venerdì 30 maggio 2014

I nuovi Keynes e Palme o i nuovi Gianni e Pinotto?

Stefano Fassina
“Su Matteo ho sbagliato, è l’uomo giusto al posto giusto”
intervista di Concetto Vecchio Repubblica 29.5.14


ROMA . Montecitorio sul far della sera. Sprofondato in una stanchezza metafisica Stefano Fassina a un certo punto bisbiglia: «Renzi l’avevo sottovalutato».
Cosa ha pensato quando ha visto lampeggiare quel 40 per cento?
«Un’apparizione! Un sentimento di stupore, d’incredulità. Ci siamo attaccati ai telefonini e il dato era uniforme in tutte le sezioni. Vedere quel 4...dopo il simbolo del Pd...».
Quindi Renzi si è rivelato più bravo di voi bersaniani?
«Ha dimostrato grandi qualità: è l’uomo giusto al posto giusto».
Lei è stato un avversario del segretario,
perché è finito nella foto dei vincitori?
«Ci sono, ma avrà notato che sono molto defilato, del tutto nascosto: in un angolino ».
Era in imbarazzo?
«No, ma a mettermi in mostra mi sarei sentito stupido, infantile».
Come mai Stumpo e D’Attorre si riconoscono distintamente?
«Ognuno ha la sua sensibilità. Questa vittoria non è la mia, sono un dirigente del Pd, ma non sono stato in prima linea in tutta la campagna per le Europee».
Adesso anche lei tesse grandi elogi del premier: possiamo definirla renziano?
«Questi sono divertimenti di voi giornalisti ».
E allora cos’è?
«Fassiniano».
Fonda una sua corrente?
«Resto me stesso. Non salgo su nessun carro del vincitore, non voglio poltrone. E ragiono con la mia testa. Continuo, ad esempio, a pensare che puntare consolidare il 40 per cento con la Terza via di Blair vorrebbe dire andare a sbattere».
Fassina, lei definiva Renzi «il portaborse di Pistelli che ripete a pappagallo le ricette della destra».
«Ricordo perfettamente, ma lui aveva detto che io non prendevo nemmeno i voti del mio condominio. Comunque è roba vecchia».
E infatti ora dice: «Renzi è stato il nostro valore aggiunto».
«Le dirò di più: Matteo ha capito più e meglio di noi che la fine di una stagione, intuendo che stava avvenendo un passaggio d’epoca: è un grande merito. Glielo riconosco ».
Bersani invece?
«Nel 2013 l’errore è stato quello di ritenere che la gente ci avrebbe premiati per l’appoggio al governo Monti. Alcuni dei dirigenti di allora propugnavano apertamente “l’agenda Monti” mentre nel Paese ribolliva il disagio sociale, la protesta dei senza lavoro, l’antipolitica ».
Perché Renzi ha preso voti anche a destra?
«È stato percepito come estraneo al circuito consolidato che aveva dato vita al Pd, e poi ci metta che Berlusconi non ha più nulla da dire e Grillo è un avventuriero ».
E’ un bene prendere finalmente i voti dell’altro campo?
«Lo trovo positivo. Matteo dimostra una capacità drastica di cogliere i problemi: l’altra sera da Vespa l’ho visto proporre ricette keynesiane. Mi è piaciuto ».
Dopo «il Fassina chi?» vi siete più parlati?
«Qualche messaggino ogni tanto: ma quella resta una critica politica, infatti io mi dimisi dal governo».
Ma che spazio potrà avere uno come lei nel Pd?
«Abbiamo preso il 40 per cento anche perché è rimasta un’anima di sinistra».
Quindi in fondo è anche merito vostro?
«Il Pd potrà rimanere così forte se rimane un partito plurale e non schiacciato su un’unica posizione e io continuerò a battermi per le idee nelle quali credo, ma onore a Matteo: ha reso credibile una proposta di vero cambiamento».



Gianni Cuperlo
«Ma quale carro del vincitore, tutto il Pd si è battuto per salvare l’Italia dal caos»
«Gestione unitaria? Nei prossimi giorni dovremo concorrere tutti a trovare le soluzioni più utili al bene del governo e del nostro partito»l’Unità 29.5.14

Onorevole Gianni Cuperolo, è l’effetto Renzi ad aver determinato questo risultato alle elezioni europee?
«Il suo impatto è stato decisivo. Riconoscerlo è un atto di onestà. Vedo che si fa dell’ironia sul famoso carro del vincitore dove tutti si affannerebbero a salire. Mi pare una caricatura, se posso dirlo anche ingenerosa. La verità è che l’intero partito, il suo gruppo dirigente, si è mosso con la convinzione che il traguardo davanti a noi fosse decisivo e i rischi di tenuta del nostro ordinamento una incognita vera. Nessuno si è tirato indietro e ciascuno ha fatto la sua parte. Detto ciò ame colpisce un altro aspetto. Ed è che l’Italia di fronte alla scelta tra l’avventura e la scommessa delle riforme ha scelto la seconda via. In questo la chiave della speranza ha davvero vinto sulla rabbia. Poi certo, il voto non era un referendum su Palazzo Chigi, ma dalle urne il governo è uscito rafforzato e adesso l’Italia è più autorevole, prima di tutto in Europa».
L’altra sera al Nazareno c’erano le nuove leve del Pd, nessun vecchio big. È passata anche attraverso questo cambiamento profondo la vittoria?
«Si è vinto per tante ragioni, e anche per questo messaggio di novità che ha riguardato la più marcata staffetta del potere che il Paese abbia conosciuto negli ultimi decenni. Personalmente il termine rottamazione, se applicato agli umani, l’ho sempre trovato sguaiato e non ho mutato opinione. Credo, invece, nel ricambio e rinnovamento, tanto più in un Paese segnato da conservatorismi, burocrazie e rendite insopportabili. La politica ha iniziato una rivoluzione. Altri meno. Sa cosa mi ha colpito in questi giorni? Che mentre erano nuovi molti dei protagonisti, nel governo e nei partiti, su un altro piano conduttori, commentatori, analisti erano e sono gli stessi da trent’anni a questa parte. Sono quelli che ci hanno spiegato cosa dovevamo pensare di Craxi, Berlusconi, Prodi, e oggi, con la stessa baldanza, ce lo spiegano di Grillo e Renzi. E potremmo continuare con economia, finanza, professioni... Una riflessione seria sulle élite di questo Paese prima o dopo sarà giusto farla per vedere dove albergano davvero le “caste”».
Renzi chiede la gestione unitaria del Partito, lei come intende contribuire a questo nuovo processo. Entrerà in segreteria?
«Ho affrontato una battaglia al congresso, l’ho persa, ho riconosciuto la legittimità piena di Renzi un minuto dopo e tanto più la riconosco oggi alla luce di questo risultato. Penso però che il modo migliore di aiutare lui e il Pd a fare le riforme giuste sia di esprimere le proprie convinzioni, con lealtà e in autonomia. In fondo il discrimine tra i partiti carismatici e gli altri passa da qui. Nei primi può capitare che gli accidenti e l’abilità di un capo scatenino un plebiscito. Nei secondi contano molto di più il pluralismo delle idee e un radicamento sociale destinato a irrobustirsi nel tempo: noi siamo questo e dopo domenica abbiamo tutti una grande responsabilità. In altre parole quel 40% carica Palazzo Chigi di un dovere enorme, ma insieme ci restituisce per intero la questione del partito che immaginiamo, del suo profilo e funzionamento, della prassi che si coltiva nella sua direzione e nella vitalità del suo pluralismo. Io leggo la gestione unitaria della nuova fase come la scelta di condividere questo bisogno. Se è così non solo sono favorevole, ma credo che nei prossimi giorni dovremo concorrere tutti a trovare le soluzioni e l’equilibrio più utili al bene del governo e del nostro partito. Questo vuol dire promuovere persone di qualità, anche dai territori e fuori dalle filiere di corrente».
Come si cambia la politica Ue, alla luce di questi nuovi scenari politici econ l’avanzata degli euroscettici?
«Il voto di Parigi è una ferita nel cuore del continente. Una formazione euro- fobica coi trascorsi del Front National si inerpica su tutte le altre mentre i socialisti arrancano sulla soglia del 15%. All’Spd è andata meglio, e meglio ancora a Tsipras in una Grecia che la crisi e la troika hanno violentato nella sua dignità di popolo e di nazione. Nell’insieme le forze e i movimenti anti europei occuperanno un quinto degli scranni di Strasburgo. Non è lo sfondamento temuto da alcuni, ma neppure un dato che si può tacere. Tutto questo restituisce centralità alla ricetta che è stata il cuore della nostra campagna. Non meno Europa, ma un’Europa radicalmente diversa. Come ha detto il capo del governo, un’Europa che non si limiti a salvare le banche ma senta il dovere morale di salvare migliaia di vite dalle onde del Mediterraneo, che si e ci da a sanzionare anche i governi che calpestano i diritti dei lavoratori o le tutele sociali fondamentali, che passi finalmente ad una vera unione bancaria e fiscale. Che faccia dei diritti umani, a cominciare da quelli delle donne, la bandiera non di una politica ma di una civiltà. Che liberi risorse prendendo atto che senza una diversa politica monetaria e un piano di investimenti pubblici esterni al patto di stabilità l’economia è come una Mercedes a secco di benzina».
Qui, in Italia, ci sono le condizioni per accelerare sulle riforme o c’è il rischio di continui stop and go?
«Credo e spero di sì. Non ci sono più alibi e il mandato democratico delle urne lo ha certificato in quella percentuale da ebbrezza. Riforma costituzionale e nuova legge elettorale camminano assieme. Sulla seconda conservo le mie riserve. Credo vada migliorata sulle soglie e la doppia preferenza di genere se non vogliamo incorrere nuovamente nella scure della Consulta. Sul Senato si parta dal testo base e si correggano i limiti che ancora ci sono. Stiamo parlando della nuova architettura dello Stato, dei contrappesi necessari, del sistema delle garanzie costituzionali. La medaglia non la vince chi fa spendere meno, ma chi rende la democrazia più forte e credibile. Comunque ce la faremo, sì. Ne sono certo».
Sull’intervista di Migliore che pensa ad un unico partito della sinistra?
«Penso che il PD debba aprirsi e debba farlo su più fronti. La conquista di una quota del voto moderato, dell’elettorato di Sc, del popolo delle partite Iva è importante. Ma è decisivo allargare il campo alla nostra sinistra, soprattutto in vista del voto politico che non sarà la fotocopia dell’oggi. E allora bene la riflessione che si apre dentro SeL, ma bene guardare anche al tanto di buono che è fuori da noi, associazioni, movimenti, forze del civismo, della legalità. Vedo anche in tutto ciò lo spazio di una sinistra interamente da ripensare dentro questo nuovo inizio».

Nessun commento: