mercoledì 4 giugno 2014
Keynesiani dalla sfrenata immaginazione
A parte che anche Fassina era keynesiano, camuffato da un articolo serio questo è un intervento di satira politica. Non esiste nessuna possibilità di politiche espansive e la proposta di istituire i soviet è più realistica [SGA].
La necessità di una svolta in senso keynesiano nella politica economica
della Ue è indicata in modo chiaro dal risultato delle Europee del 25
maggio. Da mesi Prodi parla della opportunità per l’Europa di affidarsi a
un «sano keynesismo».
All’indomani del voto il premier Renzi ha invocato la possibilità di
«una grande operazione keynesiana da 150 miliardi di euro di
investimenti ». E ora il Governatore della Banca d’Italia Visco torna
con forza su un argomento a lui caro: «Alla crescita della produttività,
troppo a lungo stagnante, deve accompagnarsi quella della domanda,
quindi dei redditi delle famiglie, da sostenere con nuove opportunità di
lavoro». La chiave di volta si trova «nell’aumento degli investimenti
fissi, che sono la cerniera tra domanda e offerta», calati in Italia del
27% dal 2007 riducendo la propensione ad investire di ben quattro punti
negli ultimi sei anni.
Sembra dunque in atto una convergenza nel reclamare «politiche di largo
respiro» e una inversione della relazione tradizionale: non spingere la
crescita per avere lavoro e investimenti, ma creare lavoro e
investimenti per generare una crescita qualitativamente rinnovata. Si
profila di fronte a noi una straordinaria occasione in cui l’Italia
guidata da Renzi può giocare un ruolo cruciale. La vera risposta ai
populismi antieuropei è infatti tornare a far spirare in Europa il vento
della «riforma del capitalismo», nei termini in cui fu proposto negli
anni 30 dal New Deal di Roosevelt, le iniziative dei socialdemocratici
svedesi guidati da Myrdal, gli impulsi di Beveridge e dei laburisti
inglesi, le teorie e le politiche di Keynes che individuano al centro
del nuovo liberalismo, con cui sostituire il vecchio, le azioni umane
non determinate dal profitto.
Bisogna interrogarsi in modo radicale sul perché oggi si riproducano
condizioni analoghe a quelle studiate da Keynes: mentre rimaniamo
prigionieri della «trappola della liquidità », la distruzione di valore
patrimoniale netto e l’illiquidità feriscono gli operatori, gli
investimenti crollano anche se i profitti non flettono, la riduzione del
reddito e la disoccupazione di massa scaturiscono dalla trasmissione
delle turbolenze finanziarie all’economia reale e dalla deflazione da
debito. Per evitare che le forze destabilizzanti prendano il
sopravvento, l’ipotesi keynesiana della intrinseca instabilità del
capitalismo prevede, anziché solo nuove regolazioni e liberalizzazioni,
la necessità di uno stimolo fiscale pubblico di grandi dimensioni,
quell’intervento diretto dello Stato che, preteso dai neoliberisti
quando si tratta di salvare banche e operatori finanziari, per altre
finalità si vorrebbe far «arretrare» con tagli di spesa e
privatizzazioni. Keynes consiglierebbe piani di spesa pubblica diretta
per il lavoro e per gli investimenti, finanziati in disavanzo con nuova
moneta, distinguendo tra debito «buono» (quello per nuovi investimenti) e
debito «cattivo» (quello per spesa pubblica corrente improduttiva) e
tenendo congiunti il lato della domanda e quello dell’offerta, tanto più
in una fase di squilibri nelle capacità produttiva tra eccessi in
alcuni settori e deficit in altri. Per Keynes solo un regime di pieno
impiego dei fattori della produzione giustifica il principio del
pareggio di bilancio, che non andrebbe mai inserito in Costituzione e
che in ogni caso non può valere per gli investimenti pubblici, vero
traino dello sviluppo economico in una fase in cui si tratta non solo di
rilanciare la crescita ma di cambiarne la qualità e la natura.
Il succo dell’insegnamento keynesiano, oggi, si può tradurre così: la
retorica del primato del mercato ci ha portato nell’attuale cul de sac e
alla drammatica sottoproduzione di beni pubblici e dissipazione di beni
comuni indotte dal modello di sviluppo neoliberista. Le società moderne
hanno straordinarie interdipendenze e bisogni collettivi, in esse molti
scopi individuali possono essere raggiunti solo insieme ad altri e in
maniera cooperativa. Si deve prendere atto del funzionamento
potenzialmente pernicioso di alcuni aspetti del capitalismo e
apprestarsi a vivere al meglio la fase presente, restituendo ai
cittadini speranza e fiducia nel futuro. Per «beni pubblici »,
«esternalità» e «innovazione tecnologica e sociale», il mercato non ha
buone soluzioni e, quando ne trova, è spesso troppo tardi (si pensi ai
salvataggi pubblici avvenuti durante la crisi finanziaria del
2007-2008). Proprio questo è il punto: il neoliberismo ha creato enormi
diseguaglianze ed è sfociato in una enorme disoccupazione da un lato, in
una terribile sottoproduzione di beni pubblici e in una grave
generazione di esternalità negative dall’altro, con correlata
dissipazione di beni comuni, a cui si può porre rimedio solo con un
nuovo modello di sviluppo rispetto a cui, però, il mercato sa solo
riprodurre lo statu quo. Di fronte a questi evidenti «fallimenti» del
mercato, le forze neoliberiste trattano il problema dei beni pubblici
cercando di trasformare tali beni in beni «privati » (per esempio, si
oppongono al riciclaggio dei rifiuti con l’argomento che il costo del
riciclaggio è superiore a quello dei materiali riciclati). Le forze
democratiche, socialiste, ambientaliste, invece, considerano
un’esternalità negativa anche l’insicurezza sul lavoro, esprimono una
preferenza per i beni collettivi (come la salute, l’educazione,
l’ambiente), sono scettici sull’abilità del mercato di perseguire
interessi comuni in relazione soprattutto alla sua incapacità di portare
a soluzione il problema dei beni pubblici.
Così torna in campo Keynes: la keynesiana «socializzazione degli
investimenti», destinata a riqualificare l’offerta e ad aumentarne la
produttività, chiama in causa un nuovo modello di sviluppo, al tempo
stesso sostenendo la domanda e riducendo nel tempo il rapporto
debito/Pil. La keynesiana «socializzazione dell’occupazione» fa sì che
l’operatore pubblico si doti di un Piano del lavoro per la miriade di
obiettivi che attendono solo agenzie e strutture che se ne prendano
cura: tecnologie verdi, energia, infrastrutture, trasporti, territori,
città, salute, educazione, servizi sociali.
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