martedì 16 settembre 2014
Echi e Camogli
Mezzo e messaggio quei cortocircuiti al tempo delle mailUna riflessione su quanto il modo di comunicare influenzi il contenuto della comunicazione
Da McLuhan a oggi
di Umberto Eco Repubblica 13.9.14
COMUNICAZIONE
è una parola di cui tutti credono di conoscere il significato e viene
usata nelle circostanze più diverse… Per esempio, sin da tempi
immemorabili, si è parlato di vie di comunicazione, come le strade
romane, e di mezzi di comunicazione per quelli che si chiamano anche
mezzi di trasporto, come i carri, le navi, i treni e gli aerei. Pensate
alla sorpresa del turista che ad Atene vede grandi automezzi con sopra
scritto metaphora. Dapprima si ammira la grandezza umanistica di quel
popolo, poi ci si accorge che si tratta di automezzi che si occupano di
traslochi: E infatti trasporto è stato chiamato nel mondo classico
l’artificio metaforico che traspone il significato di un termine
letterale a un termine figurato. Quindi si ha trasporto quando
trasferisco una mia idea nella mente di qualcun altro e trasporto quando
si trasferisce un pacco postale da Milano e Roma.
Si tratta soltanto
di una semplice omonimia? Torniamo indietro alle prime teorie della
comunicazione che potremmo riassumere come passaggio di messaggio da un
emittente al destinatario lungo un canale, sulla base di un codice
comune. In effetti il modello funzionava benissimo per la comunicazione
di messaggi molto elementari come quelli in Morse — che possono essere
decodificati e trascritti anche da un apparato meccanico. La teoria
considerava anche il canale attraverso il quale passava il messaggio
(come aria, fili elettrici o onde hertziane) ma il canale era una
componente puramente meccanica che non incideva sulla natura dei
messaggi, salvo casi accidentali di rumore… Oltre a varie altre
complicazioni del modello iniziale, una rivoluzione è avvenuta
all’inizio degli anni sessanta con la focalizzazione del problema del
canale. Nel modello comunicativo elementare il canale era come un tubo
attraverso il quale passava informazione. Era neutro. È stato McLuhan a
concentrare le propria attenzione sul medium, che altro non era che un
altro nome per il canale. Con la formula il medium è il messaggio
McLuhan ha sostenuto che coi nuovi mezzi elettronici il medium poteva
rendere il destinatario talmente dipendente dal canale da rendere
irrilevante la natura del messaggio. La posizione di Mc Luhan è stata
criticata, osservando che infinite volte l’informazione rimane costante e
indipendente dal canale attraverso cui passa. Il 10 giugno 1940 il
fatto che l’Italia avesse dichiarato guerra alle potenze alleate
rimaneva indiscutibile sia che lo si fosse appreso per radio in diretta
dal discorso del Duce sia che lo si fosse letto il giorno dopo su
L’Osservatore romano. Ma rimane indiscutibile che la partecipazione
emotiva del destinatario e quindi la valutazione dell’evento veniva
influenzata dalla natura del medium.
McLuhan, generalizzando, usava
dei paradossi, ma qualcosa aveva capito. Pensiamo per esempio alla
polemica nata in Italia quando si doveva decidere se passare dalla
televisione in bianco e nero a quella a colori. Le preoccupazioni erano
allora di carattere economico, ma il risultato è stato di carattere
psicologico. La televisione a colori ha dato inizio al riflusso degli
anni ottanta, alla perdita d’interesse nei messaggi, e alla pura
degustazione delle meraviglie del nuovo mezzo. E pensiamo al dibattito
politico che infuria sui nostri teleschermi: tranne casi virtuosi, il
pubblico non è interessato a quello che vi si dice, anche perché le voci
sovrapponendosi l’una all’altra rendono irrilevante il contenuto delle
affermazioni: il vero messaggio è il diverbio, il confronto quasi
circense tra gladiatori, non si è conquistati dagli argomenti dei
parlanti, ma dalle prodezze dei reziari.
Ho intitolato questo mio
intervento agli aspetti soft e hard della comunicazione. Pensiamo che in
principio sia hard il canale, la ferraglia, che può essere fatta da un
corriere cavallo, da un vagone postale o da onde hertziane. In linea di
principio la ferraglia non ha mai interferito con la natura del
messaggio. Il messaggio dipendeva invece dal programma e soft era il
rapporto tra tenore del messaggio e codice. E quello che caratterizzava
la ferraglia era che essa prendeva tempo: di qui le lancinanti attese
per una lettera di risposta e i lunghi intervalli comunicativi nel corso
dei quali l’emittente si chiedeva se il destinatario avesse ricevuto e
come avrebbe risposto, e il destinatario attendeva emozionato la lettera
che tardava a venire.
Il rapporto ha iniziato a mutare col telegrafo
senza fili, con la radio e con il telefono. Il telegrafo consentiva
ricezione e risposta immediata, ma implicava delle istanze mediatrici
(l’andata all’ufficio telegrafico, la trascrizione del telegrafista in
partenza e la nuova trascrizione in arrivo, oltre ai tempi di consegna
del messaggio — salvo ovviamente comunicazioni militari o marittime). La
radio e la televisione consentivano una emissione immediata ma non
consentivano risposta. Il telefono consentiva rapporti istantanei di
azione-reazione tra emittente e destinatario, ma occupava solo parte
della nostra giornata, e prendeva tempo se si doveva ricorrere alla
mediazione di un centralino. La vera rivoluzione è avvenuta col
computer, l’e-mail e i telefonini cellulari. In questi casi il rapporto è
temporalmente immediato. Sia nel caso del nerd che passa le notti on
line, che in quello dei telefona- tori compulsivi che vediamo camminare
per strada parlando a qualcuno, abbiamo un processo domanda- risposta
che non prende tempo. In che modo questa modificazione della ferraglia
viene a incidere sulla natura del messaggio?
Per il telefonino la
situazione è intuitiva ed è stata ampiamente studiata. Tranne casi
estremi il drogato del cellulare non parla o risponde per comunicare
pensieri o fatti urgenti, ma per mantenere il contatto e quindi per
mantenersi in contatto. Di solito parla a vuoto. Questo gli evita la
solitudine ma lo relega a un rapporto meramente virtuale in cui la
personalità di emittente e destinatario si vanificano sempre più...
Altro accade con la e-mail. Mi limiterò a considerare un evento di cui
sono stato testimone… Un tale (lo chiameremo Pasquale) ha passato alcuni
anni in una azienda, stimato da superiori e colleghi per la sua
cortesia e disponibilità. Magari covava delle insoddisfazioni, ma non lo
lasciava capire. Pasquale viene inviato all’estero per una missione di
fiducia, e si tiene in contatto con i colleghi via e-mail. Un amico gli
comunica (via e-mail) che gli è stato fatto un torto: un suo progetto,
che aveva lasciato prima di partire, è stato giudicato insufficiente e
affidato a un altro che lo ha rifatto. Giusto o meno che fosse, è
comprensibile che Pasquale si prenda una grande arrabbiatura.
Quando
ci arrabbiamo per una presunta ingiutorto stizia, nel momento dell’ira
siamo disposti a dire che chi ci ha fatto il torto è un imbecille, che
“quelli” non ci hanno mai capito, che ci hanno fatto passare davanti dei
leccapiedi, e ci viene voglia di mandare tutti al diavolo. Poi di
solito si lascia sbollire l’ira, si chiede un colloquio (a cui ci si
prepara nel corso di alcune notti insonni) e, con tono fermo e dolente,
si domandano spiegazioni. Se si è lontani si scrive una lettera, la si
rilegge prima di spedirla, la si corregge più volte per ottenere il tono
più efficace. Invece Pasquale ha ricevuto la notizia e immediatamente
(come gli consentiva la e-mail) ha scritto al responsabile del presunto
torto trattandolo da mascalzone, accusandolo di aver concesso favori
aziendali in cambio di prestazioni sessuali, e quando quello ha risposto
irritato (via e-mail), chiedendogli se era matto, Pasquale ha rincarato
la dose, spiegandogli quali menomazioni fisiche gli avrebbe fatto
subire se non fosse stato per la distanza geografica. E siccome un
messaggio e-mail può essere inviato contemporaneamente a più persone,
Pasquale ne ha inviato copia al capo dell’azienda e ad altri colleghi,
aggiungendovi altre riflessioni sulla considerazione che egli aveva per
quel luogo, da lui fermamente ritenuto non dissimile da una discarica di
rifiuti organici. Era un modo originale di dare le dimissioni? Niente
affatto, tutti sono convinti che Pasquale desiderasse continuare a
lavorare, il subìto (presunto) non era drammatico, forse il suo
informatore aveva esagerato. Pasquale si è probabilmente rovinato la
carriera. Che cosa gli è successo? Ha ricevuto una notizia inquietante e
l’email lo ha incoraggiato a reagire subito, nonché a dare eccessiva
pubblicità alla sua reazione. Isolato dal mondo, lui e la sua rabbia,
era solo di fronte allo schermo del computer, che aveva eccitato la
parte più oscura del suo animo. Il messaggio ricevuto ha mandato in
cortocircuito il suo inconscio, senza lasciargli il tempo di consultare
il Superego, come di solito accade. La macchina lo metteva in contatto
immediato con tutto il mondo, ma gli imponeva le sue regole di
accelerazione, facendogli dimenticare che, nel corso dei secoli, il
contratto sociale ha imposto tempi diversi di azione e reazione. Il che
ci dice come anche la e-mail (invenzione grande almeno quanto i jet
intercontinentali) ponga dei nuovi problemi di maillag al contrario, ai
quali dobbiamo psicologicamente adattarci.
Ed ecco che possiamo
tornare alla sinonimia apparente di cui ho detto all’inizio, quella tra
rapporto comunicativo e trasporto: pareva che si trattasse di due
fenomeni diversi, ma abbiamo visto come spesso il modo di trasporto del
messaggio possa interferire con la natura del messaggio stesso e sulla
forma della sua ricezione.
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