lunedì 10 marzo 2014
L'anniversario della Grande Guerra. Le battaglie di materiali
Il laboratorio dell’orrore
di Wladimiro Settimelli l’Unità 9.3.14
AMMAZZARE MEGLIO, AMMAZZARE DI PIÙ, AMMAZZARE PIÙ VELOCEMENTE, VINCERE E
CONQUISTARE. Questi erano gli ordini. Il resto non contava proprio
nulla. Per questo le nuove armi della grande guerra ’14-’18, non furono
certamente concepite, dai governi, dagli stati maggiori e
dall’industria, per risparmiare le vite dei soldati. Quel problema non
se lo pose proprio nessuna tra le parti in lotta... E così, lo scontro
si trasformò in un grande «laboratorio dell’orrore», con una
terrificante escalation che lasciò nelle campagne, sui monti, nei boschi
e sui mari, milioni di morti, di mutilati e di invalidi, spesso
costretti, per il resto della vita, all’angoscia e alla povertà.
Dunque, i grandi «progressi tecnici» portati dalla guerra (è un problema
vecchio come la storia) non fecero altro che aiutare lo sterminio.
Forse, nel centenario del primo grande scontro mondiale che sarà
celebrato quest’anno in tutte le nazioni europee e negli Stati Uniti,
qualcuno lo ricorderà ancora una volta, nella giusta misura. Lo fecero i
socialisti alla fine della tragedia quando, nel giorno in cui il treno
con le spoglie del milite ignoto, scese lungo l’Italia, scrissero nei
loro manifestini e sui giornali: «Povere mamme, mogli, figli e sorelle,
quando passerà il milite ignoto che sicuramente è uno di noi,
inginocchiatevi pure e piangete, ma non dimenticate mai di maledire la
guerra».
Per quella guerra, nazioni grandi e piccole, dal 1914 al 1918, gettarono
nelle trincee milioni di esseri umani che erano stati portati via anche
dai più piccoli e dispersi paesi e villaggi della cara e vecchia
Europa. E lo scontro, per questo, fu subito «industriale» e di massa.
Anzi tecnologico, come diremmo oggi. L’impero britannico mobilitò circa
9,5 milioni di soldati, la Francia 8 milioni circa, la Russia 13
milioni, l’Italia (dal 1915) 5,6 milioni, l’America quasi 4, la Germania
ben 13,2 milioni, l’Austria-Ungheria 9 milioni. Le industrie, in tutti
paesi, furono militarizzate e le donne, in fabbrica, presero il posto
degli uomini.
Ma quali furono le armi nuove della guerra ’14-’18 e quelle vecchie utilizzate in maniera strategicamente diversa?
Possono essere riunite, grosso modo, in sette gruppi diversi: i carri
armati, l’aviazione, i sottomarini, i gas asfissianti (un orrore senza
fine), le mitragliatrici, l’artiglieria di grossissimo calibro e il filo
spinato, utilizzato come mai prima di allora...
Cominciamo proprio da quest’ultimo. Non venne usato soltanto per i
Cavalli di Frisia, ma steso per chilometri e chilometri, tenuto basso
dai paletti di ferro, per una profondità di decine e decine di metri. In
questo modo, quando i soldati scattavano all’attacco e si avvicinavano
alle trincee avversarie, inciampavano nel filo spinato, rimanevano
impigliati e non riuscivano più a liberarsi. A quel punto, dall’altra
parte, le mitragliatrici aprivano il fuoco ed era il massacro. Le
cronache ricordano un disperato attacco italiano sul Grappa con i
mitraglieri austriaci che, sparando, continuavano a gridare: «No,
italiani, fermatevi, non fatevi ammazzare così».
La sorpresa dei carri armati, invece, l’ebbero per primi i tedeschi,
durante la battaglia della Somme. Era il 15 settembre del 1916. La
fanteria che partiva all’attacco e gli uomini nelle trincee, udirono un
terribile sferragliare e poi videro arrancare, da un saliente, un
bestione di ferro cingolato e a forma di scatola, dal quale partivano
micidiali raffiche di mitragliatrice. Era il carro armato che si muoveva
lento e con apparente difficoltà. Apparteneva all’esercito inglese e si
chiamava «Mark 1». Lungo i dieci chilometri del fronte se ne stavano
muovendo oltre trecento. Facevano un rumore infernale. Ogni carro,
pesava 28 tonnellate, era lungo otto metri e aveva a bordo un ufficiale e
sette uomini. Le armi a disposizione erano due cannoncini e sei
mitragliatrici. L’antica invenzione di Leonardo, dunque, era diventata
un mostro d’acciaio che i fanti guardavano con terrore. Naturalmente,
dopo qualche mese, anche i francesi, i tedeschi e poi gli italiani,
costruirono carri armati di ogni genere.
Per quanto riguarda le mitragliatrici bisogna dire che si trattava di
una invenzione «antica» perfezionata da una guerra all’altra. Durante la
Grande Guerra ne furono distribuite a tutte le truppe in lotta. Erano
state fabbricate dalla Browning, dalla Vickers, dalla Fiat, dalla
Mauser, dalla Breda e da altre società. Sparavano fino a cinquecento
colpi al minuto e molte avevano un raffreddamento ad acqua. Furono un
arma micidiale per la guerra di trincea. Grandi novità, invece, per la
guerra sul mare. Alle grosse e potenti navi di superficie, i tedeschi
aggiunsero, per primi, gli «U-Boot», i sommergibili che riuscirono a
distruggere centinaia di navi inglesi. Scorrazzavano ovunque e
affondarono anche piroscafi carichi di passeggeri. Tutte le navi da
battaglia avevano ormai cannoni enormi e micidiali. Fu nello Jutland
(Mare del Nord) che la flotta inglese venne gravemente danneggiata da
quella tedesca. In quella zona, ancora oggi, parti di scheletri
rimangono ancora impigliati nelle reti dei pescatori. Noi italiani, sui
mari, diventammo noti per i Mas, i motoscafi veloci che, il 10 giugno
1918, affondarono a Premuda, la grande nave da battaglia austriaca
«Santo Stefano».
E ora l’aviazione. Fu proprio nel corso della Prima Guerra Mondiale che
l’utilizzazione dell’arma aerea cambiò definitivamente. L’entusiasmo per
il volo, come si sa, aveva contagiato tutto il mondo, ma gli aerei, in
guerra, erano stati utilizzati, fino a quel momento, solo per rilevare
le posizioni avversarie, scattare foto e dirigere i tiri
dell’artiglieria. I «velivoli», come si chiamavano allora, erano ancora
costruiti con il legno e la tela cerata. Poi, da bordo, gli «addetti»
cominciarono a sganciare, a mano, delle bombe sulle trincee nemiche. Con
scarsi risultati, ovviamente. Venne bombardata anche Venezia e Gabriele
D’Annunzio volò con un gruppo d’aerei fin sopra Vienna, per lanciare
dei manifestini. Quando gli ingegneri risolsero il problema di sparare
con la mitragliatrice di bordo senza colpire l’elica, ebbero inizio i
grandi duelli aerei e nacque il mito dei «cavalieri coraggiosi» che si
uccidevano in aria. Tra loro, gli assi dei quali tutti i giornali
scrivevano: Francesco Baracca, Manfred von Richthofen (il «barone
rosso»), l’inglese Albert Ball, il francese Gorge Gaynemer, il tedesco
Max Immelmann. I loro aerei erano i Fokker, i Morane Saulnier, i
Nieuport. Tutti poco più che scatole di sardine con le ali.
Ed eccoci all’artiglieria che fu davvero la chiave di volta della
guerra. Vennero fabbricati e portati al fronte da tutte le nazioni,
obici, bombarde, mortai e cannoni di ogni tipo e genere e i soldati ne
trascinarono a centinaia anche sulle vette più alte e innevate d’Europa.
I tedeschi, quando entrarono in Belgio, per distruggere Fort Loncin,
usarono un mortaio da «420», una bocca colossale trascinata da 36
cavalli. Il supercannone più famoso di tutta la grande guerra rimane,
comunque, la «Grande Bertha», costruito in Germania dai Krupp. Era lungo
35 metri, pesava 78 tonnellate e aveva 70 serventi. Sparò su Parigi da
una distanza incredibile di 112 chilometri. Il primo colpo arrivò sulla
città alle ore 7,20 del 23 marzo 1918 e provocò qualche morto, ma sparse
il terrore tra la gente.
E ora l’orrore dei gas asfissianti. Fu nella regione di Ypres, in
Belgio, ed esattamente tra Langemark e Bixschoote, che il 22 aprile 1915
arriva sulle trincee francesi una nuvola giallo verdastra. È una folata
di gas terribile e i fanti (i celeberrimi poilus) non sanno cosa fare.
Dopo pochi istanti, a migliaia si rotolano per terra, urlano, chiedono
dell’acqua e corrono come impazziti, strappandosi i vestiti di dosso e
buttando le armi. Dopo pochi minuti cinquemila erano già morti. Altri
diecimila saranno piagati in modo irreparabile. Due giorni dopo tocca ai
canadesi: saranno altri cinquemila morti. I tedeschi definiscono questi
attacchi degli «esperimenti », in risposta ai francesi che avevano
utilizzato gas lacrimogeni.
Indimenticate le foto di un gruppo di soldati italiani morti all’istante
in una caverna, con il cucchiaio in mano, mentre consumavano il rancio,
o quella della lunga fila di soldati inglesi che tengono una mano sulla
spalla dell’altro per andare verso un ospedale da campo: sono stati
tutti accecati dai gas.
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