,
passeggia sul Manhattan Bridge e si lancia in un’analisi socioeconomica,
con tanto di digressioni sulla migrazione dei lavoratori di colore dal
Sud agricolo al Nord Industriale. Poi, qualcosa lo blocca: l’immagine di
suo padre e sua madre ai tempi della Grande Depressione. Il tono della
voce cambia, non sta più parlando al microfono ma a se stesso. C’è un
altro ragazzo che esce dalla casa del fidanzato, gira attorno
all’isolato, più va avanti più si arrabbia, pensa alle scelte importanti
della vita che ha sbagliato e ripete a raffica: «O lo accetti o te ne
vai, o lo accetti o te ne vai».
Tutti in fila su questo lettino dello
psicanalista grande come una metropoli: «Noi passiamo da uno stato
d’animo all’altro anche quando non mandiamo segnali esterni: siamo
felici o tristi anche senza risate e lacrime. Io ho voluto scandagliare
tutto questo, fotografare le fantasie più segrete». Sino a quando
incontrerà qualcuno che, con una vecchia citazione, dirà no alla moderna
radiografia dell’anima: «Vuoi sapere tutta la verità? Beh, proprio
tutta no».
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