giovedì 2 maggio 2013
Responsabilità
Quando la democrazia ha bisogno di un padre
Da Freud a Recalcati passando per Kelsen. Una serie di saggi fra politologia e psicanalisi
Sulla figura paterna ide
ntificata nel leader è ora riedito Psicologia delle masse e analisi dell’io (Einaudi)
di Roberto Esposito Repubblica 1.5.13
Nulla
come questa fase convulsa della vita politica italiana sembra attestare
la necessità, simbolica e istituzionale, del Padre. Non per caso
Eugenio Scalfari, in occasione della elezione del Presidente della
Repubblica, ha potuto ripubblicare su queste pagine lo stralcio di un
editoriale scritto quindici anni prima. In esso era richiamata
l’esigenza, per una comunità nazionale, di riconoscersi in un’autorità
al di sopra delle parti, capace di rappresentare l’interesse comune come
solo un padre simbolico può fare. In assenza del quale si corre il
rischio che l’insieme dei cittadini regredisca al livello primitivo di
un branco mosso soltanto da spinte acquisitive non riconducibili ad un
progetto condiviso. È difficile non ritrovarsi in tali parole, che oggi,
alla luce di quanto successo, acquistano, oltre la forza della ragione,
l’evidenza dei fatti.
Eppure si può dire che la questione sia
definitivamente risolta? Che non esistano alternative possibili al
regime paterno? A queste domande rispondeva, nel 1919, Paul Federn, in
un testo, intitolato appunto La società senza padre, tradotto, con una
pregevole introduzione di Luisella Brusa, da Artstudiopaparo. Federn era
allievo di Freud, ma capace di allontanarsi da lui su un tema decisivo
non solo sul piano analitico, ma anche sociopolitico. Alla fine della
prima guerra mondiale, l’Europa è battuta dal vento della rivoluzione.
In tale situazione, Federn immagina un passaggio epocale da una società
sottoposta all’autorità verticale del padre a un’altra organizzata
orizzontalmente nella relazione tra fratelli. Anche i fratelli sono
stati figli. Ma possono essere governati, più che dal dominio paterno,
da una sorta di diritto materno, meno repressivo e più aperto al
mutamento. L’elemento dirompente dell’analisi di Federn sta nel fatto
che, pur al cospetto della rivoluzione sovietica, egli individua una
potenziale società dei fratelli in quella repubblica americana costruita
da una massa di emigranti giunti «oltre oceano senza padre, con la
speranza che la libertà, la cui statua li accoglie e saluta nel porto,
li possa trasformare in fratelli con uguali diritti».
Già qui è
possibile misurare sintonie e distonie con l’impostazione di Freud, come
si va configurando nel suo testo, pubblicato a due anni di distanza,
Psicologia delle masse e analisi dell’io (adesso riedito da Einaudi, a
cura di Davide Tarizzo). Certo, anche Freud auspica una eliminazione del
senso di colpa che accompagna la subordinazione al padre. Per non dire
di quella coazione alla servitù volontaria, già rilevata da Étienne de
la Boétie, su cui si veda adesso Il fascino dell’obbedienza. Servitù
volontaria e società depressa di Fabio Ciaramelli e Ugo Olivieri
(Mimesis). Ma, ecco la differenza, per Freud la liberazione dal padre
tiranno non può che passare per la sua immagine, che non è possibile
cancellare. Gli stessi fratelli che, in Totem e tabu, lo uccidono e ne
mangiano le carni. Una società che volesse disfarsi del Padre, o del
totem che ne prende il posto, non potrebbe resistere al conflitto che si
genera tra fratelli. Non è appunto questo che ci dicono i miti di Caino
e Abele e di Romolo e Remo, insieme a tutte le guerre fratricide che
hanno insanguinato la storia? È inutile illudersi — del padre non si può
fare a meno. Ma come va intesa la sua figura? E che forma essa può
assumere nelle moderne democrazie? Una risposta radicale viene da uno
dei più grandi giuristi novecenteschi, Hans Kelsen, chiamato a redigere
la Costituzione austriaca del 1920 e anch’egli membro della Società
psicoanalitica di Vienna. Appunto in quella sede, nel 1921, egli tenne
una conferenze su La nozione di Stato e la psicologia sociale.
Con
particolare riguardo alla teoria delle masse di Freud, seguita, l’anno
successivo, dalla pubblicazione di un saggio dal titolo Dio e Stato.
Al
contrario di Carl Schmitt — che finirà per scambiare il Custode della
Costituzione con il capo del nazismo — anch’egli identifica nella
democrazia una “società di fratelli”, in cui il comando personale del
padre si scioglie nell’impersonalità della legge. L’immagine di Dio,
dell’Imperatore, e anche di un Presidente- monarca deve essere
sostituita da un insieme di norme, sempre rinnovabili, espressive del
patto di fratellanza.
Si tratta di un tema decisivo, questo della
fonte del potere, che non è possibile affidare alla sola competenza dei
politologi, perché investe aspetti psicologici e simbolici cui essi
spesso non hanno accesso. Che ne è del padre nella stagione della sua
“evaporazione”, come si espresse Jacques Lacan? In più di un saggio di
rara intensità, l’ultimo dei quale è Il complesso di Telemaco. Genitori e
figli dopo il tramonto del padre (Feltrinelli), Massimo Recalcati
avanza una tesi di estremo interesse: il padre di cui abbiamo bisogno è
un padre assente, la cui funzione non è quella del comando, ma della
testimonianza di ciò che non sta nella nostra disponibilità, del limite
che taglia come un’alterità ineludibile la nostra esperienza. Ma il
problema che resta aperto è appunto questo: è possibile tradurre il puro
nome del padre assente in una forma istituzionale che ne trasformi
l’autorità in potere effettivo? E che ne sarebbe, in questo caso, di
quella società dei fratelli che il pensiero democratico, nonostante le
tante smentite storiche, non può esimersi dal pensare? È possibile,
insomma, sfuggire alla macchina della teologia politica che da duemila
anni ci tiene prigionieri?
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