martedì 7 maggio 2013
Quello che rimane della rivoluzione di Massimo Cacciari
Il nuovo deve sempre legittimarsi come “conversione”. Una riflessione filosofica e politica Il guardiano dell’ordine che si nasconde in ogni sovversivo
di Massimo Cacciari Repubblica 7.5.13
Rammentare ancora che nel termine «rivoluzione», come in quelli di
«rinascita» o di «riforma», suona l’idea di una restauratio magna di un
passato, che si immagina poter costituire la solida terra su cui
procedere, sembra ormai vano esercizio erudito. La novitas, il desiderio
di res novae e verba nova, al di là di ogni «ripetizione», pervade
tutta la nostra cultura. Infuturarsi appare l’imperativo. Pueri
aeternianelano tutti a essere. Rivoluzione da tempo suona ormai soltanto
come sinonimo di innovazione. Eppure, le cose non stanno così
semplicemente. La paura si mescola al desiderio. La ricerca e il dubbio
intorno al fondamento del «nuovo» si fanno sempre più assillanti,
proprio in rapporto con la irresistibile affermazione della sua idea.
Allorché il «nuovo» deve «giustificarsi» non può che «ri-convertirsi » a
qualche passato, se non altro per spiegare da che cosa intende
«secedere». I plebei romani, nelle loro secessiones, sapevano bene chi
fossero i «padri» (i patrizi). Quale figlio, oggi, smanioso di «innovare
», conosce i propri padri? Quale pretendente parricida partecipa, oggi,
così intimamente come Bruto alla vita del suo Cesare? Ma il padre
sopravvive sempre se non lo uccidi in te…Nessuno conosceva storia e
ragioni del suo nemico meglio di un Marx o di un Lenin. Il semplice
rottamatore finisce invariabilmente sepolto sotto le macerie che la
storia, o la fortuna, per conto suo produce.
Perciò gli autentici rivoluzionari hanno spesso teso a far maturare il
nuovo regime dall’interno delle forme politiche tradizionali. La loro
arte è stata in qualche modo maieutica. Il «nuovo» si esprime, allora,
come il trapassare del vecchio, non l’affermazione di una prepotente
violenza, ma il prodotto dello stesso passato. Il «nuovo» si
«giustifica» in quanto nuova dimora in cui le forme dei padri possono
finalmente trovare pace. Così i novatores «riformisti» cercano di
superare la paura che inevitabilmente suscitano: presentandosi come
coloro che parlano e operano sulla base dell’autentico senso del
passato. Si possono dare varianti «messianiche» di questa posizione:
allora il rivoluzionario non è soltanto chi segna il «trapasso» d’epoca,
ma colui che intende riscattare-redimere vittime e ingiustizie della
storia o preistoria trascorsa. Egli si sente responsabile nei loro
confronti; esse sono per lui presenze vive che è necessario ascoltare e
«salvare». In ogni caso, risulta decisivo il rapporto col «tempo di
ieri». Dove questa relazione non sia più riconosciuta come essenziale,
«rivoluzione» finirà con l’indicare il «naturale» salto tecnologico-
organizzativo all’interno dell’ininterrotto progredire del
sempre-uguale. Rivoluzione diviene progresso. E le due idee tramontano
insieme. Naturalmente, il quadro è del tutto diverso se riteniamo che le
res novae non siano che metamorfosi di «archetipi» necessari ed eterni,
oppure, all’opposto, che l’occasione dia davvero la possibilità alla
virtù di inventare situazioni e ordini mai sperimentati. La cultura
moderna sembra insistere su quest’ultima prospettiva. Ma Machiavelli
docet: gli innovatori, i fondatori di «principati nuovi» debbono
conoscere bene gli antichi exempla, debbono ben sapere che gli uomini
camminano «quasi sempre per le vie battute da altri», che «tutte le cose
che sono state» possono ancora essere. Non si dà una pura inventio
novitatis.
Il nuovo si costruisce con i mattoni della storia — ma trasformandoli e
costringendoli in forme mai prima costruite. Né eterno ritorno, né
inarrestabile flusso di disordinati mutamenti. Il passato, come gli
astri, inclina, non determina.
Ma ogni concepibile innovazione non presuppone forse un «ritorno»?
Qualsiasi «salto» è possibile soltanto se un’energia che attingiamo in
noi stessi lo fa apparire necessario. Senza una «voce» che costringe a
sciogliere le cime e avventurarsi in mare aperto, mai potremmo vincere
la paura del «nuovo», la violenza conservatrice della consuetudo.
Qui l’idea moderna di rivoluzione manifesta la sua origine teologica.
Rivoluzione per eccellenza è la conversio, il ritorno a sé, il faccia a
faccia col proprio vero volto, fino a provarne con angoscia tutta la
miseria. Da questo tremendo spettacolo l’anima trae la forza per mutarsi
tutta. La conversione a sé crea le condizioni imprescindibili per
mutare mente e cuore e voler mutare il mondo a nostra immagine. La
secolarizzazione di tale idea comporta l’abbandono o l’oblio del fatto
che conversio era concepibile solo come gratia, che mai l’uomo da sé
avrebbe potuto pervenire alla forza necessaria per mutarsi così
radicalmente. Il desiderio di res novae, ha spezzato l’«ordine» che lo
collegava a conversio.
D’altra parte, questa «deriva» si annuncia fin dal passaggio dalla
narrazione della conversione per antonomasia, quella di Paolo, alla
«confessione» della propria da parte di Agostino. Un raptus per Paolo;
il Signore non si «insinua» nell’anima, ma vi irrompe all’improvviso, la
sconvolge insieme al corpo stesso con inaudita violenza. In Agostino,
invece, la conversio avanza a fatica, tra esitazioni, dubbi,
sospensioni. È la storia di una vera metanoia, e cioè di un mutamento
che interessa essenzialmente il nous, la mente; certo, è il Signore che
chiama e che vince, ma l’eletto risponde perché riesce a convincersi
della verità che gli si manifesta. Tale decisione cattura in sé
l’esserci umano nella sua integrità, ma il timbro dominante è quello
intellettuale-noetico — timbro del tutto estraneo nel racconto
evangelico su Paolo. La idea moderna di rivoluzione lo secolarizza,
facendo della decisione il prodotto di una volontà mossa dall’energia
del solo intelletto. Rimane forse l’angoscia di fronte alle condizioni
del saeculum; ma non si tratta dell’angoscia che mette di fronte a noi
stessi, che ci fa sentire responsabili in tutti i sensi e che costringe a
cambiar vita. L’innovatore di oggi non prova alcun bisogno di
conversione; egli, anzi, è l’innocente, che si erge a modello
dell’«ordine nuovo», figura futuri. L’agostiniano abisso del Sé si è
forse richiuso per sempre sotto la folle idea di un’indefinita
«rivoluzione permanente».
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
Nessun commento:
Posta un commento