venerdì 26 settembre 2014

Storicità della lingua o scrivere come ci pare?

Comunque anche Leopardi diceva le parolacce
Finalmente tutti si sentiranno legittimati a scrivere come vogliono.
Che la lingua sia nel suo uso, è qualcosa di noto da qualche tempo. Qui però si va un po' oltre, mi pare. Anzi, un pò [SGA].

Giuseppe Antonelli: Comunque anche Leopardi diceva le parolacce. L'italiano come non ve l'hanno mai raccontatoMondadori, pagine 177, e 12

Risvolto
Il congiuntivo è morto, il punto e virgola è morto e anche l'italiano - vorrebbero farci credere - non si sente tanto bene. Continuano a ripeterci che la nostra lingua si sta corrompendo, contaminata dall'inglese e minacciata da Internet e dai messaggini. Ma siamo sicuri che le cose stiano davvero così? Siamo sicuri che l'italiano virtuale sia quello di Facebook e Twitter e non quello scolastico-burocratico che ci spinge a dire "recarsi", "presso", "effettuare"; "dimenticare" e non "scordare", "prendere" e non "pigliare", "egli" e non "lui"; mai e poi mai "ma però"? Con grande ironia e intelligenza, Giuseppe Antonelli decide di sfidare i luoghi comuni del conservatorismo e del perbenismo linguistico. Affrontandoli uno dopo l'altro, fa a pezzi gli ingiustificati pregiudizi che troppo spesso si tramandano riguardo alla nostra lingua. E lo fa con argomentazioni brillanti e irresistibilmente divertenti, puntando sui giochi di parole ("Quando c'era egli", "Una gita sul pò", "Non ci sono più le mezze interpunzioni") e su un ricco campionario di esempi e di aneddoti che coinvolgono i nomi più grandi della letteratura italiana: da Leopardi a Manzoni, da Gadda a Manganelli. E non si limita a polemizzare con la paura dei neologismi o a dimostrare che si possono usare anche formule come "a me mi", ma addirittura si spinge fino alla (parziale) riabilitazione delle parolacce e delle vituperatissime abbreviazioni che si usano negli sms e nelle chat. Perché la lingua è un organismo vivo e, con l'intenzione di proteggerla da ogni innovazione, si finirebbe per metterla in gabbia e farla morire triste e deperita come certe bestie feroci e meravigliose costrette alla cattività. Se si ama la propria lingua, ci dice Antonelli, non c'è peggior delitto di volerla seppellire viva. Di imbalsamarla con norme e precetti considerati astrattamente eterni. Di ibernarla in nome di una mai esistita èra glaciale della perfezione.

L’italiano perfetto non esiste (Pirandello scriveva «qual’è»)Il nuovo saggio di Giuseppe Antonielli (Mondadori) mette l’accento su una nuova lingua, l’«e-taliano», che forse riuscirà ad abbatterà la secolare rigidità della scritturadi Paolo Di Stefano Corriere 26 settembre 2014


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