venerdì 30 maggio 2014
Un convegno hegeliano a Milano
Calare il pensiero del «Drago di Jena» nella contemporaneità A Milano studiosi a convegno
di Giulio Goria e Giacomo Petrarca l’Unità 29.5.14
«NON
SI FA FILOSOFIA COME SI STA IN PIEDI E SI CAMMINA». Cioè: non è da
tutti. Senza dubbio oggi a parlare così s’incontra una generale
derisione; o almeno l’incomprensione dei più. Giacché si capisce che
un’espressione così lapidaria ed urticante stride con le comuni
avvertenze adottate nell’agone democratico e liberale, quanto mai
attento ad estendere il campo della pubblica discussione. Di ciò non v’è
neppure più sorpresa. Quel che invece dovrebbe far nascere qualche
sospetto in più è il fatto che il riso si diffonda anche nel cosiddetto
circuito accademico; quello stesso circuito che, però, spesso si intesta
la padronanza della filosofia. Con una differenza: che lì alla durezza
della proposizione citata si accompagnerebbe la conoscenza della penna
che l’ha scritta, quella di Hegel.
Ecco allora la tanto rischiosa
impresa che ha riunito alcuni filosofi italiani presso l’università San
Raffaele di Milano: prendere sul serio la lapidarietà dell’ammonimento
hegeliano senza però farne argomento di sola tecnica accademica. Questo
l’intento che questa settimana ha animato il convegno dedicato proprio
«al drago di Jena», come il contemporaneo Schelling ebbe ad apostrofare
Hegel. Due giornate di studi in cui personalità di diversa provenienza
ma accomunate tutte da indubbia originalità nel panorama filosofico
italiano - Luca Illetterati, Massimo Adinolfi, Adriano Fabris, Gaetano
Rametta, Massimo Donà, Vincenzo Vitiello - hanno dialogato con più
giovani studiosi, dottorandi, ricercatori. Che sia stato un convegno tra
esperti però non spiega affatto che si sia trattato di filosofia; con
buona pace di chi vorrebbe ridurre al ristretto specialismo il senso
delle parole hegeliane sopra citate.
Dove allora andare a cercarlo
l’esercizio della filosofia, senza confonderne il fantasma con il corpo
vivente? A sentire gli interventi della due giorni milanese si potrebbe
abbozzare una risposta del genere: là dove c’è la fatica del pensiero
per darsi collocazione nella realtà; e dunque, proprio nelle forme
linguistiche, politiche e religiose che al mondo appartengono.
«Prospettive hegeliane - che è il titolo del convegno milanese - allude
dunque al modo in cui la filosofia, quella di ieri non più di quella di
oggi, deve forse abitare il suo presente: portando la realtà in pensieri
non meno che il pensiero nella molteplice e varia realtà; realtà che se
risulta a portata di mano - o di quella mano inedita che sono le nostre
protesi tecnologiche -, ad un tempo si dilegua e disperde in multiformi
e sfuggevoli rivoli; tanti e tanto differenti sono gli alberi da render
straordinariamente ardua la vista generale della foresta.
Sa la
filosofia rimanere se stessa calandosi in queste impervie vie? Ha ancora
uno sguardo sull’intero? Hegel viene in questione oggi perché il mondo
sfugge al suo concetto: ma non è in questo modo richiesto, se non la si
vuol far troppo facile, un pensiero di questo mondo, il che ci riporta
nuovamente a Hegel e al suo bisogno di filosofia a partire dalle forme
che il mondo assume? O la si mette così o non si fa che vuota retorica
accademica rilanciando la domanda: «perché e come Hegel oggi?».
Insomma,
né si confanno alla filosofia le prediche edificanti che vorrebbero
rivolgersi al mondo appuntandogli una forma che dovrebbe - chissà poi
per quale ragione - indossare. Né il discorso filosofico evita il
rischio di mutare natura relegandosi alla dimensione accademica, per
quanto inappuntabili possano essere i suoi risultati. In entrambi i casi
cioè non cambia la sostanza: la filosofia ci farebbe - e troppo spesso
oggi ci fa - la stessa figura di generale imbarazzo del bibliofilo
protagonista del noto romanzo di Elias Canetti, Autoda fé, quando nel
mondo si addentra: mondo senza testa o teste (accademiche) senza mondo?
Così le prospettive hegeliane cercate o almeno indicate nel convegno,
ben prima di proporsi come un esito o una soluzione, sono la
riproposizione di un gesto, di un esercizio, quello filosofico - antico
quanto il proprio sorgere, dunque anche sempre nuovo; gesto che ponendo
la domanda sul proprio tempo, sul proprio oggi, interroga anzitutto il
senso del proprio interrogare, o meglio: la possibilità della propria
interrogazione. Via stretta, forse, ma certo percorribile, per porsi in
salvo - volendo restare nella metafora canettiana - dal rogo della
propria biblioteca. Domanda, dunque, del pensiero sulle cose - anzitutto
su quella peculiare cura per il mondo che è la filosofia stessa.
Domanda vana, chiacchiera che annoia, e semmai solo insospettisce, la
pratica scientifica? Forse sì. Certo è che il convegno si sia svolto in
un ateneo - il San Raffaele di Milano - segnato sin nelle viscere dalla
vocazione verso le scienze mediche e non solo mediche. Che è un po’ come
dire: talvolta alla filosofia riesce di prendere aria pura anche senza
il soccorso del respiratore artificiale.
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