lunedì 17 marzo 2014
Il neokeynesismo continentale nella versione Gallegati
Risvolto
"Oltre
la siepe" è un libro che prova a ripensare l'economia senza cavalcare
la moda della decrescita felice. Gallegati mette al centro della sua
riflessione la nostra vita, rilegge la crisi economica di questo inizio
secolo come un fatto strutturale, smaschera la natura profonda della
legge innaturale che da decenni contraddistingue il nostro stare al
mondo (vivere per lavorare, lavorare per consumare). Il paradigma della
crescita quantitativa e illimitata è fallito, ma c'è un'altra crescita
possibile (Gallegati la chiama a-crescita), in cui l'innovazione ha un
ruolo fondamentale, la distribuzione del reddito può essere più giusta,
l'essere umano può riscoprire quella dimensione del vivere bene che non è
un'utopia. Basta solo saperla vedere.
Anticipiamo un brano di “Oltre la siepe”, il libro che esce oggi per Chiarelettere di Mauro Gallegati, economista che ha collaborato con il premio Nobel Joseph Stiglitz
di Mauro Gallegati il Fatto 14.3.14
Nel 1930 Keynes ipotizzava che la tecnologia avrebbe permesso di ridurre
la settimana lavorativa a quindici ore. Penso avesse ragione. E allora
perché non è successo? La produttività genera profitti, disoccupazione e
benessere. Un imprenditore che riesca a introdurre un’innovazione
tecnologicamente efficiente che gli permetta di risparmiare, ad esempio,
sul costo del lavoro, riesce a vendere il proprio prodotto a un prezzo
più basso dei concorrenti, pur mantenendo il medesimo profitto unitario.
Il consumatore, qualora volesse, potrebbe consumare lo stesso prodotto a
un prezzo inferiore. Il suo reddito disponibile dopo l’acquisto sarebbe
più alto. Oppure potrebbe lavorare di meno, perché tanto ha bisogno di
meno denaro. Ciò vale però solo se esiste un solo prodotto; diversamente
si possono acquistare altri beni con i soldi così risparmiati. Qui
sorge il problema: e se il prezzo più basso si ottenesse espellendo
manodopera, tra cui il nostro consumatore-lavoratore? Da disoccupato non
riuscirebbe a consumare che il sussidio. O si trova un nuovo lavoro o
se ne inventa uno o vive sulla tecnologia, bene parzialmente comune.
La tecnologia consente a chi la introduce di far profitti, ma crea allo
stesso tempo una diminuzione della domanda che va sostenuta. Se il
mercato fosse capace di riequilibrarsi non ci sarebbero problemi.
Purtroppo la realtà si rifiuta spesso di adeguarsi alle prescrizioni
della teoria economica dominante. Se l’imperativo è non ridurre la
domanda, dobbiamo inventarci modi per dare più soldi anche a persone che
devono passare buona parte della loro vita in un posto di lavoro non
proprio indispensabile. E questo processo nega la possibilità di ridurre
le ore di lavoro. Quindi si deve ricorrere al debito, che diventa lo
stigma per le nuove generazioni a meno di annullare, o quasi, i tassi di
interesse. Solo una volta che sia stata raggiunta la coscienza del
limite imposto alla crescita del Pil dalla non riproducibilità delle
risorse e dall’economia dell’abbastanza, ci si può iniziare a chiedere a
quali condizioni potremmo lavorare di meno e con soddisfazione. Al fine
di raggiungere questo obiettivo, nuovi, e spesso inutili, lavori sono
stati creati.
La tecnologia continua a migliorare e le attività manuali e
amministrative stanno scomparendo. Il problema è che troppo poco dei
recenti guadagni derivanti dal progresso tecnologico sono stati goduti
dalle persone in termini di tempo e risorse per godersi la vita al di
fuori del lavoro. La disoccupazione tecnologica e il problema della
sostenibilità finirà col costringere le società dei paesi ricchi a
rivisitare un sistema che privilegia l’incremento del potere d’acquisto
dei salari sul benessere. Un sistema diverso potrebbe consentire alle
famiglie di ottenere una parte maggiore del reddito, mentre si
lavorerebbe molte meno ore di quanto si fa oggi, anche attraverso la
redistribuzione del reddito. I robot non sono in arrivo per tutti i
posti di lavoro. E quelli creati saranno magari più remunerativi. Per
alcuni il nuovo lavoro sarà coinvolgente anche se temo che la sua
qualità, almeno per la gran parte, peggiorerà: le macchine sopportano
senza lamentarsi i lavori inutili. Purtroppo non consumano beni e
servizi.
Supponiamo di vivere in un’economia il cui Pil vale 1.500 miliardi di
euro, viene prodotto da 22 milioni di persone che lavorano ciascuna per
1700 ore l’anno, cosicché i suoi 60 milioni di abitanti guadagnano
25.000 euro, lordi, a testa, con 3 milioni di disoccupati involontari e 2
di lavoratori scoraggiati. La settimana lavorativa si riduce ope legis
del 20 per cento (cioè le ore lavorate diventano 1360). Si lavora quindi
dal lunedì al giovedì e ovviamente aumentano le ore dedicate al tempo
libero. Cosa posso attendermi? Intanto la scomparsa di disoccupati e
scoraggiati. Quel 20 per cento di lavoro in meno verrebbe rimpiazzato
dai nuovi assunti. Non c’e quindi da attendersi una riduzione del Pil
per questa via, se i nuovi assunti sostituiscono il 20 per cento dei
vecchi lavoratori. Se ci fosse una completa e perfetta redistribuzione
del lavoro non si ridurrebbe la quantità di beni e servizi prodotti.
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