mercoledì 4 giugno 2014
Un libro su Ipazia d'Alessandria
Risvolto
Pubblicato per la prima volta nel 1993, il libro propone
la ricostruzione storica della vita e del pensiero di Ipazia di
Alessandria sullo sfondo dei conflitti politici e religiosi che
caratterizzarono la sua epoca (IV-V sec. d.C.). Filosofa e politica di
prestigio, Ipazia fu una dei più importanti protagonisti di un movimento
di rinascita politica e culturale che si ispirava ai valori della
tradizione classica e si contrapponeva alla politica della chiesa
gerarchica degli episcopi. Da alcuni suoi contemporanei fu riconosciuta
come la terza grande caposcuola del platonismo dopo Platone e Plotino.
Fu l’ultima grande astronoma dell’antica scuola matematica di
Alessandria. Morì assassinata sulle strade della sua città natale nel
marzo del 415.
Ipazia d’Alessandria, filosofa e scienziata martirizzata dal fanatismo
Gemma
Beretta ha ricostruito la vita, le idee e la fine orribile di una
straordinaria caposcuola del pensiero neoplatonico nella tarda antichità
di Massimiliano Chiavarone Corriere 2.6.14
Una donna su un carro percorre le strade di Alessandria d’Egitto per
fare ritorno a casa. Un gruppo di monaci cristiani la sorprende, la tira
giù dal mezzo, la trascina fino a una chiesa, fa del suo corpo
macelleria, uccidendola con bastoni e cocci e poi smembrandola. Infine
quegli stessi uomini, sulla carta di fede, prendono i miseri resti
sanguinolenti e li bruciano per cancellare ogni traccia.
È la sorte toccata a Ipazia, la filosofa e scienziata vissuta tra il IV e
il V secolo. Il suo caso costituisce uno dei più efferati femminicidi
di matrice cristiana della storia. La vicenda è raccontata da Gemma
Beretta in Ipazia d’Alessandria (Editori Riuniti/University Press, pp.
320, e 20). Questo bel libro è una scrupolosa ricostruzione storica
della vita e delle idee della martire del paganesimo e della libertà di
pensiero, supportata da un uso approfondito delle fonti antiche. Beretta
sottolinea che l’omicidio maturò nell’ambito della lotta per la
supremazia tra pagani e cristiani da un lato e del prevalere del potere
cosiddetto «spirituale» su quello temporale dall’altro, inteso come
«scontro senza mediazioni tra il potere ecclesiastico locale e il potere
civile cittadino».
Il fulcro del conflitto nel V secolo fu Alessandria, centro della
cultura pagana e dunque «laica», cioè un barile di polvere da sparo in
cui bisognava solo innescare la miccia. In corso epocali cambiamenti
geopolitici che porteranno alla caduta dell’Impero romano d’Occidente,
alle invasioni barbariche che riguardavano anche l’Impero romano
d’Oriente (come la sconfitta di Adrianopoli, nell’odierna Turchia, del
378) e alla supremazia del Cristianesimo.
Il primo evento che ne sancì l’affermazione fu l’Editto di Milano del
313, dell’imperatore Costantino I: stabiliva la libertà di culto,
interrompendo le persecuzioni contro i cristiani, ma di fatto
privilegiava la loro religione a scapito delle altre. Poi il Concilio di
Nicea del 325 formulò i fondamenti dell’ortodossia cristiana. L’Editto
di Tessalonica del 380 dichiarò il Cristianesimo religione ufficiale
dello Stato nella forma definita «cattolica». Inoltre riconosceva il
primato delle sedi episcopali di Roma e di Alessandria in materia di
teologia. E questo atto inaugurò una specie di «soluzione finale» per il
paganesimo con i decreti teodosiani emessi tra il 391 e il 392 (il
primo dei quali firmato da Teodosio a Milano) e ispirati da Ambrogio.
Infatti, scrive la Beretta, «rientravano nella politica di scambio tra
Chiesa e Impero» inaugurata proprio dai due. Cominciò la distruzione dei
templi pagani insieme alle persecuzioni e prese slancio la filosofia
cristiana con Agostino.
Qui si inserisce la storia di Ipazia, nata ad Alessandria e figlia di
Teone, uno dei più grandi matematici dell’antichità. Lei stessa, educata
dal padre, divenne un punto di riferimento non solo nella filosofia, ma
anche nell’astronomia, assurgendo a terza grande caposcuola del
platonismo dopo Platone e Plotino.
Ma il suo insegnamento rivolto a tutti, la sua cultura, il fatto che a
lei chiedesse consiglio il prefetto romano Oreste, la fecero emblema di
un ideale di vita e di politica antitetico alla visione degli episcopi,
basato «piuttosto che sul potere che viene dall’essere anello di una
scala gerarchica, sull’autorità che viene dall’intelligenza sul mondo e
dal coraggio nell’esporsi». La prese di mira il vescovo Cirillo, che la
riteneva responsabile della sua mancata riconciliazione con Oreste. E di
fatto ispirò lo scempio che nel 415 di lei fecero i monaci, in realtà
«corpo di polizia degli episcopi». Un delitto atroce, rimasto impunito, e
di cui sarebbe il caso ora, anche se a secoli di distanza, di
riconoscere le responsabilità morali.
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