lunedì 20 gennaio 2014
Newton mago, teologo e alchimista
E sostenitore del suprematismo ebraico, secondo questo libro che nasce dalla cattedra "Doris and Henry Dreyfuss "... [SGA].
Risvolto
Isaac Newton's Chronology of Ancient Kingdoms Amended,
published in 1728, one year after the great man's death, unleashed a
storm of controversy. And for good reason. The book presents a
drastically revised timeline for ancient civilizations, contracting
Greek history by five hundred years and Egypt's by a millennium. Newton and the Origin of Civilization
tells the story of how one of the most celebrated figures in the
history of mathematics, optics, and mechanics came to apply his unique
ways of thinking to problems of history, theology, and mythology, and of
how his radical ideas produced an uproar that reverberated in Europe's
learned circles throughout the eighteenth century and beyond.
Jed
Buchwald and Mordechai Feingold reveal the manner in which Newton
strove for nearly half a century to rectify universal history by reading
ancient texts through the lens of astronomy, and to create a tight
theoretical system for interpreting the evolution of civilization on the
basis of population dynamics. It was during Newton's earliest years at
Cambridge that he developed the core of his singular method for
generating and working with trustworthy knowledge, which he applied to
his study of the past with the same rigor he brought to his work in
physics and mathematics. Drawing extensively on Newton's unpublished
papers and a host of other primary sources, Buchwald and Feingold
reconcile Isaac Newton the rational scientist with Newton the natural
philosopher, alchemist, theologian, and chronologist of ancient history.
Jed Z. Buchwald is the Doris and Henry Dreyfuss Professor of History at the California Institute of Technology. His books include The
Zodiac of Paris: How an Improbable Controversy over an Ancient Egyptian
Artifact Provoked a Modern Debate between Religion and Science (Princeton). Mordechai Feingold is professor of history at the California Institute of Technology. He is the author of The Newtonian Moment: Isaac Newton and the Making of Modern Culture.
La sapienza antica di Newton
Con
il medesimo rigore con cui scoprì la gravitazione universale e il
calcolo infinitesimale si applicò alla teologia e alla «prisca
sapientia» Voleva dimostrare che la civiltà ebraica è più antica di quella egizia
di Franco Giudice Il Sole 24 Ore Domenica 19.1.14
A
un osservatore sagace come Voltaire non era di certo sfuggita
l'ostentata devozione con cui gli inglesi avevano dato l'ultimo saluto a
Isaac Newton, «la gloria della nazione britannica», come lo definì una
gazzetta nell'annunciarne la morte il 20 marzo 1727. Nell'abbazia di
Westminster, dove otto giorni dopo furono celebrati i funerali, il
philosophe vide sfilare davanti ai suoi occhi il Lord Cancelliere, due
duchi e tre conti che reggevano il feretro, con al seguito un lungo
corteo che, oltre ai familiari, comprendeva numerose personalità di alto
rango. Un funerale di stato in piena regola, che si concluse con la
sepoltura di Newton in «una posizione eminente» della navata centrale,
alla stregua «di un re che avesse fatto del bene ai suoi sudditi», come
con un po' di sarcasmo annotò Voltaire.
Ovviamente, quei funerali
così solenni rendevano omaggio all'uomo pubblico che nella sua carriera
aveva ricoperto cariche prestigiose, al Newton cioè consigliere di
fiducia del governo, direttore della Zecca, presidente della Royal
Society e insignito del titolo di cavaliere dalla regina d'Inghilterra.
Ma a essere celebrato era soprattutto il Newton scienziato, l'autore di
capolavori come i Philosophiae naturalis principia mathematica (1687) e
l'Opticks (1704), destinati a segnare per sempre la storia della
scienza.
Nessuno o quasi sapeva che l'uomo seppellito con tutti gli
onori a Westminster sul letto di morte avesse rifiutato i sacramenti
della Chiesa anglicana, di cui deplorava il trinitarismo, che giudicava
una forma di idolatria. Ed erano davvero in pochissimi a sospettare che
Newton avesse dedicato un tempo incomparabilmente maggiore all'esegesi
biblica, all'alchimia e alla cronologia universale che non a tutte le
altre discipline da noi oggi considerate, in senso proprio,
scientifiche. Ma nel 1728, la pubblicazione postuma della sua Chronology
of Ancient Kingdoms Amended (La cronologia degli antichi regni
emendata) avrebbe fornito ai contemporanei un primo saggio di questi
interessi, e scatenato subito un grande dibattito. Attraverso un
estenuante sfoggio di fonti antiche, non privo di ardite speculazioni
filologiche, Newton presentava infatti una drastica revisione della
cronologia tradizionale, contraendo la storia greca di cinquecento anni e
quella egizia di un millennio. Sulle vere ragioni però che lo avevano
spinto a una simile impresa il silenzio era pressoché assoluto. Ed è
proprio su di esse che getta nuova luce il magistrale lavoro di Jed
Buchwald e Mordechai Feingold, che ricostruisce il coinvolgimento di
Newton nello studio della cronologia.
Newton iniziò a occuparsi di
cronologia intorno al 1700, al culmine di approfondite indagini storiche
che lo vedevano ormai impegnato da parecchio tempo. Aveva passato al
setaccio una quantità enorme di fonti classiche, tra cui Erodoto,
Clemente di Alessandria, Diodoro Siculo, Eusebio di Cesarea, insieme ad
altri Padri della Chiesa e alle Sacre Scritture. Ma non si trattava di
erudizione fine a se stessa. Quelle letture, come mostrano Buchwald e
Feingold, scaturivano da esigenze teologiche ben precise: ripristinare
nientemeno l'originaria e vera religione, per capire come e perché si
fosse corrotta. E in questo contesto risultava fondamentale spiegare le
discrepanze tra la cronologia degli storici pagani e quella dell'Antico
Testamento, l'unica che Newton considerasse attendibile.
Dopo lunghi
anni di ricerche bibliche, Newton si era convinto che l'originaria
religione monoteistica, quella cioè che Dio aveva insegnato ad Adamo ed
Eva, fosse stata ripetutamente corrotta in una forma di adorazione di
falsi déi. Restaurato da Noè, l'autentico culto di Dio fu di nuovo
ristabilito da Mosè e poi da Gesù, cadendo però, a causa del
trinitarismo introdotto dalla Chiesa cattolica, ancora una volta
nell'idolatria. Newton credeva inoltre che le verità ricevute dagli
ebrei non riguardassero soltanto il culto originario di Dio, ma anche
l'universo che Egli aveva creato. A Noè e alla sua progenie Dio aveva
infatti rivelato che la struttura del mondo è eliocentrica; una sapienza
antica che si era smarrita con il sorgere di false religioni, a tutto
vantaggio dell'erronea cosmologia geocentrica.
Fu sulla base di
queste convinzioni che Newton scrisse La cronologia degli antichi regni
emendata. Intendeva dimostrare che la civiltà ebraica, a dispetto
dell'opinione prevalente, veniva senz'altro prima di quella egizia.
Erano stati Noè, i suoi figli e nipoti che, dopo il diluvio, avevano
portato in Egitto l'antica sapienza ricevuta da Dio, e che dagli egizi
era stata poi trasmessa ai greci. Come era possibile dunque conciliare
la storia sacra con quella pagana? Newton non aveva dubbi: occorreva
riformare la cronologia tradizionale degli antichi regni e correggerla
attenendosi alle solide basi della Bibbia. Un'operazione tutt'altro che
semplice poiché, a suo avviso, tutte le nazioni, a eccezione di quella
ebraica, per accrescere la loro antichità si erano falsamente attribuite
centinaia di anni in più. Ma che Newton intraprese con un metodo
originale e complesso, dove per l'interpretazione delle fonti antiche
diventava indispensabile l'uso della matematica e dell'astronomia. E che
Buchwald e Feingold ci aiutano a seguire fin nei minimi dettagli,
rivelandosi delle guide scrupolose ed eccellenti.
Si scopre così che
un aspetto importante del metodo di Newton consisteva nel confutare,
attraverso rigorosi calcoli matematici, il criterio di datazione degli
antichi cronologisti. E che pertanto le loro cronologie dovevano essere
significativamente ridimensionate rispetto alle loro pretese lunghezze.
Ma a colpire ancor di più è il modo in cui Newton impiegava gli
strumenti dell'astronomia per collocare la spedizione degli Argonauti,
dietro il cui mito pensava si nascondesse un evento storico reale, 45
anni dopo la morte di Salomone. Un risultato, a suo avviso, della
massima rilevanza, poiché gli consentiva di stabilire una nuova
datazione della guerra di Troia, la cui distruzione sarebbe dunque
avvenuta dopo la costruzione del Tempio di Salomone.
Newton, come ci
ricordano Buchwald e Feingold, «lavorò su questi problemi fino a pochi
giorni prima di morire», determinato a dare alla sua riforma della
cronologia quel "rigore matematico" che tutti gli riconoscevano. Ma
altrettanto determinato a occultare che tale riforma fosse strettamente
legata al suo schema genealogico dei discendenti di Noè e al suo
tentativo di restaurare l'autentica religione monoteistica. Gli esiti di
queste ricerche preferì mantenerli segreti, disseminandoli in una massa
impressionante di manoscritti. La ragione era quanto mai comprensibile:
la negazione della Trinità, nell'Inghilterra dell'epoca, costituiva un
reato perseguibile per legge. E Newton lo sapeva molto bene: nel 1710,
il suo discepolo William Whiston, che aveva scelto come suo successore
sulla cattedra di matematica a Cambridge, fu bandito su due piedi
dall'università proprio per aver pubblicamente sostenuto
l'antitrinitarismo.
Sarebbe tuttavia riduttivo considerare il libro
di Buchwald e Feingold come una semplice, per quanto apprezzabile,
ricostruzione degli studi cronologici di Newton. Il loro obiettivo è
decisamente più ambizioso: dimostrare che il Newton dedito alla
teologia, alla cronologia, all'alchimia e alla prisca sapientia non
avesse niente di diverso dallo scienziato che aveva svelato la natura
composita della luce solare, inventato il calcolo infinitesimale ed
enunciato la legge di gravitazione universale. Una tesi, possiamo dire
con un po' di orgoglio, sostenuta già da un grande studioso italiano di
Newton scomparso circa dieci anni fa, Maurizio Mamiani, cui dobbiamo la
prima edizione mondiale del Trattato sull'Apocalisse (Bollati
Boringhieri, 1994), ma che gli autori purtroppo non citano. In ogni
caso, Buchwald e Feingold hanno il merito di aver analizzato tutti quei
manoscritti che, soprattutto a partire dagli anni Settanta del secolo
scorso, rappresentano una sfida costante per chiunque si occupi di cose
newtoniane, sollevando questioni di estremo rilievo. Che legame c'è tra
gli interessi documentati dai manoscritti e le ricerche di Newton nel
campo dell'ottica, della meccanica e della matematica? Il Newton nel suo
laboratorio alchemico, alle prese con crogioli e fornaci, era lo stesso
che analizzava il passaggio della luce attraverso il prisma o che
misurava la caduta dei gravi nei diversi mezzi? Cosa ha a che fare il
Newton interprete dell'Apocalisse con l'uomo che scrisse i Principia
mathematica? E come è possibile conciliare il Newton immerso nello
studio della prisca sapientia con l'autore dell'Opticks?
È a queste
domande che cerca di dare risposta l'imponente lavoro di Buchwald e
Feingold, che documenta come l'approccio di Newton ai diversi campi del
sapere si basasse su un "metodo unico", dove a contare erano sempre i
numeri e i dati empirici, fossero essi i fenomeni osservativi piuttosto
che le Sacre Scritture o le testimonianze dei classici. Un Newton
insomma tutto d'un pezzo, destinato a far discutere gli specialisti, ma
che rappresenta indubbiamente uno dei contributi più innovativi degli
ultimi anni nella prolifica Newtonian industry.
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