giovedì 5 giugno 2014

Polemiche linguistico-evoluzionistiche

La parola non è frutto del mistero 

Tra Cartesio e Darwin. Una risposta all’ennesimo attacco di Massimo Piattelli Palmarini contro la lettura dell’orgine del linguaggio in una prospettiva evoluzionistica. Del resto, anche altri autorevoli studiosi capitanati da Noam Chomsky preferiscono alludere a un evento esplosivo

 Francesco Ferretti, 5.6.2014 

Con la soler­zia che lo con­trad­di­stin­gue ogni volta che c’è da dire qual­cosa di male con­tro gli approcci evo­lu­zio­ni­stici allo stu­dio delle capa­cità umane, Mas­simo Piat­telli Pal­ma­rini ha colto l’ennesima occa­sione sulle pagine del Cor­riere della Sera (mar­tedì 13 mag­gio 2014), indi­cando alla comu­nità scien­ti­fica le bat­ta­glie giu­ste da com­piere e quelle su cui non vale la pena per­dere tempo: il tema dell’origine del lin­guag­gio, manco a dirlo, è da rubri­care senza dub­bio tra le que­stioni su cui è del tutto inu­tile affac­cen­darsi. Pur­troppo, Pal­ma­rini non è solo in que­sta impresa: alla base della sua repri­menda con­tro gli approcci evo­lu­zio­ni­stici è The mystery of lan­guage evo­lu­tion un arti­colo appena apparso su «Fron­tiers in Psy­cho­logy» (mag­gio 2014) in cui, capi­ta­nati da Chom­sky, un gruppo di auto­re­voli stu­diosi – tra cui Ian Tat­ter­sall e Richard Lewon­tin – con­si­de­rano l’origine del lin­guag­gio un mistero inso­lu­bile su cui non vale la pena impe­gnare le pro­prie energie. 

Secondo Piat­telli Pal­ma­rini è sol­tanto un caso che l’articolo apparso su «Fron­tiers» esca a ridosso della con­clu­sione della X edi­zione (tenu­tasi a Vienna) della «Evo­lang con­fe­rence», il con­ve­gno che ogni due anni chiama a rac­colta i più impor­tanti esperti mon­diali sul lin­guag­gio. Tutt’altro che casuale, però, è l’insistenza con cui negli ultimi tempi Chom­sky e i suoi col­le­ghi hanno preso a cri­ti­care il tema dell’origine del lin­guag­gio. Alla base della con­tro­ver­sia è il rap­porto tra lin­guag­gio e sele­zione natu­rale. La tesi di Chom­sky, come è noto, è che il lin­guag­gio non sia inter­pre­ta­bile nei ter­mini delle varia­zioni lente e pro­gres­sive poste da Dar­win a fon­da­mento del pro­cesso evo­lu­tivo. Detto que­sto, la discus­sione sull’origine del lin­guag­gio chiama in causa anche (soprat­tutto) il pro­blema del modello di lin­guag­gio cui fare rife­ri­mento. La discus­sione più accesa, in effetti, non è se il lin­guag­gio sia com­pa­ti­bile con la teo­ria dell’evoluzione ma se uno spe­ci­fico modello del lin­guag­gio sia com­pa­ti­bile con la sele­zione natu­rale. Di quale modello si tratta? 

Chom­sky ha avuto il merito indi­scu­ti­bile di pen­sare alle capa­cità ver­bali in rife­ri­mento all’attività della mente-cervello degli indi­vi­dui: «bio­lin­gui­stica» è il ter­mine che egli uti­lizza a pro­po­sito della Gram­ma­tica Uni­ver­sale, il modello pre­va­lente nella scienza cogni­tiva. L’idea che il lin­guag­gio sia un com­po­nente innato della mente umana è a fon­da­mento della «svolta cogni­tiva» impressa dallo stu­dioso ame­ri­cano alla rifles­sione sul lin­guag­gio a par­tire dalla seconda metà del Nove­cento: un punto di non ritorno negli studi con­tem­po­ra­nei sulle abi­lità comu­ni­ca­tive umane. 

Alla base della tesi di Chom­sky c’è l’idea che il tratto di uni­cità che carat­te­rizza le capa­cità ver­bali umane possa garan­tire uno sta­tuto di spe­cia­lità agli indi­vi­dui che le pos­sie­dono. Dire che il lin­guag­gio è il fon­da­mento della «dif­fe­renza qua­li­ta­tiva» tra gli esseri umani e tutti gli altri ani­mali è il tri­buto che Chom­sky paga a Car­te­sio. L’adesione al car­te­sia­ne­simo ha riper­cus­sioni imme­diate sul modo di con­ce­pire le nostre capa­cità ver­bali: il rife­ri­mento alla Gram­ma­tica Uni­ver­sale chiama in causa una con­ce­zione astratta del lin­guag­gio gover­nata dalla prio­rità asse­gnata alla sin­tassi (alla ricor­si­vità, in primo luogo). Guar­dare al lin­guag­gio nei ter­mini dei prin­cipi astratti che gover­nano la com­bi­na­to­ria tra sim­boli è un modo per distin­guere la com­pe­tenza che i par­lanti hanno delle regole del lin­guag­gio dall’uso effet­tivo che gli esseri umani fanno del lin­guag­gio nei reali con­te­sti comunicativi. 

Con­fon­dere il lin­guag­gio con la comu­ni­ca­zione è per Chom­sky un errore imper­do­na­bile: stu­diare l’origine del lin­guag­gio a par­tire dall’idea che le capa­cità ver­bali umane siano un adat­ta­mento ai fini della comu­ni­ca­zione è la con­se­guenza diretta di tale errore. Poi­ché non è uno stru­mento della comu­ni­ca­zione, il lin­guag­gio è un’entità del tutto nuova non spie­ga­bile in rife­ri­mento a capa­cità più sem­plici che l’hanno pre­ce­duta nel tempo: ogni ten­ta­tivo di cer­care i pre­cur­sori del lin­guag­gio (sia in altri ani­mali sia in altri omi­nidi) è votato al fallimento. 

L’argomento prin­cipe uti­liz­zato nell’articolo apparso su «Fron­tiers» per distin­guere in maniera netta le capa­cità ver­bali umane dalla comu­ni­ca­zione ani­male riguarda i ten­ta­tivi di inse­gnare il lin­guag­gio alle grandi scim­mie. L’idea che que­sti studi rap­pre­sen­tino un vicolo cieco è esem­pli­fi­cata, secondo gli esten­sori dell’articolo, dal caso di Nim Chim­sky lo scim­panzé uti­liz­zato da Ter­race (negli anni Set­tanta del Nove­cento) per veri­fi­care se la capa­cità di costruire sequenze ordi­nate di parole in frasi com­plesse sia una pre­ro­ga­tiva degli umani. Per quanto Ter­race (allievo di Skin­ner) fosse ani­mato dalla con­vin­zione che Nim potesse riu­scire nel com­pito, il risul­tato del pro­getto si rivelò un fal­li­mento: come scrive nel libro (Nim, Knopf, 1979) i risul­tati di anni di ricerca si mostra­rono un caso cla­mo­roso a favore della pro­po­sta di Chom­sky e dei car­te­siani. Fine della sto­ria? Niente affatto. 

È dav­vero sin­go­lare, in effetti, che l’unica prova uti­liz­zata nell’articolo apparso su «Fron­tiers» rela­tiva all’apprendimento del lin­guag­gio da parte delle scim­mie sia affi­data al reso­conto di un pro­getto spe­ri­men­tale di cui sono noti i limiti in primo luogo meto­do­lo­gici. Come ha sot­to­li­neato Roger Fouts in La scuola delle scim­mie (Mon­da­dori, 1999), il metodo di adde­stra­mento di Nim, rigi­da­mente impron­tato a cri­teri com­por­ta­men­ti­stici, non è di certo il modo migliore per rag­giun­gere l’obiettivo pre­fis­sato: per­ché mai una scim­mia dovrebbe appren­dere il lin­guag­gio attra­verso premi e puni­zioni visto che nep­pure gli umani lo appren­dono così? A pre­scin­dere dalla meto­do­lo­gia, gli studi di Ter­race sono ormai vec­chi di quarant’anni e la ricerca sull’apprendimento del lin­guag­gio nelle grandi scim­mie, con buona pace dei neo­car­te­siani, è andata molto avanti da allora. 

Il fatto che nell’articolo apparso su «Fron­tiers» si fac­cia rife­ri­mento sol­tanto a Nim è for­te­mente sospetto: come è pos­si­bile igno­rare, solo per citare un altro caso noto, gli studi di Savage-Rumbaugh con Kanzi? Le capa­cità mostrate da que­sta scim­mia (un bonobo) nella com­pren­sione di enun­ciati sin­tat­ti­ca­mente com­plessi è dav­vero stu­pe­fa­cente per chiun­que guardi alla que­stione libero da pre­giu­dizi con­cet­tuali. Per­sino Toma­sello, un autore poco incline a trac­ciare linee di con­ti­nuità tra il lin­guag­gio umano e la comu­ni­ca­zione ani­male, ha soste­nuto che l’incontro con Kanzi lo ha por­tato a rive­dere in modo radi­cale la pro­pria posi­zione sulla pos­si­bi­lità di inse­gnare il lin­guag­gio umano ad altri animali. 

Cosa trarre da que­ste con­si­de­ra­zioni? Non certo la con­clu­sione che le grandi scim­mie siano in grado di ela­bo­rare frasi allo stesso modo in cui le ela­bo­rano gli umani. Per­ché mai, d’altra parte, una scim­mia dovrebbe par­lare come un umano? È di nuovo il punto di vista car­te­siano a con­fon­dere le acque: per Chom­sky con­si­de­rare le pro­prietà essen­ziali del lin­guag­gio in ter­mini di tutto-o-nulla è un modo per giu­sti­fi­care la dif­fe­renza qua­li­ta­tiva tra noi e gli altri ani­mali: dal suo punto di vista, in effetti, o si parla come gli umani o non si parla affatto. Con­tro una con­ce­zione di que­sto tipo, il caso di Kanzi mostra che la sin­tassi è una que­stione di grado e non di qua­lità. Detto que­sto, i neo­car­te­siani non sono dispo­sti a fare un solo passo indie­tro rispetto alla loro posi­zione. Se c’è una cosa che dav­vero li manda su tutte le furie è l’idea di con­si­de­rare il lin­guag­gio in ter­mini gra­dua­li­stici, un orrore per chiun­que abbia in mente la spe­cia­lità degli umani nella natura. A dar man forte alla tesi della dif­fe­renza qua­li­ta­tiva con­tri­bui­sce il soda­li­zio con la paleoan­tro­po­lo­gia di Tat­ter­sall, espressa nel Cammino dell’uomo (Gar­zanti, 2004). 

Da qual­che anno Chom­sky ha preso a pro­prio rife­ri­mento il «modello dell’esplosione» pro­po­sto dallo stu­dioso ame­ri­cano. L’interesse di Chom­sky per Tat­ter­sal, in effetti, è legato all’idea che il pen­siero sim­bo­lico appaia in Homo sapiens in modo improv­viso e ina­spet­tato. Per Tat­ter­sall, come è noto, c’è una netta sepa­ra­zione tra l’avvento dei sapiens come nuova spe­cie bio­lo­gica (circa 200.000 anni fa) e l’avvento, carat­te­riz­zante i sapiens moderni, del pen­siero sim­bo­lico (circa 50.000 anni fa). Poi­ché per Tat­ter­sall il modello dell’esplosione è un modo per giu­sti­fi­care una pro­spet­tiva cul­tu­ra­li­sta del lin­guag­gio (non una pro­spet­tiva bio­lo­gica) l’unico aspetto che tiene in piedi il soda­li­zio con Chom­sky è l’idea che il lin­guag­gio sia un fatto ine­dito in natura. Secondo Tat­ter­sall, in effetti, i sapiens moderni non hanno pre­cur­sori né in altri ani­mali, né soprat­tutto in altri omi­nidi: l’avvento del pen­siero sim­bo­lico garan­ti­sce loro uno sta­tuto di spe­cia­lità nella natura. Splen­dido, si potrebbe soste­nere, che c’è di male a essere speciali? 

Ovvia­mente, è del tutto legit­timo pen­sare che gli esseri umani siano orga­ni­smi carat­te­riz­zati da pro­prietà incom­men­su­ra­bili rispetto alle pro­prietà degli orga­ni­smi che li hanno pre­ce­duti nel tempo. Ciò che non è legit­timo fare è con­si­de­rare un’ipotesi di que­sto tipo in linea con una pro­spet­tiva di natu­ra­liz­za­zione. Dar conto di capa­cità com­plesse come il lin­guag­gio chia­mando in causa un fatto improv­viso e ina­spet­tato è, a essere buoni, sol­tanto una pseu­do­spie­ga­zione: per un natu­ra­li­sta che si rispetti, come sot­to­li­nea Michael C. Cor­bal­lis in The recur­sive mind (Prin­ce­ton Uni­ver­sity Press, 2011), spie­gare l’origine del lin­guag­gio in rife­ri­mento al modello dell’esplosione equi­vale ad affi­darsi a un mira­colo. Di certo si può cre­dere ai mira­coli e anche, in maniera più pro­saica, ai colpi di for­tuna: quello che non si può fare e cre­dere che attra­verso mira­coli e colpi di for­tuna si possa spie­gare natu­ra­li­sti­ca­mente un certo fenomeno. 

Una pro­spet­tiva natu­ra­liz­zata del lin­guag­gio è un approc­cio teo­rico che con­si­dera le capa­cità ver­bali umane abi­lità di una spe­cie ani­male tra le altre. Un approc­cio di que­sto tipo è un tri­buto all’idea di Dar­win (1871, L’origine dell’uomo) secondo cui la dif­fe­renza tra l’animale più intel­li­gente e l’essere umano più stolto è sem­pre di grado e mai di qua­lità. Diver­sa­mente da quanto sostiene Chom­sky, in effetti, un atteg­gia­mento natu­ra­li­stico allo stu­dio del lin­guag­gio è un approc­cio che rifiuta ogni rife­ri­mento a un sup­po­sto stato di ecce­zione degli umani nella natura. Si può essere car­te­siani sin che si vuole: ma non si può essere car­te­siani e natu­ra­li­sti allo stesso tempo. 

Piat­telli Pal­ma­rini rac­conta di «essersi assunto il non lieve carico» (dopo che Chom­sky aveva decli­nato l’invito) di tenere il discorso inau­gu­rale della IX edi­zione della «Evo­lang con­fe­rence» che si tenne a Kyoto nel marzo 2012 per spie­gare agli stu­diosi pre­senti che i loro sforzi e il loro impe­gno avreb­bero meri­tato un argo­mento più con­fa­cente di rifles­sione. Per tali stu­diosi fu «come se non avesse par­lato affatto» visto che «per lun­ghe quat­tro gior­nate» con­ti­nua­rono a «scio­ri­nare le ipo­tesi» che egli aveva ten­tato di con­fu­tare in aper­tura del con­gresso. L’indifferenza degli astanti, piut­to­sto che mera­vi­gliarlo, avrebbe dovuto indurre Piat­telli Pal­ma­rini a un diverso tipo di rifles­sione. Il rischio di con­si­de­rare le bat­ta­glie di retro­guar­dia come la punta avan­zata della ricerca è di tro­varsi nella spia­ce­vole situa­zione di quell’incauto auto­mo­bi­li­sta che, dopo aver imboc­cato l’autostrada con­tro­mano, avanza imper­ter­rito per la pro­pria strada, fer­ma­mente con­vinto che siano tutti gli altri ad aver sba­gliato direzione.

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