mercoledì 30 ottobre 2013

Sono tutti laici, tranne quando si tocca il capitale


Copertina 24718
E' facile dirsi laici nei confronti delle religioni storiche. Molto meno lo è nei confronti dell'unica vera religione oggi esistente [SGA].

Salvatore Veca: Un’idea di laicità, Il Mulino, pp. 98, e 10

Risvolto
Fra i molti effetti che ha prodotto, la globalizzazione ha moltiplicato e intensificato le domande sociali di identità rivolte al sistema politico democratico. Da più parti all’autorità politica si chiedono oggi comunità morali omogenee, immuni dalla diversità e dal pluralismo degli stili di vita. Questo ha finito con il mettere sotto pressione il carattere laico o neutrale delle istituzioni e delle norme pubbliche. Contro questo stato di cose prende posizione Salvatore Veca, che pronuncia una difesa lucida e appassionata della laicità come prima virtù delle istituzioni e delle scelte pubbliche.


Alessandro Zaccuri Avvenire 31 ottobre 2013

Veca: cercare la giustizia oltre i confini dello Stato
«La laicità è inscindibile dalla democrazia»
di Antonio Carioti Corriere 30.10.13

Per descrivere la situazione attuale del mondo, Salvatore Veca cita il pensatore viennese Otto Neurath: «Diceva che siamo come marinai che navigano su un’imbarcazione malandata e sono costretti a ripararla pezzo per pezzo in mare, durante il tragitto, senza mai potersi rifugiare in un cantiere ospitale per rimetterla a nuovo». Il fatto è, prosegue il filosofo, che si è acuita la condizione da lui indagata in uno dei suoi libri più importanti, Dell’incertezza , edito nel 1997 da Feltrinelli. 
«L’uomo — osserva Veca — ha sempre dovuto fronteggiare fattori imponderabili. Ma oggi il portafoglio dei rischi è aumentato a dismisura: pensiamo agli attacchi della speculazione finanziaria, ai mutamenti climatici, agli effetti rivoluzionari delle scoperte scientifiche e delle applicazioni tecnologiche. Tradizionalmente la politica e il diritto hanno funzionato come riduttori dell’incertezza, hanno reso più prevedibili le relazioni tra le persone, in modo da favorire la cooperazione sociale. È la grande lezione di Thomas Hobbes, per cui gli uomini si sottomettono al sovrano per essere liberati dalla paura. Ma oggi questa capacità della politica vacilla: abbiamo tutti l’impressione di essere a bordo di un ottovolante fuori controllo». 
Ne risente anche la separazione tra le istituzioni statali e quelle religiose, un principio di cui Veca prende le difese nel libro Un’idea di laicità, in uscita domani (Il Mulino, pp. 98, e 10). «Crescono i tipi di diversità con cui bisogna misurarsi. Si pensi al pluralismo delle fedi determinato dalle migrazioni, alle prospettive inedite aperte dalla scienza in campo bioetico, alle richieste di riconoscimento dei legami omosessuali. Così l’incertezza investe abitudini, condotte, valori un tempo indiscutibili. Ma la soluzione è imparare a convivere nella diversità, senza pretendere di imporre agli altri la nostra idea di vita buona. Perciò il legislatore non deve corroborare una visione etica o religiosa particolare, ma trattare in modo equo l’ampia gamma di credenze oggi esistente, in base a un criterio di pari dignità. È un equilibrio sempre instabile, difficile da definire, ma la democrazia si fonda sulla persistenza delle differenze, non può averne paura e mirare a ridurle. Per questo è inscindibile dalla laicità». 
Che dire allora del dissidio fra chi apprezza il ruolo delle religioni nello spazio pubblico, come Jürgen Habermas, e chi invece identifica la democrazia con l’ateismo, come Paolo Flores d’Arcais? «Se per spazio pubblico s’intende l’agorà, un contesto sociale dove si parteggia, si cerca di convertire gli altri, si misurano proposte alternative, Habermas ha ragione. Qui le fedi hanno piena cittadinanza: ciascuno deve essere preso sul serio e non si deve chiedere a nessuno di revocare le proprie lealtà. La libertà democratica del resto nasce quando, dopo la tragedia delle guerre di religione, a ciascuno viene riconosciuto il diritto di adorare Dio come preferisce. Ma ciò comporta appunto la laicità dello Stato, il divieto di usare il potere coercitivo per favorire un singolo credo». 
Veca compie domani settant’anni e conclude la carriera universitaria. Ma i temi della sua ricerca sono più che mai attuali: «Ho sempre assegnato un rilievo cruciale al rapporto tra l’autorità politica e i poteri sociali, da quello economico a quello mediatico. E qui tutto è cambiato. Mentre nel Novecento c’era un negoziato permanente tra i diversi poteri nell’ambito degli Stati nazionali, ora la finanza, grazie alla sua dimensione globale, sembra aver preso in mano il bastone del comando. Le possibilità di scelta della politica si restringono, così come la sua capacità di rappresentare i bisogni degli elettori, mentre a dettare l’agenda pubblica sono palazzi opachi, che non rispondono alle popolazioni su cui ricadono gli effetti delle loro decisioni». 
Tutto ciò ha un impatto enorme sugli studi cui si è dedicato Veca: «Dalla metà degli anni Settanta ho lavorato per portare in Italia le teorie della giustizia sociale, a partire dalla lezione del filosofo americano John Rawls. All’epoca il concetto di equità si riferiva al paesaggio dello Stato nazione. Ma oggi quel perimetro è saltato, perché tutto si misura su scala globale, fuorché i diritti. Ne deriva un autentico rompicapo: come approssimarsi a un’idea di giustizia che vada oltre le frontiere degli Stati. Un compito che presenta immense difficoltà, come dimostra la crisi dell’Unione europea, ma rimane ineludibile». 

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