domenica 2 marzo 2014

Carl Schmitt in saór e ottantenni radical chic

Un intellettuale miliardario che da una prospettiva filosofica fa quotidianamente - da 40 anni - la lezioncina politica a tutti, e che finisce per appoggiare Matteo Renzi e per giustificarne la necessità come un Crepet qualsiasi, dimostra il suo livello di competenza politica e confessa l'imbroglio che si nasconde dietro un insopportabile gergo filosofo.
Le stesse pernacchie merita il prof. miliardario Rodotà - già laudatore del prof. Monti - che tanto entusiasmo suscita nella sinistra radical chic e nel costruendo Partito del Lavoro (questo sconosciuto) [SGA].

L’ex sindaco Massimo Cacciari
“Renzi il demagogo si è fatto un governo al suo servizio”
intervista di Silvia Truzzi il Fatto 2.3.14

Un secondo dopo il “pronto”, il professor Massimo Cacciari mette immediatamente in chiaro una cosa: “Questo è il governo Renzi. La differenza con il precedente è che il presidente della Repubblica non è il sommo protettore: non si può più parlare di un governo del presidente, come nel caso di Letta”.
Infatti parliamo del governo Renzi. Alcuni nomi stanno provocando imbarazzi non di poco conto.
I nomi contano relativamente. Una volta che la scelta non è caduta su un esecutivo politico, che cosa poteva inventarsi? Quello che passa la politica oggi in Italia è quella cosa lì. Mica c’è altro. Mi pare che tra ministri e sottosegretari sia riuscito ad accontentare tutti: ha formato un governo che dovrebbe rassicurarlo molto, sia perché c’è solo lui in grado di decidere sia perché intorno a sé ha sostanzialmente mezze figure, nessuna delle quali è in grado di fargli resistenza. Mi pare che sia sistemato bene.
Il ministro Guidi è stata attaccata per il conflitto
d’interessi con l’azienda di famiglia. E non è l’unico caso.
È palese che c’è un conflitto d’interessi! Ma mi sembra che su questo tema non ci sia nessuna intenzione di fare una legge seria, né mi sembra che Renzi abbia mai sollevato la questione come una sua priorità. È più onesto di altri, in questo. Diciamo che coerentemente non ha tenuto conto del problema nella composizione del governo. D’altra parte sono vent’anni che se ne parla, non è mai stato fatto nulla.
Anche l’affaire Gentile, il sottosegretario alle Infrastrutture, sta creando problemi, per via della mancata uscita de L’Ora della Calabria che dava notizia del coinvolgimento del figlio di Gentile in un’inchiesta giudiziaria.
Qualche prezzo per avere il centrodestra alleato Renzi l’ha dovuto pagare. Così come ha dovuto fare mosse verso Berlusconi nella formazione del governo per poter fare la riforma elettorale con Forza Italia. Alcuni compromessi deve averli fatti. Però nel complesso, ripeto, si tratta di un governo politico di basso profilo. O attingeva ai Settis, ai Boeri, oppure doveva arrangiarsi con quel che passava il convento. Ma poi: cosa se ne faceva Renzi di persone difficilmente gestibili? Così ha un esecutivo “al suo servizio”. È nel suo carattere, nel suo stile. Nella scelta dei sottosegretari mi pare abbia accontentato tutte le correnti del Pd, a parte forse i civatiani: astuto. L’uomo sta dando prova di capacità, dal punto di vista del palazzo. Se avrà anche capacità di governo, lo vedremo. Come animale politico però non scherza.
Lei si fida del presidente del Consiglio?
Non è questo il tema. Io mi limito a osservare e devo dire che costui è una novità: per capacità di decisione, per ambizione, per spregiudicatezza. Dove ci porterà, ora non lo sa nessuno. Ma non ha senso fargli le pulci sulle questioncelle della composizione del governo. Sono dettagli, sia rispetto alla novità sia rispetto alle prospettive che sono anche inquietanti.
Cioè?
Penso al discorso al Senato, allo stile, al linguaggio, anche all’indifferenza verso ogni ordine logico. C’è una confusione mentale inenarrabile, per esempio nei passaggi sull’edilizia scolastica e sugli Stati Uniti d’Europa. Ha una grande capacità comunicativa, dice cose che tutti intendono. Renzi però ha un governo a sua immagine e somiglianza, un partito a sua immagine e somiglianza, alleati che devono stare con lui volenti o nolenti, addirittura avversari come Berlusconi che non hanno, ora come ora, altre convenienze: bisognerà vedere se in questa situazione sarà in grado di affrontare alcuni nodi reali della politica italiana.
A Servizio Pubblico lei ebbe un confronto piuttosto acceso sul salario di cittadinanza con Marianna Madia, che oggi è ministro alla Semplificazione e alla Pubblica amministrazione.
Il salario di cittadinanza fa parte di tutte le cose che ha detto Renzi per le quali non è affatto chiaro quale sia la copertura economica: spero che stia lavorando per individuare come trovare le risorse per realizzare il 10 per cento di tutto ciò che ha raccontato. Speriamo che ci riesca, me lo auguro. Io non sono contrario all’idea del salario di cittadinanza, il problema è come si può fare oltre la demagogia. Questa è la domanda che si deve fare a ogni demagogo. E Renzi lo è tecnicamente, cioè nel senso di uno che intende condurre il popolo e assumersene tutte le responsabilità. Lo stile è quello, non c’è nulla di spregiativo.
L’altro tema della settimana è l’espulsione dei quattro senatori grillini e la fuoriuscita di altri sette parlamentari dal Movimento: che ne pensa?
In un movimento – ma vale in gran parte anche per il Pd – necessariamente emerge il capo. È inevitabile quel che sta accadendo tra i grillini: chi non segue il capo viene cacciato o se ne va. Grillo è molto logico nei suoi comportamenti. La sua strategia è attendere il cadavere del nemico: se si confonde anche minimamente con il nemico, alla fine il cadavere sarà anche il suo.


Rodotà: “Renzi è senza futuro. Sì all’alleanza Civati-Tsipras”
Il professore: “Alcuni ex 5 Stelle potrebbero avvicinarsi alla sinistra”
intervista di Andrea Malaguti La Stampa 2.3.14

«Ormai il dibattito politico è schiacciato su una logica inaccettabile».
Quale, Professor Rodotà?
«Quella per cui se Renzi fallisce è tutto finito. Una descrizione catastrofista voluta per non disturbarlo».
Andrebbe disturbato?
«Per me il progetto a cui ha dato vita è già finito. Siamo passati dalle larghe alle piccole intese. Renzi è bravo dialetticamente, è veloce, ma quale visione politica ha? E soprattutto quale maggioranza? Se ne può discutere o lo si deve considerare fideisticamente il Salvatore della Patria?».
Due milioni di elettori del Pd alle primarie gli hanno dato fiducia.
«Renzi è diventato segretario del partito solo perché il Pd non c’era più da molto tempo. Ha vinto senza bisogno di combattere. E lui si è preso tutto quello che si poteva prendere in una città morta. Ma governare non sarà altrettanto semplice».
Renzi, la ricostruisce questa città morta o ne fonda una nuova con lo stesso marchio?
«Ne fonda una nuova. Lo ha già fatto. È evidente».
Eppure il Pd ha aderito al Pse. Il Capo Scout si è alleato con Schulz.
«Era una strada obbligata. Renzi è da sempre un sostenitore del bipolarismo. Con l’Ncd che guarda al Ppe non poteva restare nel limbo. Mi pare che abbia fatto una scelta più legata alla strategia che alla sensibilità».
Che cosa succederà alle europee?
«Sono pessimista nei pronostici. Ma la strada del Pd è in salita considerate le posizioni di Grillo, di Alfano, della Lega e di Forza Italia. L’Europa era stata presentata come un valore aggiunto, poi i governi che si sono alternati l’hanno sempre descritta come la matrigna che chiede sacrifici. Immagino una campagna elettorale che abbiamo come slogan: dobbiamo riscrivere la costituzione europea».
Il populismo paga?
«Forse in termini di consensi. Perciò Grillo è andato avanti con le espulsioni. Per salvaguardare la sue rendita di posizioni. Ma è ovvio che l’orizzonte deve essere diverso».
Ovvero?
«La via l’ha in parte tracciata il Presidente della Repubblica. Napolitano a Strasburgo ha detto: dobbiamo uscire dalla logica dell’autorità e rimettere in discussione non tanto il vincolo del 3%, ma una serie di parametri che hanno delegittimato l’Europa agli occhi dei cittadini. Dobbiamo rimettere la politica al centro. Apertamente. Prima del voto. Parlando con Francia e Spagna. E con la Merkel».
Noi non ce l’abbiamo un ministro per le politiche europee.
«Magari, come spero, Renzi considera questa partita decisiva e la vuole giocare in prima persona. Oppure, e io spero di no, è disinteresse».
È all’altezza di questa partita?
«Non lo so. Alla Camera il suo discorso sull’Europa, come su una serie di altri punti, mi è sembrato vago. Tra l’altro sostenere che il cambiamento è sempre positivo è una semplificazione pericolosa. Se cambia la legge elettorale, per esempio, che cosa succede?».
Non sembra un esempio a caso.
«Non lo è. La stanno rifacendo nel nome della supposta governabilità. Ma se tutto deve avere come riferimento la governabilità in sostanza si cambia la Costituzione».
Professore, c’è qualcosa che le piace di Renzi?
«Che, ad esempio sul lavoro, sembra volere riscrivere un’agenda sociale diversa da quella di Letta, tutta governativamente autoreferenziale».
Ha riportato il tema della scuola in cima all’agenda.
«Sì. Ma in questo periodo di crisi, in cui le risorse dovrebbero essere concentrate sul pubblico, che cosa farà con i 236 milioni che vengono destinati alle scuole private? Vuole una previsione? Eviterà di affrontare il problema».
Quali altri problemi eviterà?
«Questa maggioranza tratterà al ribasso tutti i temi legati ai diritti civili».
È possibile una maggioranza diversa?
«Sì, liberandosi dall’esperienza infausta delle grandi e delle piccole intese».
Tornando al voto?
«Non solo. Sel viene da un congresso travagliato, in più c’è un’area civatiana che può essere allargata dalla diaspora del Movimento Cinque Stelle. Non mi pare che siano condizioni da sottovalutare. Sarebbe un modo per liberarsi dalla sudditanza dal centrodestra ed evitare governi con questi sottosegretari. Certo, serve tempo. Ma poi si potrebbe andare avanti fino al 2018».
Il famoso partito di Rodotà immaginato da Civati? Un nuovo centrosinistra?
«Ho letto dei sondaggi che danno la lista Tsipras al 7%. Numeri che se alle europee si dovessero realizzare non avrebbero un effetto immediato sulla vita politica italiana. Ma che potrebbero accelerare un processo in atto».
È disposto a metterci la faccia?
«Certamente non mi tirerei indietro».
Alle europee voterà Tsipras?
«So che ci sono difficoltà per la lista, ma direi proprio di sì. Tsipras fa una critica molto forte all’Europa, ma senza dire: sbaracchiamo, usciamo».
Non teme che la sua scelta possa provocare una scissione nel Pd?
«Ah, non lo so. Ma alla mia età non sono proprio capace di starmene tranquillo».

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