giovedì 5 giugno 2014

Adam Smith sovversivo?

CopertinaAdelino Zanini: Adam Smith. Morale, jurisprudence, economia politica, LiberiLibri

Risvolto
Il libro di Adelino Zanini, che a Smith ha dedicato numerosi studi, curando anche la prima edizione italiana della Teoria dei sentimenti morali, presenta l’intera opera smithiana privilegiando un approccio insieme introduttivo e critico. Un’attenta analisi del contesto storico scozzese e del milieu filosofico illuministico permette di apprezzare quale fosse la complessa articolazione e originalità del “discorso” smithiano. In esso, morale, storia, diritto, economia politica costituivano i diversi tasselli di una medesima indagine circa la natura e le cause dell’agire umano – non del solo agire econo­mico, dunque. L’autore in queste pa­gine rilegge un grande classico, sottraen­dolo ai nu­me­rosi stereotipi ideologici e anacronismi volgarizzanti che ne hanno accom­pa­gnato l’ine­gua­gliabile fortuna.
Lo scozzese prigioniero del mercato
Saggi. «Adam Smith. Morale, jurisprudence, economia politica» di Adelino Zanini. Considerato il progenitore del neoliberismo, è stato invece un acuto e irrequieto interprete del nascente capitalismo industriale
 Roberto Ciccarelli, il Manifesto 5.6.2014 

Adam Smith è il più citato e il meno letto tra i mae­stri dell’economia. Che lo si legga, o meno, il filo­sofo scoz­zese resta uno dei più frain­tesi, insieme a Karl Marx che di Smith ha cri­ti­cato l’idea del mer­cato e la sua idea ispi­ra­trice: l’individualismo etico. Tre sono i miti che hanno tra­sfi­gu­rato l’eredità di un pen­sa­tore illu­mi­ni­sta che cre­deva nel valore dell’esperienza e non negli apriori della morale, nella spe­ri­men­ta­zione delle pas­sioni con­tro il con­ge­la­mento della vita nelle verità eterne. 

Smith sarebbe stato un soste­ni­tore della capa­cità di auto­re­go­la­zione del mer­cato, il teo­rico della famosa «mano invi­si­bile»: la teo­lo­gia eco­no­mica che governa i più saldi con­vin­ci­menti dell’austerità come del neo-liberismo in ver­sione hard. È stato detto che Smith è lo sca­te­nato soste­ni­tore del capi­ta­li­smo come motore di un’espansione eco­no­mica infi­nita. Ci si è messo anche chi ha visto in lui il teo­rico della gene­ra­liz­za­zione della divi­sione del lavoro, ana­liz­zata nel primo capi­tolo di un capo­la­voro, sem­pre citato ma rara­mente letto fino in fondo, come la Ric­chezza delle nazioni. Il modello della pro­du­zione, e quindi di società, da auspi­care sarebbe quello della fab­brica degli spilli. In realtà, Smith non è stato niente di tutto que­sto. Il suo libe­ra­li­smo è alter­na­tivo al Washing­ton Con­sen­sus o all’austerità. Come ha scritto Gio­vanni Arri­ghi in Adam Smith a Pechino (Fel­tri­nelli), il filo­sofo scoz­zese sarebbe d’accordo con Pola­nyi che tro­vava que­ste ricette uto­pi­che e dogmatiche. 

Per apprez­zare oggi le risorse, e i limiti dell’autore della Teo­ria dei sen­ti­menti morali o delle Lezioni sulla giu­ri­spru­denza, è utile leg­gere l’agile mono­gra­fia di Ade­lino Zanini, recen­te­mente ripub­bli­cata da Libe­ri­li­bri: Adam Smith. Morale, juri­spru­dence, eco­no­mia poli­tica ( pp.311, euro 18). 

Smith non è l’autore neo­li­be­ri­sta che pre­dica lo «Stato minimo», gli spi­riti ani­mali del capi­tale, l’individualismo egoi­stico dell’Homo oeco­no­mi­cus, ma è un filo­sofo che pre­sup­pone l’esistenza di uno Stato forte – il Legi­sla­tor – capace di ammi­ni­strare e all’occorrenza ricreare le con­di­zioni neces­sa­rie per il fun­zio­na­mento dello stesso mer­cato. Il mer­cato è lo spa­zio dove si esprime l’inclinazione natu­rale dello scam­bio com­mer­ciale, ed è anche il motore della divi­sione del lavoro. Per Zanini, filo­sofo poli­tico e inter­prete raf­fi­nato sia di Marx che di Schum­pe­ter, il pro­ta­go­ni­sta del mondo emerso con la rivo­lu­zione bor­ghese e, soprat­tutto, con quella indu­striale, è il pru­dent man, l’uomo pru­dente capace di auto-controllo, paziente nel lavoro, riso­luto nel peri­colo, fermo nell’angustia, capace di una con­dotta tem­pe­rante nell’esercizio della pro­fes­sione. Valori non estra­nei alla Riforma pro­te­stante e alle sue derivazioni. 

Que­sto sog­getto non è solo l’antitesi al neo­li­be­ri­smo, per inten­derci quello descritto da Mar­tin Scor­sese nel film Il lupo di Wall Street, ma è l’opposto di quello della rivo­lu­zione fran­cese, ritratto come un fana­tico che applica vio­len­te­mente un pro­getto ideale alla realtà. L’uomo pru­dente è l’eredità ari­sto­te­lica, e ancora prima di quella stoica, rivi­sta nella trat­ta­ti­stica cin­que­cen­te­sca. Due secoli dopo, a seguito della distru­zione del mondo medioe­vale e dell’avvento del capi­ta­li­smo moderno, l’uomo cor­ti­giano – espres­sione della medietà e della pru­denza – si misura con il mondo scon­fi­nato dei com­merci e della pro­du­zione della ric­chezza mate­riale e finan­zia­ria. E con­ti­nua ad appli­care le virtù anti­che in una cor­nice nuova: quella delle pro­fes­sioni, e delle com­pe­tenze, dei meriti e della capa­cità personali. 

Adam Smith spiega oggi l’origine dell’ossessione «cen­tri­sta» delle post­de­mo­cra­zie occi­den­tali. Tutte col­ti­vano l’orizzonte della «medietà», il rife­ri­mento è il «ceto medio». È obbli­ga­to­rio mostrare mode­ra­zione non solo nell’espressione ver­bale, ma nel pro­getto poli­tico che si can­dida a gover­nare lo Stato, i mer­cati, le mag­gio­ranze. Que­sto mec­ca­ni­smo è stato spie­gato nella Ric­chezza delle Nazioni, che Zanini con­si­glia di leg­gere fino in fondo. Qui Smith sta­bi­li­sce un legame tra le virtù morali del pru­dent man e quelle poli­ti­che eser­ci­tate dal legi­sla­tor – lo Stato – nel gestire gli eccessi della spe­cu­la­zione. Sulla base di tali virtù lo Stato è obbli­gato a gover­nare il mer­cato, non solo nella difesa dalle minacce interne o esterne, con­trol­lando la moneta e il sistema cre­di­ti­zio (per Smith la Bce di Dra­ghi è una bestem­mia); l’istruzione di massa e gli effetti nega­tivi della divi­sione del lavoro sulla popolazione. 

Per il filo­sofo scoz­zese, lo Stato capace di imporre il rispetto di que­ste regole è meri­te­vole di obbe­dienza. Il suo limite emerge tut­ta­via nel col­le­ga­mento tra morale ed eco­no­mia. Smith ha pre­teso che lo Stato, come l’economia, pos­sano essere gover­nati eti­ca­mente. Lo crede ancora oggi Angela Mer­kel, un pro­dotto dell’Ordoliberismo tede­sco — descritto da Michel Fou­cault ne La nascita della bio­po­li­tica — che usa la morale come stru­mento con­tun­dente e ipo­crita per gover­nare la crisi euro­pea. Lo crede il social-liberista Hol­lande e, con qual­che suc­cesso in più al momento, Renzi in Ita­lia. Pre­tese che Marx ha dimo­strato essere infon­date, ma che rap­pre­sen­tano ancora la spe­ranza delle classi domi­nanti di addo­me­sti­care l’austerità, ripor­tando il Capi­tale sui binari del «progresso».

Nessun commento: