venerdì 26 settembre 2014

Calcio e lotta di classe in Inghilterra prima della catastrofe: il Liverpool di Bill Shankly


David Peace: Red or dead, Faber & Faber

Risvolto
In 1959, Liverpool Football Club were in the Second Division. Liverpool Football Club had never won the FA Cup. Fifteen seasons later, Liverpool Football Club had won three League titles, two FA Cups and the UEFA Cup. Liverpool Football Club had become the most consistently successful team in England. And the most passionately supported club. Their manager was revered as a god.Destined for immortality. Their manager was Bill Shankly. His job was his life. His life was football. His football a form of socialism. Bill Shankly inspired people. Bill Shankly transformed people. The players and the supporters.His legacy would reveberate through the ages.
In 1974, Liverpool Football Club and Bill Shankly stood on the verge of even greater success. In England and in Europe. But in 1974, Bill Shankly shocked Liverpool and football. Bill Shankly resigned. Bill Shankly retired.
Red or Dead is the story of the rise of Liverpool Football Club and Bill Shankly. And the story of the retirement of Bill Shankly. Of one man and his work. And of the man after that work. A man in two halves. Home and away. Red or dead.

«Bill il rosso» se ne andò. E l’Inghilterra cambiò pelle«Shankly, simbolo del Liverpool e di una sinistra tramontata» La fine del vecchio socialismo umanitario distrutto dalle politiche di Margaret Thatcherdi Marco Imarisio Corriere 26.9.14
«Ogni libro deve avere un mistero». Anche uno scrittore, forse. Quello di David Peace è nell’assenza di indizi. Ogni suo gesto è calmo, quasi eseguito al rallentatore. Nella persona non c’è nulla che riveli il flusso febbrile della prosa di Red or dead , il suo ultimo romanzo, che quasi obbliga chi legge a domandarsi se non sia prova anche di una ossessione personale legata all’atto della scrittura. «Un amico mi ha detto che questa era la mia autobiografia per interposta persona. Spero che si sbagli, temo che abbia ragione».Red or dead , pubblicato in Italia dal Saggiatore, è un’opera molto diversa da come si presenta. In apparenza, ma solo in apparenza, sembra la biografia romanzata di Bill Shankly, professione allenatore, unico carpentiere di una identità e di una leggenda, quella del Liverpool. L’idea di usare, come accadde per il precedente libro di Peace Il maledetto United , figure leggendarie del calcio per raccontare costruzione e rovina della società che hanno intorno, diventa qui ancora più esplicita, ed estrema. «Bill il rosso» è uomo dagli ideali antichi e dalle pulsioni totalizzanti. Il lavoro, il tempo che scorre e corrode invisibile da dentro. Fino a sfiorare la malattia mentale, fino a un addio improvviso e inspiegabile nel 1974, alla vigilia dei trionfi europei che altri si intesteranno. 

Il mistero di Red or dead è questo. Nel mettere in scena l’ossessione di un uomo, il quarantasettenne David Peace, uno dei maggiori autori inglesi viventi, cresciuto a Leeds, da tempo residente in Giappone, sceglie di andare contro le regole del bello scrivere, usando una tecnica ripetitiva e martellante più vicina alla poesia che alla narrativa. Alla fine l’uscita di scena di Shankly si sovrappone a quella altrettanto oscura di Harold Wilson, il primo ministro laburista che nel 1976 si dimise a metà del suo mandato, aprendo di fatto le porte a Margaret Thatcher. E l’epica di Anfield e del Liverpool fa da cornice al crepuscolo della vecchia Inghilterra. 
Mister Peace, il calcio come continuazione della politica con altri mezzi? 
«Uno strumento, se vogliamo. O un pretesto. In realtà non volevo scriverne ancora. Dal 2009 al 2011 sono tornato in Inghilterra dopo 15 anni all’estero. Durante questo tempo la mutazione del mio Paese si è compiuta in modo definitivo. Mi sono dato all’archeologia, per far tornare alla luce quel che abbiamo perso in questo passaggio. Cercavo un personaggio che soltanto con la sua vita potesse rappresentare una critica alla società inglese di oggi. Credo di averlo trovato». 
Chi era per lei Bill Shankly? 
«Un uomo del popolo. Una buona persona. L’ultimo esemplare di un mondo in via di estinzione, l’Inghilterra del welfare e del socialismo umano». 
Ne ha un ricordo personale? 
«La finale della Coppa d’Inghilterra del 1974, il suo ultimo trionfo. Contro il Newcastle. La doppietta di Kevin Keegan. Tutto in bianco e nero. Un signore con il cappotto che leva le mani come per impartire una benedizione alla folla. Bill Shankly. Poi è scomparso». 
Dove lo ha cercato? 
«Alla National Library di Tokyo. Nel frattempo eravamo tornati a vivere in Giappone. Shankly è diventato una mia ossessione, aggravata dalla lontananza. Dovevo sapere tutto di lui. Ogni partita, ogni tabellino, ogni cronaca». 
Perché li ripropone quasi integralmente? 
«Volevo restituire il ritmo frenetico che ha scandito la sua vita. È la storia dei nostri padri, della generazione che è stata capace di costruire un’epopea. Questo impasto di routine e sacrificio, il significato di gesti ripetuti ogni giorno, l’alienazione che ne può derivare. Non puoi parlare del suo ritiro misterioso se prima non racconti il suo lavoro, la sua ossessione che diventa quasi delirio». 
«Red or dead» è un libro politico? 
«Assolutamente sì. È il racconto della morte della società inglese vista da una diversa prospettiva, attraverso la lente del calcio». 
Shankly è l’esemplare di una razza in via di estinzione? 
«Era un figlio di minatori, amato dalla gente comune. Quando parla di politica offre una lettura semplice del socialismo. Dice che Gesù è stato il primo socialista. Non sono le sue idee, ma quel che rappresenta». 
Rimpiange così tanto la vecchia Inghilterra? 
« Red or dead riguarda la perdita di un sentimento comune che ci teneva insieme. In questo senso è un libro nostalgico, ma non voglio fare paragoni con la situazione attuale. Anche perché sulla politica di oggi cambio idea ogni due giorni». 
Quando la società inglese è cambiata in modo definitivo? 
«Non lo ha fatto in un sol giorno. Nella pancia della Old England c’erano già i germi che avrebbero decretato la morte di quel modello. Ma se devo scegliere una data e un avvenimento dico il 1983, e la rielezione di Margaret Thatcher. Dopo i primi quattro anni della sua cura, era tutto chiaro. C’era ancora la possibilità di salvare il buono che c’era nella vecchia società. Fu un referendum. Gli inglesi scelsero il grande cambiamento». 
Le piace il calcio di oggi? 
«Ãˆ la stessa domanda di prima sotto mentite spoglie. Rispondo così: non amo per nulla i soldi e il glamour del quale è intriso. In questo senso rimpiango il calcio di una volta. Poi mi siedo sul divano qui a Tokyo e guardo in diretta la partita del Liverpool con mio figlio». 
A parte il misterioso ritiro, cos’altro unisce l’allenatore Shankly e il premier Wilson? 
«Sono uomini simili. Uno è genuino, l’altro un po’ artefatto. Shankly non ama i politici, ne diffida. Wilson lo ammirava, voleva essere come lui. Ci teneva a mostrarsi come uomo del popolo, amico dei Beatles, amante del calcio. Ma non sono sicuro che lo fosse». 
L’ossessione di Shankly per il calcio riflette la sua per la scrittura? 
«Non credo di essere in grado di rispondere a questa domanda». 
E perché? 
«Non ricordo niente dell’atto di scrivere. Un anno di ricerche, un anno di scrittura. Del primo so tutto, come stavo di salute, i voti dei miei figli a scuola. Del secondo non so nulla. Quando scrivo è come un transfert, come se fossi un altro. Come se fossi Bill Shankly. È quel che faccio. È l’unica cosa che faccio».

Dopo il formidabile “Maledetto United”, con “Red or Dead” lo scrittore inglese racconta la storia del famoso allenatore del Liverpool Football Club
Giovanni Dozzini  Europa


Caro Shankly il tuo calcio mi ha salvato
 David Peace scrive al leggendario allenatore del Liverpool che ha ispirato il suo nuovo romanzo
DAVID PEACE Repubblica 29 ottobre 2014

MIO caro signor Shankly, poiché mi sono preso l’enorme libertà di provare a tracciare un suo ritratto in parole, considero più che doveroso da parte mia cercare di spiegare come e perché ho scelto di immaginarla, sir. Non perché speri di avere la sua benedizione, ma perché spero di avere il suo perdono… Dal 2009 al 2011, dopo 17 anni all’estero, prima a Istanbul e poi a Tokyo, tornai nello Yorkshire, per molte ragioni ma anche perché speravo di riuscire a dare una prospettiva diversa alla mia scrittura. A quell’epoca stavo cercando di scrivere il mio terzo libro sulla Tokyo del dopoguerra, ma non procedevo molto bene. Per suonare drammatico, mi sembrava di essere rimasto immerso nell’oscurità troppo a lungo. Ma quando tornai nello Yorkshire mi resi conto che finora avevo proposto solo critiche, mai nessuna soluzione. Nessuna alternativa, nessun antidoto. Solo diagnosi, mai cure… Ma poi lei è venuto a me, signor Shankly…
In verità è sempre stato qui, se solo avessi avuto gli occhi per vederla, le orecchie per sentirla. Ma alla fine, nel 2011, proprio mentre mi apprestavo a lasciare di nuovo lo Yorkshire, l’ho vista, l’ho sentita… Appena in tempo. Ma continuo a non capire, e me ne vergogno, perché mi ci sia voluto così tanto tempo per vederla, per sentirla. Lei è stato (per poco, troppo poco) l’allenatore dell’Huddersfield Town, la squadra di cui era tifoso mio nonno, la squadra di cui è tifoso mio padre e di conseguenza la squadra di cui sono tifoso io.
Nell’aprile del 2011, mentre stavo facendo i bagagli per tornare a Tokyo, squillò il telefono. E un uomo che non avevo mai incontrato prima, un produttore cinematografico, Mike Jefferies, mi disse: «Mi è piaciuto tantissimo Il maledetto United . E sono anni che voglio fare un film su Bill Shankly. Sarebbe interessato a scrivere un copione?». E prima che Mike avesse detto un’altra parola, prima di pensarci su una seconda volta, dissi: «Sì. Ma io non scrivo copioni, io scrivo romanzi. E scriverò un romanzo su Bill Shankly, a cominciare da oggi…». E in quel momento, in piedi con il telefono in mano, mi girai verso la sedia a dondolo che stava sotto la finestra e le giuro, signor Shankly, glielo giuro sulla mia vita, che l’ho vista lì, su quella sedia, che mi guardava, che mi sorrideva. E quel giorno di aprile del 2011 smisi di cercare di scrivere il terzo libro su Tokyo e cominciai a cercare di scrivere un libro su di lei, signor Shankly… Alla fine, appena in tempo… Ma come al solito, come sempre, sono partito con l’approccio sbagliato. Per abitudine, presumo, sono stato attirato dal mistero, il mistero del perché aveva rasmi segnato le dimissioni, perché si era dimesso nel luglio del 1974. Era ancora relativamente giovane, aveva sessant’anni, e aveva appena creato il secondo grande Liverpool, la squadra che aveva fatto a pezzi il Newcastle United nella finale di coppa e che avrebbe vinto tantissimo, non solo in Inghilterra, ma anche in Europa. E allora perché se ne andò così all’improvviso, signor Shankly? E dopo, che cosa ne è stato di lei? È effettivamente un mistero, secondo me. E sono anche convinto nel profondo che qualsiasi libro, qualsiasi storia, abbia bisogno di un mistero. Ma quando ho cominciato a cercare di risolvere questo mistero, ho cominciato anche a rendermi conto che il mistero era solo metà della storia, tutt’al più… Perché ho cominciato a leggere i libri che sono stati scritti su di lei e sul Liverpool e naturalmente il libro che ha scritto lei stesso, e quando ho cominciato a parlare con persone che l’avevano conosciuta e avevano lavorato con lei, mi sono reso conto – appena in tempo – che non serve a niente provare a conoscere e scrivere delle dimissioni e del pensionamento di un uomo se non si conosce e non si scrive del lavoro di un uomo: e che lavoro è stato il suo, signor Shankly! Sì, sapevo – o pensavo di sapere – quello che aveva fatto per il Liverpool Football Club: i titoli, le coppe e così via. Ma sbagliavo... Non sapevo nulla dello stato in cui si trovava il club quando ne diventò l’allenatore, nel 1959. Sì, sapevo qualcosina del grande percorso che avevate intrapreso insieme, ma questa storia, la sua storia, la storia di questo club, non è solo la classica storia calcistica dell’ascesa dalla povertà alla ricchezza, dalla nullità al trionfo. Perché se questa storia la conoscevo, non conoscevo come l’aveva scritta lei. E non solo lei, signor Shankly. Perché per lei quello che contava non era l’individuo, vero signor Shankly?
Quello che contava era la gente : questa unione del club, e tutti quelli che lavoravano per il club, con i tifosi, la gente che veniva a vedere il Liverpool. È una narrazione collettiva , scritta collettivamente attraverso il sacrificio collettivo, la fatica collettiva; questa incredibile, inedita comunione tra lei, i dipendenti, i giocatori, il club. E i tifosi, i ragazzi della Kop, come li chiamava lei. Ma non c’erano scorciatoie, non c’era niente di facile o immediato nel successo, in questa storia: c’è voluto tempo, c’è voluta fatica; e impegno, e sforzo, sacrificio, lotta. Sacrificio collettivo e lotta collettiva, giorno dopo giorno, partita dopo partita, stagione dopo stagione. Come ha detto lei stesso: «Ami il calcio, ma è un lavoro duro e incessante, che scorre costantemente, come un fiume. Non c’è mai tempo per fermarsi e riposare…». Ed era questo che io volevo catturare, nello stile e nelle parole del ritratto che stavo cercando di dipingere di lei, signor Shankly. Di questo fiume, con tutti i suoi ritmi, con tutte le sue routine, che scorre e scorre, giorno dopo giorno, stagione dopo stagione. I sacrifici che questo fiume pretendeva, la lotta a cui questo fiume costringeva, in tut- te le sue tante ripetizioni... Questo è stato il lavoro, questa è stata la sua vita... Questo è stato lei, signor Shankly. E così, mentre leggevo tutti i libri, tutti i giornali, tutti i resoconti di ogni partita in cui lei ha guidato il Liverpool Football Club, e mentre ascoltavo e riascoltavo la sua voce, ho capito che doveva essere questa la Prima Metà del libro… Il suo lavoro, la sua vita, sir… Perché la gente di questi tempi dimentica, e non ha nessuna idea e quindi nessuna ispirazione di quello che bisogna fare e di “quello che si può fare”. E questa è stata la mia ambizione, la mia speranza per questo libro, per questo suo ritratto, signor Shankly... E se non mi sbaglio, signor Shankly, il suo libro preferito era una biografia di Robert Burns. Non vedeva Burns come un dongiovanni romantico, ma come un socialista rivoluzionario. E ha usato questo libro come ispirazione per il suo lavoro e la sua vita… E dunque la mia ambizione, la mia speranza rimane che qualcuno, da qualche parte, possa leggere Red or Dead e ricavare dal suo lavoro e dalla sua vita un’ispirazione simile a quella che lei ricavò dalla vita di Burns, e che poi ha trasmesso a me. Come l’antitesi stessa di questi tempi, come un antidoto a questi tempi in cui viviamo. Questo è quanto, signor Shankly. E perciò, dopo così tante parole, voglio dirle soltanto, devo dirle soltanto che spero mi perdonerà per la grande libertà che mi sono preso, sir. E ancora, più di questo, più di qualsiasi cosa, voglio dire, devo dire: grazie signor Shankly, grazie. Sinceramente suo, David Peace. ( Traduzione di Fabio Galimberti)

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