lunedì 10 marzo 2014

L'anniversario della Grande Guerra. La Prima guerra mondiale secondo la scuola defeliciana

Due colpi di pistola, dieci milioni di morti, la fine di un mondo
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Emilio Gentile: Storia illustrata della Grande Guerra. Due colpi di pistola, dieci milioni di morti, la fine di un mondo, Laterza

Risvolto
  1914-1918. Il continente più progredito del mondo precipita nella guerra più feroce mai combattuta. Per cinquantatre mesi, milioni di soldati vivono nelle trincee una quotidiana esistenza di degradazione e di orrori, massacrandosi in inutili carneficine di massa. È la catastrofe della modernità.

Dieci milioni di morti, tre imperi secolari annientati, rivoluzioni, guerre civili, nuovi Stati, nuovi nazionalismi, nuove guerre. E la fine del primato europeo nel mondo. Sono queste le conseguenze dei due colpi sparati a Sarajevo il 28 giugno 1914. Un mese dopo esplode la guerra europea: in quattro anni, diventa la prima guerra mondiale. Nel continente che domina il mondo, la modernità trionfante della Belle Époque si trasforma nella modernità massacrante di una guerra totale. La prima guerra mondiale lascia un marchio tragico nella coscienza umana: venti anni dopo, una seconda guerra mondiale, con cinquanta milioni di morti, lo rende indelebile.

Gli storici interrogano la Grande Guerra: perché scoppiò, perché tanti milioni di soldati furono massacrati e perché altri milioni continuarono a combattere per tanto tempo? Conoscere la sua storia è la condizione per trovare una risposta.
Emilio Gentile racconta con parole e immagini l’evento che ha dato origine all’epoca in cui viviamo.




Due spari una Guerra

Tutto iniziò con i due colpi di Sarajevo il 28 giugno 1914. Il caso ebbe la sua parte ma il conflitto fu scelto anche da chi aveva il potere di evitarlo. L'anteprima del libro di Emilio Gentile sull'evento bellico che cambiò la Storia

di Emilio Gentile Il Sole Domenica 9.3.14


Il 1° agosto 1914 iniziava la Grande Guerra. Forse nessuno la voleva, ma nessuno seppe evitarla. Non fu inevitabile per fatalità, ma non esplose neppure per caso, anche se il caso ebbe la sua parte. Fu decisa da uomini che avevano il potere di scegliere fra la pace e la guerra. E scelsero la guerra.
La guerra fu dichiarata dai governanti senza consultare i governati. Tuttavia, in nessuno degli Stati belligeranti gli uomini mobilitati, che andarono al fronte per uccidere o essere uccisi, si ribellarono contro i loro governanti. Molti pensavano che la guerra sarebbe durata pochi mesi; pochi previdero che sarebbe durata alcuni anni. Le previsioni dei pochi furono offuscate dalle illusioni dei molti.

La Grande Guerra durò cinquantatré mesi. Vi parteciparono le maggiori potenze mondiali e Stati minori di tutti i continenti. Furono mobilitati circa settanta milioni di uomini. Le ultime classi chiamate a combattere furono formate da giovani nati fra il 1899 e il 1900. I combattimenti della Grande Guerra cessarono l'11 novembre 1918.
Il mio libro descrive aspetti peculiari o tipici dei combattenti e del combattimento, delinea fenomeni e comportamenti collettivi, che mi sono sembrati più rappresentativi della Grande Guerra e utili a far comprendere la sua natura e il suo significato. ... Il racconto si svolge secondo un punto di vista che esclude la necessità inevitabile degli eventi e attribuisce agli individui la responsabilità delle loro decisioni, ma considera anche che su ogni decisione influiscono forze, circostanze, contingenze, necessità, che sfuggono al controllo della ragione e alla previsione del singolo individuo. È un punto di vista che non esclude il caso dalle vicende umane.
Secondo questo punto di vista, la concatenazione degli avvenimenti, che ebbe origine da due colpi di pistola sparati a Sarajevo il 28 giugno 1914, e culminò con l'esplosione della Grande Guerra, non aveva nulla di inevitabile. Essa dimostra inoltre come le scelte e le decisioni dei governanti possano avere conseguenze imprevedibili, terribili e irreversibili per la massa dei governati. Dieci milioni di morti e la fine di un mondo, fondato sul primato dell'Europa e sulla fede nel progresso di una modernità trionfante guidata dalla ragione, furono il risultato della concatenazione degli avvenimenti originata dai due colpi di pistola sparati a Sarajevo cento anni fa. ...
La Grande Guerra divenne inevitabile per una concatenazione di eventi e di decisioni, che coinvolsero i governanti dei maggiori Stati europei. Dopo l'ultimatum dell'Austria alla Serbia 23 luglio 1914, essi si erano trovati di fronte a un confuso accumularsi di circostanze impreviste, che li costrinsero a prendere decisioni gravide di terribili conseguenze. Le loro decisioni, prese sotto l'incalzare di informazioni, notizie, comunicazioni, voci, minacce, ammonimenti, appelli alla prudenza, incitamenti all'azione, furono influenzate dalla considerazione degli interessi nazionali e individuali che erano in gioco, dalla percezione della situazione interna e internazionale, e dalle congetture sui suoi possibili sviluppi. Alcuni, come i tedeschi, furono più propensi di altri ad accettare il rischio di una guerra generale, ma tutti agirono mossi più dalla paura di essere aggrediti che dalla volontà di aggredire. Nessuno dei governanti che dichiararono guerra avrebbe voluto provocare un conflitto continentale, ma nessuno fu capace di impedire che ciò avvenisse. Tutti erano convinti di essere stati costretti dalla necessità di difendere il loro Paese da un'aggressione. Alla fine, non fu una ragionevole razionalità, politica, diplomatica, militare o economica, a prevalere nelle scelte e nelle decisioni dei governanti, ma una irragionevole razionalità, mossa dal senso dell'onore, dal patriottismo, dal nazionalismo e dalla ragion di Stato. ...
I due colpi di pistola sparati il 28 giugno 1914, provocando dieci milioni di morti per effetto delle loro conseguenze, furono l'inizio della fine di un mondo. ...
Durante l'estate del 1914, nel corso di poche settimane, le popolazioni del continente più progredito, più evoluto, più colto, più civile, più ricco e più potente del mondo precipitarono nell'abisso di una guerra immane, con un'improvvisa esplosione di odio, di crudeltà, di massacri e di orrori, che non aveva eguali nella storia del genere umano. ...
In pochi mesi, l'epoca bella della modernità trionfante si era tramutata nell'epoca tragica della modernità massacrante. L'orgoglio dell'umanità progredita si era trasformato nella furia omicida della stessa umanità, che aveva concentrato tutte le sue energie morali e tutte le sue forze produttive in una guerra senza fine, dove l'unico scopo era l'annientamento del nemico. Esplosa quando la civiltà europea era all'apogeo della sua egemonia mondiale, la Grande Guerra aveva dimostrato di quanta crudeltà fosse capace la parte più civilizzata e più progredita dell'umanità, che non aveva esitato a usare tutte le risorse della produzione industriale, le conquiste della scienza e della tecnica, l'efficienza organizzativa degli apparati statali, l'ingegno, la cultura e le arti per produrre una gigantesca macelleria umana allo scopo di conseguire la vittoria su un nemico disumanizzato, demonizzato e bestializzato.
La tutela della vita umana, la libertà delle persone, la ricerca della verità, la solidarietà fra i popoli civilizzati, che erano state fino al 1914 gloria e vanto del primato europeo nel mondo, apparivano irreparabilmente violate dallo scatenamento delle più feroci passioni umane scatenate nella carneficina di massa. «La guerra – constatava un soldato francese – non ha fatto di noi soltanto dei cadaveri, degli impotenti, dei ciechi, ma, nel bel mezzo di stupende azioni di sacrificio e di abnegazione, ha risvegliato nel nostro animo antichi istinti di crudeltà e di barbarie, talvolta portandoli al parossismo. A me è capitato, a me che mai ho dato un pugno a qualcuno, a me che ho in orrore il disordine e la brutalità, di provare piacere nell'uccidere». ... Antichi flagelli, che la modernità sembrava aver debellato per sempre dal continente europeo, furono resuscitati e scatenati con rinnovato vigore dal nuovo e moderno flagello della guerra totale.


La morte, che la fede del progresso aveva preteso di relegare fuori dall'orizzonte della modernità trionfante, aveva riconquistato il suo potere sulla vita quotidiana di milioni di uomini, falciandoli con una ferocia mai sperimentata prima nella lotta fra gli esseri umani.

Mai tanti individui erano stati massacrati contemporaneamente in una tanto immane carneficina di massa. Mai tanti milioni di esseri umani erano stati coinvolti contemporaneamente nell'esperienza tragica di un immenso dolore collettivo. I monumenti ai morti, innalzati per consolare il dolore di milioni di famiglie, promettendo di perpetuare la sacralità dei caduti nella memoria delle future generazioni, rappresentarono anche il monumento funebre della modernità trionfante, che si era suicidata nella Grande Guerra.


La retorica è in agguato
di Paolo Pombeni Il Sole Domenica 9.3.14
  
Gli anniversari potrebbero essere delle buone occasioni per riprendere in mano dei problemi. Possono però anche essere la scusa per un eccesso di retorica: ecco dunque la trappola che bisogna evitare nella celebrazione del centenario della «Grande guerra», celebrazione che sta coinvolgendo le principali nazioni europee.
Ciò che colpisce, almeno in questa prima fase, è che non si colga l'occasione, a quel che sembra, di fare di questa celebrazione una riflessione di lungo periodo. Nel 2014 non ricorrono solo i cento anni dallo scoppio di quella che diventerà la «Prima guerra mondiale», ma anche i 200 anni dall'apertura del Congresso di Vienna e i 70 anni dalla liberazione di Parigi dall'occupazione nazista, evento che può ben simboleggiare l'inizio della fine del sogno hitleriano del "Reich millenario". Insomma, a ben vedere, il 2014 sarebbe una meravigliosa occasione per riflettere su un ciclo davvero "storico" della vicenda europea.
A Vienna nel 1814-15 si era messa la parola fine al tentativo napoleonico di unire il continente sotto un sistema che facesse convivere a un tempo una sola egemonia politica e una sola egemonia culturale (quella, riadattata, dell'estensione/imposizione della razionalità politica dell'illuminismo). L'Europa avrebbe dovuto invece tornare a essere, o, per meglio dire, avrebbe dovuto diventare un "concerto di potenze". Nessuna di esse doveva essere in grado di imporre da sola la propria egemonia, ma la loro collaborazione avrebbe dovuto tenere sotto controllo le pulsioni "nazionali" che si pensava complicassero inutilmente la geografia politica.
Si può discutere quanto il grande disegno di Metternich e compagni abbia resistito nel tempo. Secondo alcuni, pochi anni, perché la "restaurazione" (piuttosto creativa e poco restauratrice del pregresso) era già andata in crisi nel 1848 e col 1870 la nascita dell'impero tedesco, il consolidarsi del regno d'Italia, la sconfitta del rinascente sogno napoleonico disegnavano una diversa Europa. Ma si è anche sostenuto che, nonostante tutto, si sarebbe potuto trattare di "aggiustamenti" del sogno restaurativo, i quali in realtà non mettevano in crisi sostanziale quel grande disegno d'equilibrio. Esso si sarebbe infine infranto nel 1914 proprio per il precipitare del continente in una guerra per l'egemonia, perché in definitiva il "concerto" richiedeva un direttore d'orchestra e tutti pensavano che quel ruolo si potesse conquistare solo sul campo di battaglia. Al di là delle retoriche che nei vari Paesi "giustificavano" lo scoppio di una guerra, che tutti pensavano essere soluzione insana se avesse messo fine a una età di relativo benessere, stava l'illusione che si sarebbe trattato semplicemente di combattere una "guerra moderna".
È curioso rilevare quanto questo concetto, che poi sarebbe stato per così dire formattato dal quinquennio bellico, in partenza fosse assai diverso. Secondo gran parte dei protagonisti dell'epoca le guerre "moderne" erano quelle austro-prussiana del 1866 e quella franco-prussiana del 1870: scontri che, secondo la teoria di von Moltke sulla guerra di annientamento, si risolvevano di fatto in una o in poche grandi battaglie. Poi si passava al tavolo delle trattative per consolidare guadagni e perdite. Poco prima così si era svolta la guerra russo-giapponese del 1904-5.
Non andò ovviamente in questo modo, proprio perché la "modernità" delle tecnologie, dei sistemi di mobilitazione di massa (politica prima ancora che militare), della nuova dimensione della geopolitica fecero prendere un altro corso agli eventi.
Eppure l'Europa, in cui adesso si inserivano con ruoli inizialmente marginali gli Usa e le potenze asiatiche, non imparò la lezione. La pace fu "cartaginese", come scrisse Keynes, perché con l'adesione poco convinta delle potenze vincitrici al razionalismo riorganizzatore del presidente americano Wilson si finì per mascherare la ricerca di aree di predominio a loro beneficio. Che poi l'Italia in questo frangente abbia mostrato tutta l'arretratezza culturale delle sue classi dirigenti, almeno in tema di gestione delle relazioni internazionali, è un'altra questione che potrebbe suggerire oggi qualche utile riflessione.
Si arrivò così a giocare il "secondo tempo" del conflitto del 1914-18 con la "Seconda" guerra mondiale, che peraltro non concluse solo la mitica "guerra dei trent'anni" dell'età contemporanea, ma invece determinò la morte dell'egemonia europea intesa nelle antiche modalità e spinse poi a ricostruire una diversa Europa, sia in termini di "geografia" che di perdita di centralità nelle vicende mondiali. Oggi una seria riflessione su quel ciclo aiuterebbe, credo, a capire meglio la complicata situazione in cui versa l'Europa (che, anche questo è curioso, celebra nel 2014 anche una difficile tornata elettorale per il rinnovo del Parlamento della Ue). Di nuovo torna di attualità il problema dell'egemonia nella guida del continente per l'uscita da una congiuntura storica piuttosto complicata.
Per questo sarebbe meglio celebrare il centenario del 1914 con una riflessione storica approfondita, piuttosto che col rivangare irredentismi fuori tempo, celebrare miti eroici che rischiano di diventare telenovele, promuovere restauri che saranno restaurazioni senza senso, e insomma favorire tutto il revival delle leggende che, tradizionali o "revisioniste" che siano, servono a ben poco per quello che un tempo si sarebbe chiamato il progresso civile e morale di una nazione e di un continente.

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