sabato 20 settembre 2014

Ancora su quella barzelletta di Žižek

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Slavoj Zizek e la filosofia spacciata a piccole dosi 
Saggi. «107 storielle di Zizek. (La sai quella su Hegel e la negazione?)» per Ponte alle Grazie 

Mattia Cinquegrani, il Manifesto 20.9.2014 


Pen­sa­tore di rilievo inter­na­zio­nale, stu­dioso di psi­coa­na­lisi, filo­sofo: rea­liz­zare una pre­sen­ta­zione curata ed esau­stiva di Sla­voj Zizek si dimo­stre­rebbe una ope­ra­zione ridon­dante e scar­sa­mente utile. Star incon­tra­stata del mondo acca­de­mico occi­den­tale, cele­bre (e infi­ni­ta­mente cele­brato) per aver saputo legare la tra­di­zione filo­so­fica alla cul­tura popo­lare, ma ben cono­sciuto anche per le ami­ci­zie illu­stri (più o meno esi­bite) e per le sue rela­zioni sen­ti­men­tali, in ven­ti­cin­que anni di car­riera il filo­sofo slo­veno si è fatto cono­scere dal grande pub­blico, gra­zie alla vastità della pro­pria pro­du­zione let­te­ra­ria. Filo­so­fia, poli­tica, sto­ria, psi­coa­na­lisi, cinema e musica: non esi­ste àmbito cul­tu­rale che non abbia destato l’interesse di Zizek e che non sia diven­tato suo oggetto di stu­dio. Così, in attesa dell’imminente pub­bli­ca­zione ita­liana del secondo volume di Meno di niente. Hegel e l’ombra del mate­ria­li­smo dia­let­tico (pre­vi­sta per il pros­simo autunno) lo stu­dioso slo­veno decide di espan­dere ulte­rior­mente i pro­pri con­fini, con una breve incur­sione nel mondo dei motti di spi­rito.
D’altro canto, umo­ri­smo e bar­zel­lette sono tutt’altro che nuovi all’analisi intel­let­tuale. Se già nel 1900 Henri Berg­son – con il cele­ber­rimo Le rire. Essai sur la signi­fi­ca­tion du comi­que – prende in con­si­de­ra­zione i mec­ca­ni­smi di fun­zio­na­mento del comico, per por­tare alla luce il ruolo assunto dal ridi­colo all’interno delle col­let­ti­vità umane, più recen­te­mente, Umberto Eco ha dedi­cata la pro­pria atten­zione alla immor­ta­lità delle bar­zel­lette oscene in quanto genere nar­ra­tivo. Ricon­du­ci­bili, nella loro strut­tura, all’epigramma e alla satira antica o – come sostiene, invece, Mau­ri­zio Fer­ra­ris – del tutto simili, nei loro tratti essen­ziali, alla forma mito, esse sono incon­te­sta­bil­mente carat­te­riz­zate dall’assenza di un autore rico­no­sci­bile, come di un qual­si­vo­glia refe­rente, così da poter assu­mere una vali­dità il più dif­fu­sa­mente col­let­tiva. Come spiega Zizek esse «sono in ori­gine già “rac­con­tate”, sono già sem­pre “sen­tite” (si pensi al pro­ver­biale “La sai quella su…?”). Qui sta il loro mistero: sono idio­sin­cra­ti­che, rap­pre­sen­tano la crea­ti­vità unica del lin­guag­gio, e tut­ta­via sono “col­let­tive”, ano­nime, prive d’autore, sor­gono all’improvviso dal nulla. L’idea che una bar­zel­letta debba avere un autore è para­noica nel vero senso del ter­mine: signi­fica che ci deve essere un “Altro dell’Altro”, dell’anonimo ordine sim­bo­lico, come se l’imperscrutabile potere gene­ra­tivo del lin­guag­gio potesse essere per­so­na­liz­zato, ripo­sare in un agente che lo con­trolla e segre­ta­mente ne tira le fila. È per que­sto che, da una pro­spet­tiva teo­lo­gica, Dio è il sommo bur­lone».
107 sto­rielle di Zizek. (La sai quella su Hegel e la nega­zione?), edito ancora una volta da Ponte alle Gra­zie (pp. 166, euro 13) si pre­senta come un trat­tato filo­so­fico dalla forma alter­na­tiva, una rac­colta di sto­rielle spas­sose (o tali almeno nelle inten­zioni) atte tanto a spie­gare, in maniera diretta, alcuni tra i prin­ci­pali nodi della filo­so­fia occi­den­tale, quanto a dimo­strare il grado di incon­te­sta­bile dif­fu­sione della ideo­lo­gia all’interno del nostro sistema cul­tu­rale.
Sebbene il pro­getto possa appa­rire deci­sa­mente stuz­zi­cante, sfor­tu­na­ta­mente que­sto testo fal­li­sce in maniera evi­dente gli obiet­tivi che si era pre­po­sti. Il limite più grande di tale ope­ra­zione risiede nell’impoverimento di ela­bo­ra­zioni filo­so­fi­che, psi­coa­na­li­ti­che e cul­tu­rali, ine­vi­ta­bile con­se­guenza della loro ridu­zione a una serie di brevi for­mule facil­mente dige­ri­bili. Così, pri­vata della sua com­ples­sità lin­gui­stica o di una qual­siasi stra­ti­fi­ca­zione seman­tica, la filo­so­fia viene qui negata, nell’individuazione di un punto di arrivo che abor­ti­sce per intero lo svi­luppo di quel lungo per­corso rifles­sivo e cogni­tivo, che rap­pre­senta – in fin dei conti – la vera essenza del pensiero.

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