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Emilio Gentile:
Storia illustrata della Grande Guerra. Due colpi di pistola, dieci milioni di morti, la fine di un mondo, Laterza
Risvolto
1914-1918. Il continente più progredito del mondo precipita nella
guerra più feroce mai combattuta. Per cinquantatre mesi, milioni di
soldati vivono nelle trincee una quotidiana esistenza di degradazione e
di orrori, massacrandosi in inutili carneficine di massa. È la
catastrofe della modernità.
Dieci milioni di morti, tre imperi secolari annientati, rivoluzioni,
guerre civili, nuovi Stati, nuovi nazionalismi, nuove guerre. E la fine
del primato europeo nel mondo. Sono queste le conseguenze dei due colpi
sparati a Sarajevo il 28 giugno 1914. Un mese dopo esplode la guerra
europea: in quattro anni, diventa la prima guerra mondiale. Nel
continente che domina il mondo, la modernità trionfante della Belle Époque
si trasforma nella modernità massacrante di una guerra totale. La prima
guerra mondiale lascia un marchio tragico nella coscienza umana: venti
anni dopo, una seconda guerra mondiale, con cinquanta milioni di morti,
lo rende indelebile.
Gli storici interrogano la Grande Guerra: perché scoppiò, perché tanti
milioni di soldati furono massacrati e perché altri milioni continuarono
a combattere per tanto tempo? Conoscere la sua storia è la condizione
per trovare una risposta.
Emilio Gentile racconta con parole e immagini l’evento che ha dato origine all’epoca in cui viviamo.
Due spari una Guerra
Tutto iniziò con i due colpi di Sarajevo il 28
giugno 1914. Il caso ebbe la sua parte ma il conflitto fu scelto anche da chi
aveva il potere di evitarlo. L'anteprima del libro di Emilio Gentile
sull'evento bellico che cambiò la Storia
di Emilio
Gentile Il Sole Domenica 9.3.14
Il 1° agosto 1914 iniziava la Grande Guerra. Forse nessuno la voleva, ma
nessuno seppe evitarla. Non fu inevitabile per fatalità, ma non esplose neppure
per caso, anche se il caso ebbe la sua parte. Fu decisa da uomini che avevano
il potere di scegliere fra la pace e la guerra. E scelsero la guerra.
La guerra fu dichiarata dai governanti senza consultare i governati.
Tuttavia, in nessuno degli Stati belligeranti gli uomini mobilitati, che
andarono al fronte per uccidere o essere uccisi, si ribellarono contro i loro
governanti. Molti pensavano che la guerra sarebbe durata pochi mesi; pochi
previdero che sarebbe durata alcuni anni. Le previsioni dei pochi furono
offuscate dalle illusioni dei molti.
La Grande Guerra durò cinquantatré mesi. Vi parteciparono le maggiori potenze
mondiali e Stati minori di tutti i continenti. Furono mobilitati circa settanta
milioni di uomini. Le ultime classi chiamate a combattere furono formate da
giovani nati fra il 1899 e il 1900. I combattimenti della Grande Guerra
cessarono l'11 novembre 1918.
Il mio libro descrive aspetti peculiari o tipici dei combattenti e del
combattimento, delinea fenomeni e comportamenti collettivi, che mi sono
sembrati più rappresentativi della Grande Guerra e utili a far comprendere la
sua natura e il suo significato. ... Il racconto si svolge secondo un punto di
vista che esclude la necessità inevitabile degli eventi e attribuisce agli
individui la responsabilità delle loro decisioni, ma considera anche che su
ogni decisione influiscono forze, circostanze, contingenze, necessità, che
sfuggono al controllo della ragione e alla previsione del singolo individuo. È
un punto di vista che non esclude il caso dalle vicende umane.
Secondo questo punto di vista, la concatenazione degli avvenimenti, che
ebbe origine da due colpi di pistola sparati a Sarajevo il 28 giugno 1914, e
culminò con l'esplosione della Grande Guerra, non aveva nulla di inevitabile.
Essa dimostra inoltre come le scelte e le decisioni dei governanti possano
avere conseguenze imprevedibili, terribili e irreversibili per la massa dei
governati. Dieci milioni di morti e la fine di un mondo, fondato sul primato
dell'Europa e sulla fede nel progresso di una modernità trionfante guidata
dalla ragione, furono il risultato della concatenazione degli avvenimenti
originata dai due colpi di pistola sparati a Sarajevo cento anni fa. ...
La Grande Guerra divenne inevitabile per una concatenazione di eventi e di
decisioni, che coinvolsero i governanti dei maggiori Stati europei. Dopo l'ultimatum
dell'Austria alla Serbia 23 luglio 1914, essi si erano trovati di fronte a un
confuso accumularsi di circostanze impreviste, che li costrinsero a prendere
decisioni gravide di terribili conseguenze. Le loro decisioni, prese sotto
l'incalzare di informazioni, notizie, comunicazioni, voci, minacce,
ammonimenti, appelli alla prudenza, incitamenti all'azione, furono influenzate
dalla considerazione degli interessi nazionali e individuali che erano in
gioco, dalla percezione della situazione interna e internazionale, e dalle
congetture sui suoi possibili sviluppi. Alcuni, come i tedeschi, furono più
propensi di altri ad accettare il rischio di una guerra generale, ma tutti
agirono mossi più dalla paura di essere aggrediti che dalla volontà di aggredire.
Nessuno dei governanti che dichiararono guerra avrebbe voluto provocare un
conflitto continentale, ma nessuno fu capace di impedire che ciò avvenisse.
Tutti erano convinti di essere stati costretti dalla necessità di difendere il
loro Paese da un'aggressione. Alla fine, non fu una ragionevole razionalità,
politica, diplomatica, militare o economica, a prevalere nelle scelte e nelle
decisioni dei governanti, ma una irragionevole razionalità, mossa dal senso
dell'onore, dal patriottismo, dal nazionalismo e dalla ragion di Stato. ...
I due colpi di pistola sparati il 28 giugno 1914, provocando dieci milioni
di morti per effetto delle loro conseguenze, furono l'inizio della fine di un
mondo. ...
Durante l'estate del 1914, nel corso di poche settimane, le popolazioni del
continente più progredito, più evoluto, più colto, più civile, più ricco e più
potente del mondo precipitarono nell'abisso di una guerra immane, con
un'improvvisa esplosione di odio, di crudeltà, di massacri e di orrori, che non
aveva eguali nella storia del genere umano. ...
In pochi mesi, l'epoca bella della modernità trionfante si era tramutata
nell'epoca tragica della modernità massacrante. L'orgoglio dell'umanità
progredita si era trasformato nella furia omicida della stessa umanità, che aveva
concentrato tutte le sue energie morali e tutte le sue forze produttive in una
guerra senza fine, dove l'unico scopo era l'annientamento del nemico. Esplosa
quando la civiltà europea era all'apogeo della sua egemonia mondiale, la Grande
Guerra aveva dimostrato di quanta crudeltà fosse capace la parte più
civilizzata e più progredita dell'umanità, che non aveva esitato a usare tutte
le risorse della produzione industriale, le conquiste della scienza e della
tecnica, l'efficienza organizzativa degli apparati statali, l'ingegno, la
cultura e le arti per produrre una gigantesca macelleria umana allo scopo di
conseguire la vittoria su un nemico disumanizzato, demonizzato e bestializzato.
La tutela della vita umana, la libertà delle persone, la ricerca della verità,
la solidarietà fra i popoli civilizzati, che erano state fino al 1914 gloria e
vanto del primato europeo nel mondo, apparivano irreparabilmente violate dallo
scatenamento delle più feroci passioni umane scatenate nella carneficina di
massa. «La guerra – constatava un soldato francese – non ha fatto di noi
soltanto dei cadaveri, degli impotenti, dei ciechi, ma, nel bel mezzo di
stupende azioni di sacrificio e di abnegazione, ha risvegliato nel nostro animo
antichi istinti di crudeltà e di barbarie, talvolta portandoli al parossismo. A
me è capitato, a me che mai ho dato un pugno a qualcuno, a me che ho in orrore
il disordine e la brutalità, di provare piacere nell'uccidere». ... Antichi
flagelli, che la modernità sembrava aver debellato per sempre dal continente
europeo, furono resuscitati e scatenati con rinnovato vigore dal nuovo e
moderno flagello della guerra totale.
La morte, che la fede del progresso aveva preteso di relegare fuori
dall'orizzonte della modernità trionfante, aveva riconquistato il suo potere
sulla vita quotidiana di milioni di uomini, falciandoli con una ferocia mai
sperimentata prima nella lotta fra gli esseri umani.
Mai tanti individui erano stati massacrati contemporaneamente in una tanto
immane carneficina di massa. Mai tanti milioni di esseri umani erano stati
coinvolti contemporaneamente nell'esperienza tragica di un immenso dolore
collettivo. I monumenti ai morti, innalzati per consolare il dolore di milioni
di famiglie, promettendo di perpetuare la sacralità dei caduti nella memoria
delle future generazioni, rappresentarono anche il monumento funebre della
modernità trionfante, che si era suicidata nella Grande Guerra.
La
retorica è in agguato
di Paolo Pombeni Il Sole Domenica 9.3.14
Gli anniversari potrebbero
essere delle buone occasioni per riprendere in mano dei problemi. Possono però
anche essere la scusa per un eccesso di retorica: ecco dunque la trappola che
bisogna evitare nella celebrazione del centenario della «Grande guerra»,
celebrazione che sta coinvolgendo le principali nazioni europee.
Ciò che colpisce, almeno in questa prima fase, è che non si colga l'occasione,
a quel che sembra, di fare di questa celebrazione una riflessione di lungo
periodo. Nel 2014 non ricorrono solo i cento anni dallo scoppio di quella che
diventerà la «Prima guerra mondiale», ma anche i 200 anni dall'apertura del
Congresso di Vienna e i 70 anni dalla liberazione di Parigi dall'occupazione
nazista, evento che può ben simboleggiare l'inizio della fine del sogno hitleriano
del "Reich millenario". Insomma, a ben vedere, il 2014 sarebbe una
meravigliosa occasione per riflettere su un ciclo davvero "storico"
della vicenda europea.
A Vienna nel 1814-15 si era messa la parola fine al tentativo napoleonico di
unire il continente sotto un sistema che facesse convivere a un tempo una sola
egemonia politica e una sola egemonia culturale (quella, riadattata,
dell'estensione/imposizione della razionalità politica dell'illuminismo).
L'Europa avrebbe dovuto invece tornare a essere, o, per meglio dire, avrebbe
dovuto diventare un "concerto di potenze". Nessuna di esse doveva
essere in grado di imporre da sola la propria egemonia, ma la loro
collaborazione avrebbe dovuto tenere sotto controllo le pulsioni
"nazionali" che si pensava complicassero inutilmente la geografia
politica.
Si può discutere quanto il grande disegno di Metternich e compagni abbia
resistito nel tempo. Secondo alcuni, pochi anni, perché la
"restaurazione" (piuttosto creativa e poco restauratrice del
pregresso) era già andata in crisi nel 1848 e col 1870 la nascita dell'impero
tedesco, il consolidarsi del regno d'Italia, la sconfitta del rinascente sogno
napoleonico disegnavano una diversa Europa. Ma si è anche sostenuto che,
nonostante tutto, si sarebbe potuto trattare di "aggiustamenti" del
sogno restaurativo, i quali in realtà non mettevano in crisi sostanziale quel
grande disegno d'equilibrio. Esso si sarebbe infine infranto nel 1914 proprio
per il precipitare del continente in una guerra per l'egemonia, perché in definitiva
il "concerto" richiedeva un direttore d'orchestra e tutti pensavano
che quel ruolo si potesse conquistare solo sul campo di battaglia. Al di là
delle retoriche che nei vari Paesi "giustificavano" lo scoppio di una
guerra, che tutti pensavano essere soluzione insana se avesse messo fine a una
età di relativo benessere, stava l'illusione che si sarebbe trattato
semplicemente di combattere una "guerra moderna".
È curioso rilevare quanto questo concetto, che poi sarebbe stato per così dire
formattato dal quinquennio bellico, in partenza fosse assai diverso. Secondo
gran parte dei protagonisti dell'epoca le guerre "moderne" erano
quelle austro-prussiana del 1866 e quella franco-prussiana del 1870: scontri
che, secondo la teoria di von Moltke sulla guerra di annientamento, si
risolvevano di fatto in una o in poche grandi battaglie. Poi si passava al
tavolo delle trattative per consolidare guadagni e perdite. Poco prima così si
era svolta la guerra russo-giapponese del 1904-5.
Non andò ovviamente in questo modo, proprio perché la "modernità"
delle tecnologie, dei sistemi di mobilitazione di massa (politica prima ancora
che militare), della nuova dimensione della geopolitica fecero prendere un
altro corso agli eventi.
Eppure l'Europa, in cui adesso si inserivano con ruoli inizialmente marginali
gli Usa e le potenze asiatiche, non imparò la lezione. La pace fu
"cartaginese", come scrisse Keynes, perché con l'adesione poco
convinta delle potenze vincitrici al razionalismo riorganizzatore del presidente
americano Wilson si finì per mascherare la ricerca di aree di predominio a loro
beneficio. Che poi l'Italia in questo frangente abbia mostrato tutta
l'arretratezza culturale delle sue classi dirigenti, almeno in tema di gestione
delle relazioni internazionali, è un'altra questione che potrebbe suggerire
oggi qualche utile riflessione.
Si arrivò così a giocare il "secondo tempo" del conflitto del 1914-18
con la "Seconda" guerra mondiale, che peraltro non concluse solo la
mitica "guerra dei trent'anni" dell'età contemporanea, ma invece
determinò la morte dell'egemonia europea intesa nelle antiche modalità e spinse
poi a ricostruire una diversa Europa, sia in termini di "geografia"
che di perdita di centralità nelle vicende mondiali. Oggi una seria riflessione
su quel ciclo aiuterebbe, credo, a capire meglio la complicata situazione in
cui versa l'Europa (che, anche questo è curioso, celebra nel 2014 anche una
difficile tornata elettorale per il rinnovo del Parlamento della Ue). Di nuovo
torna di attualità il problema dell'egemonia nella guida del continente per
l'uscita da una congiuntura storica piuttosto complicata.
Per questo sarebbe meglio celebrare il centenario del 1914 con una riflessione
storica approfondita, piuttosto che col rivangare irredentismi fuori tempo,
celebrare miti eroici che rischiano di diventare telenovele, promuovere
restauri che saranno restaurazioni senza senso, e insomma favorire tutto il
revival delle leggende che, tradizionali o "revisioniste" che siano,
servono a ben poco per quello che un tempo si sarebbe chiamato il progresso
civile e morale di una nazione e di un continente.
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