Meraviglie della fisica
La felice fatica di capire il mondo
Le tracce di onde gravitazionali captate oggi, intuite da Einstein 98 anni fa, confermano che la scienza è un'attività visionaria. Carlo Rovelli lo dimostra in maniera esemplaredi Franco Lorenzoni Il Sole Domenica 23.3.14
Questa settimana la fisica ci ha regalato due grandi emozioni. La prima riguarda la profondità dello spaziotempo, in fondo a cui sono state scoperte tracce di segnali più antichi di qualunque cosa ascoltata fin'ora, la seconda la profondità della mente umana. È nella mente di Albert Einstein, infatti, che quasi un secolo fa sorse la "visione" di quelle onde gravitazionali che ci raccontano qualcosa sull'origine dell'Universo. Ci sono poi voluti 98 anni di calcoli ed esperimenti, condotti da centinaia di scienziati di tutto il mondo, per potere verificare la verdicità di quella visione, che peraltro non è ancora certa.
A chi desiderasse entrare dentro la metafora di quei primi vagiti dell'Universo, captati da un gruppo di scienziati nel cielo del Polo Sud, consiglio di leggere l'ultimo libro di Carlo Rovelli, fisico teorico che i lettori di queste pagine conoscono bene. La realtà non è come ci appare delinea infatti un'ambiziosa sintesi dell'evoluzione della fisica. E ciò che rende appassionante la lettura è la fatica, richiesta al lettore non esperto, di entrare in un mondo che si presenta diverso da come lo pensiamo abitualmente.
È un libro da regalare subito a un diciottenne che si domandi cosa studiare e da consigliare vivamente a chi insegna, non solo materie scientifiche. Tratta infatti di un tema cruciale: lo sforzo necessario per tentare di capire il mondo e la bellezza di questo sforzo.
Non è facile, infatti, immaginare il Cosmo come un mollusco che si curva di continuo visto da dentro (la metafora è di Einstein). Non è facile intendere e accettare che l'Universo sia finito pur non avendo confini e scoprire che, se osiamo viaggiare attorno a un buco nero e riusciamo a non caderci dentro, al ritorno ci troveremo in un futuro lontano. Ancora più difficile è arrivare alla conclusione a cui più tiene Rovelli, che sostiene che il tempo non esista, o meglio esista solo nel nostro attraversare il mondo, non nel minimo tessuto granulare che compone l'Universo, né nell'insieme dei cento miliardi di galassie che oggi riusciamo a vedere e a contare.
L'invito è a «ripensare la grammatica della nostra comprensione del mondo, rivederla a fondo. Come era successo con Anassimandro, che aveva compreso come la Terra voli nello spazio … o con Einstein, che aveva capito come lo spaziotempo si curvi e si schiacci e che il tempo passi diversamente in luoghi diversi». Per introdurci a questo ripensamento radicale Rovelli parte da lontano, dal viaggio che Leucippo fece dalla libera Mileto di Talete e Anassimandro fino a Abdera, dove eresse, con il suo allievo Democrito, «la vasta catterdale dell'atomismo antico».
Parte da lì perché è su quelle coste che nacque un modo di cercare risposte «nella natura stessa delle cose», accantonando miti, spiriti e dei, che Rovelli aveva già narrato in un altro bel libro dedicato alla rivoluzione di Anassimandro: Che cos'è la Scienza (Mondadori Università, 2012, pagg. 224, €. 18). Ed è in quell'aurora della scienza che che si scopre «uno stile di pensiero nuovo, dove l'allievo non è più vincolato a rispettare e a condividere le idee del Maestro».
Attraversando i secoli da Archimede a Galileo, da Copernico a Newton, a Faraday a Dirac, Rovelli cerca di avvicinare il lettore all'idea che si è fatto del suo lavoro. «Alcuni filosofi della scienza riducono la scienza alle sue previsioni numeriche. Secondo me non hanno capito nulla perché confondono gli strumenti con l'obbiettivo. … L'obiettivo della ricerca scientifica non è fare previsioni: è comprendere come funziona il mondo. Prima di essere tecnica, la scienza è visionaria. Le predizioni verificabili sono l'arma affilata che ci permette di dire quando abbiamo capito male». «Teorie come la relatività generale e la mecanica quantistica, che inizialmente lasciavano molti perplessi, si sono conquistate credibilità via via che tutte le loro previsioni, anche le più inaspettate, e apparentemente strampalate, venivano confermate da esperimenti e osservazioni».
Presentare la scienza come attività visionaria è cosa a cui Rovelli tiene molto e le pagine più intriganti sono forse quelle in cui affiora il complesso legame tra le visioni della fisica e le architetture cristalline della matematica. Esemplare a questo proposito il racconto dell'incontro tra Faraday e Maxwell. Il primo «la fisica la vede con gli occhi della mente, e con gli occhi della mente crea mondi». Ma il giovane «poveraccio londinese senza educazione formale, che diventa il più grande sperimentatore e il più grande visionario della fisica dell'Ottocento», ha bisogno delle equazioni del ricco aristocratico scozzese Maxwell, uno dei più grandi matematici del secolo. «Pur separati da un'abissale distanza di stile intellettuale, oltre che di origine sociale, riusciranno a intendersi e, insieme, unendo due forme di genio, apriranno la strada alla fisica moderna».
Leggendo queste pagine, che ci portano così vicino al senso più profondo di due discipline che si studiano a scuola, mi domando a quanti ragazzi sia data la possibilità di cogliere la bellezza di questi linguaggi, creati dall'ingegno umano per intendere la natura. Se gli iscritti alle facoltà scientifiche si sono drasticamente ridotti negli ultimi decenni non sarà anche perché troppo raramente la scuola riesce a fare assaporare il gusto dello scoprire, intrecciando l'insegnamento della fisica e della matematica con la loro appassionante evoluzione nella storia? Solo se si sente la scienza come cosa viva, come ricerca aperta che continua, si può trovare il senso che giustifichi lo sforzo a cimentarsi con linguaggi e procedimenti tanto difficili.
Carlo Rovelli ha passato la vita cercando di comprendere i segreti dello spazio quantistico e ci confida quanto segua «con attenzione, inquietudine e speranza l'affinarsi continuo delle nostre capacità di osservazione, misura e calcolo», e aspetti «il momento in cui la Natura ci dirà se avevamo ragione, o no».
Ma mentre attende e continua a ricercare, si interroga sulle tante connessioni di cui hanno bisogno gli scienziati per immaginare altri modi di vedere il mondo. «Non so se il giovane Einstein avesse incontrato il Paradiso durante i suoi bighellonaggi intellettuali italiani, e se la fantasia sfrenata del nostro sommo poeta abbia avuto una influenza diretta sulla sua intuizione che l'universo possa essere finito e senza bordo. Ma che ci sia stata o no influenza diretta credo che questo esempio mostri come la grande Scienza e la grande Poesia siano entrambe similmente visionarie, e talvolta possano arrivare alle stesse intuizioni. La nostra cultura, che tiene Scienza e Poesia separate, è sciocca, perché si rende miope alla complessità e bellezza del mondo, rivelate da entrambe».
«Certo, la tre-sfera di Dante è solo una vaga intuizione dentro a un sogno. La tre-sfera di Einstein prende forma matematica e Einstein la inserisce nelle sue equazioni. L'effetto è molto diverso. Dante arriva a commuoverci profondamente, toccando la sorgente delle nostre emozioni. Einstein apre una strada che ci porta alla sorgente del nostro Universo. Ma sono l'uno e l'altro tra i voli più belli e significativi che sa fare il pensiero».
«Ci vuole un percorso di apprendistato per comprendere la matematica di Riemann e impadronirsi della tecnica con la quale leggere completamente l'equazione di Einstein. Ci vogliono impegno e fatica, ma meno di quelli necessari per arrivare a percepire tutta la rarefatta bellezza di uno degli ultimi quartetti di Beethoven. In un caso e nell'altro, lo sforzo, una volta fatto, vale la pena: scienza e arte ci insegnano qualcosa di nuovo sul mondo dandoci occhi nuovi per guardarlo, per capirne lo spessore, la profondità, la bellezza. La grande fisica, come la grande musica: parla direttamnente al cuore e apre gli occhi alla bellezza, alla profondità, alla semplicità della natura delle cose».
In piccole note al margine Rovelli ci informa che i numerosi apporti di scienziati italiani alle scoperte della fisica più avanzata provengono da ricerche svolte in università straniere. È una constatazione triste, che ci dice quanto sia necessario e urgente investire in Italia, per riconnettere e dare respiro alla relazione tra educazione, cultura e ricerca.
Il libro di Carlo Rovelli è tante cose. Si può leggere come romanzo di formazione di uno scienziato, come lettera a un giovane che voglia entrare nel mondo della scienza, come storia della litigiosa ed efficace convivenza di matematica e fisica, come cronaca colta della singolar tenzone tra looppisti e stringhisti, giocata rincorrendo l'ultima particella, o come un inno alla capacità visionaria di alcuni uomini che hanno cambiato alla radice il modo di vedere il mondo, allargando sempre più i nostri orizzonti.
Nella prima pagina l'autore confessa di amare la fisica perché apre finestre e si allontana dai tanti saperi che girano e rigirano sempre e solo intorno all'uomo. Forse è anche per questo che elude, nella sua narrazione, le interrogazioni che le applicazioni della fisica hanno posto e pongono agli scienziati. Cioè il rapporto tra scienza e potere e, più in particolare, tra ricerca fisica, armamenti e controllo dell'energia e del territorio. Ma per questo ci vorrebbe un altro libro, che aspettiamo.
“Prima del Big Bang l’Universo fece il Grande Rimbalzo”
La rivoluzione si chiama “gravità quantistica”intervista di Gabriele Beccaria La Stampa TuttoScienze 26.3.14
Mai credere al buon senso. Ovunque si rivolga lo sguardo le apparenze ingannano. L’aveva già capito un antico filosofo, Talete, e la lezione arriva dritta al presente: la fisica ci prende a pugni, come per svegliarci, e svela - pezzo dopo pezzo - com’è il mondo vero, quello invisibile.
«La realtà è una rete di eventi granulari. E, tra un evento e l’altro, spazio, tempo, materia ed energia sono sciolti in una nuvola di probabilità», scrive Carlo Rovelli, fisico dell’Università di Aix-Marsiglia nel saggio «La realtà non è come appare», edito da Raffaello Cortina. Il tutto si agita in forme talmente bizzarre da mettere in dubbio perfino la solidità del nostro io. Anche Talete sarebbe sorpreso, per esempio di sapere che le ricerche che stanno generando questa rivoluzione si concentrano in una disciplina ancora magmatica: la gravità quantistica.
Professore, facciamo un passo indietro: lei sottolinea che c’è una specie di schizofrenia tra la Relatività generale e la meccanica quantistica che ci impedisce di capire davvero la realtà: in cosa consiste?
«Rispetto alla fisica classica, precedente all’una e all’altra, la Relatività ha cambiato la nozione di spazio e di tempo ma ha lasciato la materia com’era, mentre la meccanica quantistica ha cambiato il modo di descrivere la materia, ma ha lasciato lo spazio e il tempo come prima. Di mettere insieme queste due realtà, per ora, nessuno si è ancora rivelato capace».
Ed ecco allora entrare in scena la gravità quantistica, che punta a conciliare le due teorie: qual è l’idea forte da cui parte?
«Che lo spazio-tempo ha esso stesso proprietà quantistiche. È fatto cioè di grani».
Se si immagina l’Universo con gli occhi di un fisico che sposa la gravità quantistica, come apparirebbe?
«Invece di uno spazio in cui tutte le cose vivono, lo spazio viene sostituto da una struttura composta da tanti granelli dinamici, che si trasformano gli uni negli altri in continuazione».
È un’idea tremendamente controintuitiva, come spesso accade con la fisica. È così?
«Sì. E’ un altro passo verso una più precisa descrizione del mondo, diversa dall’intuizione elementare».
E allora cambiano anche i modi di concepire tanti maxi-problemi: che cosa diventa per esempio il Big Bang?
«Fino all’altro ieri cosa sia successo al momento della nascita dell’Universo era solo un punto interrogativo e le teorie disponibili facevano predizioni insensate. Con le equazioni della gravità quantistica, invece, possiamo iniziare a studiare cos’è avvenuto. La prima indicazione che emerge è la possibilità che l’Universo non sia esploso dal nulla, ma sia rimbalzato da una fase precedente, in cui si contraeva. Il Big Bang, quindi, non è l’inizio di tutto, ma l’inizio della fase che vediamo noi e che segue rispetto a un’altra precedente».
Lei scrive che si trasforma anche l’idea dei buchi neri: che cosa sarebbero?
«Tendono a somigliare, in qualche modo, all’idea che ci stiamo facendo dell’inizio dell’Universo: anche in questo caso ci sarebbe un punto estremo, in cui tutto si concentra e dove le equazioni standard non funzionano».
I buchi neri, però, vengono studiati già da tempo: che cosa suggeriscono le osservazioni in cielo?
«Noi ne vediamo solo il bordo. Ma le equazioni ci suggeriscono cosa potrebbe succedere al loro interno e anche cosa potrebbe succedere nel futuro lontano, perché i buchi neri non hanno una vita infinita».
E qual è l’ipotesi?
«Che evaporino. Al centro si verifica un “rimbalzo”, che fa sì che nel futuro la materia entrata possa uscire di nuovo e il buco nero, così, si sciolga».
Un’altra rivoluzione della gravità quantistica è un concetto ancora più astruso, quello della «soppressione degli infiniti»: di cosa si tratta?
«E’ un’idea ancora speculativa, ma oggi la fisica sembra aver eliminato quella che sembrava essere la possibilità di una direzione infinitamente grande o infinitamente piccola. L’infinito sparisce».
Può spiegare meglio?
«Mi riferisco alla continuità dello spazio. La meccanica quantistica dà un taglio all’idea che lo si possa dividere all’infinito e che in ogni granellino ci possano essere universi e universi: sostiene che al di sotto di una determinata scala non c’è più niente, un po’ come accade con la materia ordinaria. La gravità quantistica, da parte sua, suggerisce che anche lo spazio presenta questa granularità: ha un numero finito di “mattoncini”. Alla fine, perciò, li si può contare e arrivare a un numero che, per quanto stratosferico, è finito. Non infinito. È una grande differenza».
È una svolta anche filosofica.
«Sì. E’ da Aristotele che il concetto di infinito ci confonde e che si cerca di domare. Ciò non significa che nella matematica non esista più, ma nel mondo fisico non ci sarebbe».
A che punto è la teoria della gravità quantistica? Che prove deve superare?
«Non dispone ancora di prove sperimentali e perciò deve fare gli esami e dimostrare di essere una teoria coerente e compiuta. Ci sono molte questioni aperte: sia teoriche (siamo sicuri che non ci siano aspetti nascosti che poi si rivelino contraddittori?) sia sperimentali (siamo sicuri che la realtà dia tutte le conferme necessarie?)»
Si può pensare a un esperimento decisivo (o quasi)?
«Esistono lavori che cercano di trarre dalla teoria delle conseguenze da testare in varie direzioni. Altrimenti avremmo lavorato per nulla. Ma più che un esperimento è corretto parlare di osservazioni cosmologiche».
Vale a dire?
«L’eliocentrismo non ha richiesto un esperimento, ma tante osservazioni. E lo stesso è stato in tempi recenti per la radiazione cosmica di fondo. Penso, perciò, a raccolte dettagliate di dati: potrebbero mostrare tracce significative dei momenti in cui la gravità quantistica aveva effetti importanti sulle future trasformazioni dell’Universo».
La nuova macchina del tempo
Viaggiare nel futuro o cambiare il passato: libri film e tv riscoprono l’idea cardine della fantascienza E se non fosse fantascienza? In basso le ore passano più lente che in alto, nel centro della Terra più lente ancora, in una stella densa molto di più La logica ci impedisce di superare i paradossi, ma la realtà è coerente: è la nostra intuizione che zoppica di Carlo Rovelli Repubblica 6.4.14
POSSIAMO davvero viaggiare nel tempo, come fanno sempre più spesso protagonisti di film e romanzi? Possiamo innamorarci di una ragazza venuta dal futuro e rincorrerla fino al suo secolo, oppure tornare nel passato e salvare John Kennedy dall’assassinio? Negli ultimi cento anni la fisica ci ha insegnato molte cose sul tempo, e soprattutto ci ha insegnato che la struttura del tempo è più sottile e interessante del fluire lineare a cui siamo abituati. Oggi sappiamo che saltare rapidamente nel futuro è possibile. Non solo è possibile, ma in piccola misura siamo già in grado di farlo. Per andare in fretta nel futuro, è sufficiente trascorrere del tempo sotto terra, oppure su un aereo veloce.
L’accorciamento del tempo per chi stia in basso e per chi viaggi veloce è un effetto piccolo, ma oggi abbiamo orologi molto precisi che sono sufficienti per misurarlo: un orologio preciso, tenuto tre metri sotto terra indica un tempo minore di tutti gli altri orologi, quando sia riportato su. Questo significa che per l’orologio in basso (e per chiunque sia stato presso l’orologio) il tempo trascorso per arrivare nel futuro è minore del tempo trascorso da tutti gli altri. Al contrario, in alto il tempo passa più veloce. Quando l’esercito americano ha messo in funzione il primo sistema di navigazione
satellitare (il GPS ora in tante automobili), i fisici avevano segnalato che gli orologi sui satelliti sarebbero andati più veloci di quelli a terra. I generali americani responsabili del progetto non hanno voluto crederci, inizialmente, e i primi satelliti sono stati provati senza tener conto dell’accelerazione del tempo ad alta quota. Non hanno funzionato. Così perfino i generali dell’esercito hanno dovuto ammettere che lassù il tempo va più veloce.
Il tempo non scorre uguale per tutti. Ogni oggetto ha il suo tempo, che dipende da dov’è, e da come si muove. Se andiamo nel centro della Terra, il tempo passa ancora più lento. Se andiamo nelle vicinanze di una stella molto densa, dove la gravità è forte, il tempo passa estremamente lento. E’ sufficiente passare un paio di giorni nei pressi di una stella molto densa, per poi tornare qui un numero arbitrario di secoli nel futuro. Un soggiorno sulla superficie di una stella densa è una scorciatoia per il futuro. Oppure, è sufficiente partire a grande velocità con un’astronave e fare un viaggio di pochi giorni per poi tornare sulla Terra un numero arbitrario di millenni nel futuro. Se non siamo ancora capaci di fare simili salti concretamente, è solo per il costo dell’astronave. La fisica che chiarisce e mette ordine in tutto questo è invece chiara: è la relatività generale, una teoria che è stata scritta novantanove anni fa, oggi è solidamente suffragata dall’esperienza e fa parte del nostro sapere solido sul mondo. Correre nel futuro in breve tempo è possibile.
Ma poi possiamo tornare indietro? Possiamo viaggiare anche verso il passato? Qui la cosa si complica un po’, e le opinioni non sono sempre concordi. Io ritengo che non ci sia nulla che impedisca di viaggiare anche verso il passato, ma farlo è complicato e non abbiamo una ricetta semplice. La relatività generale prevede possibili situazioni dove un oggetto può tornare sul suo passato (tecnicamente si chiamano “curve temporali chiuse”). Nulla sembra vietare che alla vostra porta possa bussare qualcuno che sia voi stesso venuto dal futuro. L’unica indicazione che la cosa sia difficile da realizzare è il fatto che non sembrano esserci in giro molti turisti venuti dal futuro; ma non è un argomento forte; magari per i nostri discendenti siamo solo poco interessanti.
Se andiamo nel passato, possiamo modificarlo? Posso andare nel passato e salvare John Kennedy, come vuole fare Jake Epping, il protagonista di un famoso romanzo di Stephen King? Qui nascono problemi: se per esempio vado nel passato e uccido mia nonna prima che lei dia alla luce mia madre, ne segue che io non esisto. E se non esisto, chi ha ucciso mia nonna? L’illogicità di questa situazione rende i viaggi nel passato difficili da concepire, e per evitare questi paradossi alcuni preferiscono assumere che viaggi nel passato siano impossibili, e siano impediti da qualche legge scientifica ancora sconosciuta. Ma si tratta di difficoltà solo apparenti, come ha mostrato David Lewis, uno dei maggiori filosofi contemporanei, in un limpido saggio intitolato I paradossi dei viaggi nel tempo. Il paradosso nasce solo perché usiamo un’idea di tempo che non è quella giusta. Il passato non può essere cambiato viaggiando nel passato, perché se qualcuno ha viaggiato nel passato lo ha già cambiato, e dunque noi siamo già nel presente che ha subìto gli effetti del viaggio nel tempo, e non c’è nulla da cambiare ulteriormente. In altre parole, se qualcuno andrà nel passato, quel qualcuno è già stato nel nostro passato, e il presente è già l’effetto della sua presenza. Se un me stesso futuro andrà nel passato, io so che non avrà ucciso mia nonna, perché io qui sono nel suo futuro e quindi posso già sapere cosa ha scelto di fare. Un’eliminazione della propria nonna è impossibile, perché il passato è già accaduto, anche se un pezzo di questo si trova ad essere anche nel futuro.
L’apparente paradosso viene dal cercare di applicare le nostre idee intuitive sul tempo, che sono inadeguate, o nostre idee ingenue sul libero arbitrio, a una situazione temporale complessa. Come nel cortometraggio del 1962 La jetée di Chris Marker, uno dei film più strazianti e belli della storia del cinema, il passato possiamo rincorrerlo, forse addirittura raggiungerlo, ma non cambiarlo.
La realtà è coerente; è la nostra intuizione che zoppica. La difficoltà di pensare a un passato che possa essere anche futuro è simile alle difficoltà che avevamo da bambini quando ci hanno detto per la prima volta che in Australia la gente vive a con un di sopra che è anche sotto un di sotto; il mondo è semplicemente più complicato di quanto ci dica la nostra intuizione ingenua. È più strano, e secondo me anche molto più divertente. A proposito, questo articolo non l’ho scritto io: l’ho ricevuto in una strana lettera comparsa stamattina sul mio tavolo, datata 3 aprile 2114…
La fisica è un campo unificato di tempo e spazio«La realtà non è come ci appare» di Carlo Rovelli per Raffaello Cortina Editore. Dalla filosofia greca alla fisica quantistica alla ricerca della struttura elementare delle cosedi Alberto Giovanni Biuso il manifesto 3.9.14
La consapevolezza che la realtà non sia come ci appare rappresenta l’inizio stesso della filosofia e della scienza. Un inizio che non va posto contro il mito ma accanto a esso. Senza il mito sono impensabili Anassimandro, Parmenide, Platone, ed è quindi impensabile l’origine del pensiero scientifico. E invece in alcune pagine del più recente libro di Carlo Rovelli (La realtà non è come ci appare. La struttura elementare delle cose, Raffaello Cortina, pp. 241, euro 22) sembra di accostarsi a una storia della scienza di stampo un po’ ottocentesco, polemica e positivistica che, per fortuna, viene poi stemperata da molti dei suoi contenuti e dall’ammissione che «infinita è la nostra ignoranza» e ci troviamo tutti — filosofi, fisici, poeti — in una condizione non dissimile da quella dei prigionieri della caverna platonica.
La concezione del sapere scientifico difesa da Rovelli è cumulativa e tesa a risolvere in una progressiva e trionfante unificazione i conflitti che percorrono la storia della scienza. Una concezione che presenta in modo agiografico le vicende e il lavoro di alcuni scienziati, primo dei quali Einstein, il quale vi appare a volte come una sorta di sant’Alberto con tanto di aneddoti e «miracoli» scientifici: «Nei primi anni del secolo, questo è chiaro a tutte le persone sufficientemente ragionevoli, cioè solo a Albert Einstein». Si tace pure sul fatto che «il più grande uomo di scienza di tutti i secoli», Newton, si sentiva e fosse in realtà anche un mago.
Sono atteggiamenti e preferenze comunque comprensibili e che si giustificano di fronte al grande pregio di una chiarezza davvero esemplare nell’affrontare questioni assai complesse con uno stile sempre coinvolgente. Il cammino dall’apeiron di Anassimandro alla gravità quantistica a loop — teoria della quale Rovelli rappresenta il maggior esponente — è descritto come una progressiva semplificazione e unificazione dei princìpi. Il punto di svolta è rappresentato dal concetto di campo con il quale materia ed energia vengono unificati in un insieme di forze che non operano nello spazio e nel tempo ma sono lo spazio e il tempo.
La meccanica quantistica ha inglobato nel campo anche gli atomi e ogni possibile particella, per cui il mondo non sarebbe fatto di campi e di particelle ma di un’unica realtà che è il campo quantistico covariante, le cui caratteristiche fondamentali sono costituite dalla granularità, dall’indeterminismo e dalla relazionalità.
Granularità perché — come aveva intuito Democrito — non è vero che la materia sia divisibile all’infinito; esiste un limite alla divisibilità nello spazio, la cui lunghezza minima e non ulteriormente riducibile si chiama lunghezza di Planck. Tra questa scala enormemente piccola e la scala cosmologica — quella delle galassie, degli spazi sterminati, dell’Universo — «c’è dunque l’immensa distanza di 120 ordini di grandezza. Moltissimo. Ma finito».
Indeterminismo perché nel cosmo quantistico nulla è fermo e misurabile di per sé ma tutto è in moto e sempre fluttuante. Gli oggetti che percepiamo — dai sassi alle montagne, dai sorrisi di chi ci sta vicino alle onde del mare — sono in realtà un flusso continuo e continuamente variabile, una vibrazione senza fine, una costante e passabile incostanza.
Relazionalità perchéè chiaro che nella sua struttura granulare e indeterministica ogni cosa esiste soltanto in relazione a ciascun’altra, che un olismo radicale costituisce il mondo, che «è solo nelle relazioni che si disegnano i fatti della natura», che «gli elettroni non esistono sempre. Esistono solo quando interagiscono. Si materializzano in un luogo quando sbattono contro qualcosa d’altro. (…) Quando nessuno lo disturba, un elettrone non è in alcun luogo».
Si arriva così alla questione fondamentale, al problema del tempo. Uno dei capitoli si intitola Il tempo non esiste ma si tratta di una formula troppo netta e smentita dagli stessi contenuti del libro. Anche alla scala piccolissima nella quale si manifesta la gravità quantistica «lo spazio e il tempo cambiano natura. Diventano qualcosa d’altro», il che non vuol dire che non esistono ma che si mostrano ancora una volta nella loro natura enigmatica e affascinante di vibrazioni della materia, le quali non vibrano in un tempo e in uno spazio già costituti ma che nel loro vibrare sono lo spazio e il tempo: «Lo scorrere del tempo è interno al mondo, nasce nel mondo stesso, dalle relazioni fra eventi quantistici che sono il mondo e generano essi stessi il proprio tempo».
Rovelli si spinge sino ad affermare che «i campi quantistici covarianti rappresentano la migliore descrizione che abbiamo oggi dell’apeiron, la sostanza primordiale che forma il tutto, ipotizzata dal primo scienziato e primo filosofo, Anassimandro».
La conseguenza di tutto questo è che, lungi dal «non esistere», il tempo è l’esistere stesso di ogni ente, evento e processo, proprio nel senso quantistico che non ci sono oggetti irrelati tra di loro ma soltanto eventi legati gli uni agli altri in un modo indissolubile.
Il libro chiarisce bene come l’orizzonte delle ricerche contemporanee consista nel tentativo di coniugare la meccanica quantistica e la relatività con le teorie sull’informazione e quindi con la termodinamica, la quale è impensabile senza l’irreversibilità, senza il tempo: «Siamo esseri che vivono nel tempo: abitiamo il tempo, ci nutriamo di tempo. Siamo un effetto di questa temporalità, prodotta da valori medi di variabili microscopiche».
La fisica ci proietta oltre l’umano, al di là di ogni pretesa antropocentrica, lasciando comprendere — con il rigore della matematica unito alla potenza dell’immaginazione — che l’immensa ricchezza della materia passa (per noi) attraverso la parte di materia che è il cervello, poiché se «la realtà non è come ci appare» è anche perché è costruita dalla nostra mente, la quale è materia consapevole di esistere.
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