martedì 3 giugno 2014
Umberto Curi sulle Metamorfosi
Senza metamorfosi non c’è identità
I miti classici raccolti da Ovidio nel suo poema c’insegnano come sia illusorio pensare di conservare le proprie radici Elevando barriere che cimettano al riparo dal mutamento
di Umberto Curi Corriere La Lettura 1.6.14
Come si diventa ciò che si è? In un mondo quale è il nostro, la risposta
abituale sembra essere intuitiva. Poiché tutto intorno a noi cambia
incessantemente, e con ritmo crescente, l’unica strada per tutelarci
consiste nel preservare la nostra identità, mettendola al riparo da ogni
mutamento. Si spiegano così alcuni fenomeni, altrimenti
incomprensibili, legati alla riproposizione di slogan, modelli di
comportamento, stili di vita attinti alla tradizione. E si spiega così
anche la fortuna di alcuni movimenti politici, in Italia e in Europa, la
cui ragion d’essere principale è una diffusa paura del nuovo e del
diverso. Assai più che in passato, al giorno d’oggi la prospettiva del
cambiamento, l’idea stessa della metamorfosi, suscita reazioni
contrastanti, per lo più ispirate al rifiuto e alla rimozione.
In tale contesto, la nuova edizione Rizzoli delle Metamorfosi di Ovidio,
con la traduzione interessante e «spericolata» di Vittorio Sermonti,
sembra procedere in controtendenza. Tanto più perché il poema si
presenta come una grandiosa raccolta di miti antichi: «racconti»
considerati poco adatti all’esigenza dell’uomo contemporaneo, perché
frutto di immaginazione e dunque privi di ogni attendibilità.
In effetti, pochi altri temi sembrano differenziare il moderno
dall’antico, come l’atteggiamento verso il mito. Perfino sotto il
profilo linguistico, la tendenza rimasta a lungo prevalente è quella di
contrapporre mythos e logos , come espressioni rispettivamente di una
narrazione fittizia, e perciò anche «irrazionale», e di un ragionamento
rigorosamente logico. Curioso è notare lo scarso, o nullo, fondamento
filologico di una distinzione così assiomatica. Fra Omero e Platone, e
dunque per quasi 5 secoli, i termini impiegati per indicare la «parola»
sono ben nove, ciascuno con una specifica sfumatura di significato. Fra
essi, a differenza di ciò che abitualmente si pensa, mythos è la parola
vera e autoritativa, quella che indica il reale, l’oggettivo, mentre
logos (da leghein : scegliere, raccogliere) è la parola ponderata, usata
per convincere. Come è confermato dal fatto che nei poemi omerici le
parole usate da Ulisse, idonee a ingannare, sono dette logoi , mentre le
parole pronunciate da Priamo, circondate dall’autorità del re, sono
mythoi . D’altra parte, già a partire da Aristotele, polemico verso il
ricorso al mito nei dialoghi platonici, il significato originario è
stato rovesciato, e si è perciò presentata la nascita della filosofia
come un graduale affrancamento della luce della razionalità dalle
oscurità indecifrabili del mito. È stato necessario un lungo e
accidentato percorso, avviato con gli scritti di Francesco Bacone e di
Giambattista Vico, perché si sviluppasse una vera e propria scienza del
mito, capace di valorizzare adeguatamente il significato delle fabulae
antiche.
Si è così chiarito che, anziché essere considerato come testimonianza
fossile dell’infanzia dell’umanità, o indizio di primitivismo culturale,
il mito doveva essere interpretato come un «testo» pregnante e
complesso, per la cui appropriata comprensione s’impone un approccio
multidisciplinare. Come ha sottolineato Marcel Detienne, uno dei
maggiori studiosi del mito, si dovrebbe ormai mettere tra parentesi
l’idea del mito come genere letterario o racconto fantastico, e scoprire
«la varietà delle produzioni affidate alla memoria: proverbi, racconti,
genealogie, cosmogonie, epopee, canti d’amore o di guerra».
Il più ricco repertorio di miti antichi in lingua latina è costituito
dai 15 libri delle Metamorfosi di Ovidio, la cui composizione risale ai
primi anni dell’era volgare, mentre per trovare un corrispettivo in
lingua greca è d’obbligo riferirsi all’opera convenzionalmente
intitolata Biblioteca , della quale, oltre al nome dell’autore, si
ignora anche la data di stesura. Ma, mentre nell’opera greca è più
evidente l’intento classificatorio, il poema latino si segnala non solo
come capolavoro poetico, non abbastanza valorizzato, ma anche come testo
di grande e inesplorato rilievo filosofico.
Al centro dell’opera ovidiana è la nozione che compare nel titolo, non
casualmente lasciata in greco dal poeta di Sulmona. Infatti, morphé non è
la forma in senso latino. È, invece, ciò che appare , quello che si
offre alla visione. In quanto tale, la morphé si distingue dalla
sostanza: ne rappresenta una delle possibili manifestazioni, uno fra i
modi in cui essa può rendersi visibile. Si comprende, allora, per quali
ragioni, ricondotta al suo etymon (e dunque a ciò che è «vero» di un
termine), la meta-morphosis non indichi affatto un mutamento
sostanziale, ma alluda piuttosto ad un cambiamento nel modo di apparire.
Così, nel poema di Ovidio, ciò che i personaggi descritti diventano
attraverso la metamorfosi non è in contraddizione, ma in continuità, con
la loro natura , nel senso specifico che ciò che essi sono per nascita
può manifestarsi in un modo o nell’altro, senza che questa transizione
implichi un mutamento di identità. Da questo punto di vista, il concetto
stesso di metamorfosi, mentre sottolinea il cambiamento della morphé ,
presuppone la conservazione di una identità che si manifesta appunto in
maniera morfo-logicamente differente.
Questa dialettica di alius e idem emerge per esempio nella prima
metamorfosi descritta da Ovidio, quella del re dell’Arcadia, uccisore
degli ospiti, introdotto come notus feritate Lycaon . La duplicità di
espressioni con cui può manifestarsi la natura del personaggio è già
implicita nella definizione con la quale egli è subito presentato, dove
la feritas può appunto esprimersi come ferocia dell’uomo, ma al tempo
stesso come carattere latentemente ferino, reso manifesto dal processo
metamorfico. Nella trasformazione di Licaone in lupo (che sotto il
profilo linguistico si presenta come passaggio da Lykaon a lykos ), il
carattere della ferocia costituisce il ponte fra l’uomo e l’animale.
Licaone non si trasforma in lupo. Egli è già lupo (almeno nel nome) e la
metamorfosi non fa che restituirgli un aspetto con-forme alla sua
genuina natura.
Un ragionamento simile si può fare anche per un altro grande mito
raccontato nel poema, al quale si richiama lo stesso Sermonti nella
breve introduzione. Attraverso la metamorfosi, tanto Narciso quanto Eco
diventano ciò che già sono: riflesso visivo il primo, risonanza acustica
la seconda. Le loro definitive trasformazioni, rispettivamente in un
delicato fiore acquatico e in una roccia capace di rimandare il suono di
una voce, suggellano un processo in cui il mutamento di forma è
funzionale alla conquista della propria vera identità. In questa
affascinante rappresentazione delle forme in movimento, un punto
centrale dovrebbe essere inteso ancor oggi come un monito. Per essere
compiutamente se stessi, è vitale e insostituibile il rapporto, in
qualunque modo declinato, con l’altro da sé. Senza metamorfosi, nessuna
identità.
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