Finalmente tutti si sentiranno legittimati a scrivere come vogliono.
Che la lingua sia nel suo uso, è qualcosa di noto da qualche tempo. Qui però si va un po' oltre, mi pare. Anzi, un pò [SGA].
Giuseppe Antonelli: Comunque anche Leopardi diceva le parolacce. L'italiano come non ve l'hanno mai raccontato, Mondadori, pagine 177, e 12
Risvolto
Il congiuntivo è morto, il punto e virgola è morto e anche l'italiano -
vorrebbero farci credere - non si sente tanto bene. Continuano a
ripeterci che la nostra lingua si sta corrompendo, contaminata
dall'inglese e minacciata da Internet e dai messaggini. Ma siamo sicuri
che le cose stiano davvero così? Siamo sicuri che l'italiano virtuale
sia quello di Facebook e Twitter e non quello scolastico-burocratico che
ci spinge a dire "recarsi", "presso", "effettuare"; "dimenticare" e non
"scordare", "prendere" e non "pigliare", "egli" e non "lui"; mai e poi
mai "ma però"? Con grande ironia e intelligenza, Giuseppe Antonelli
decide di sfidare i luoghi comuni del conservatorismo e del perbenismo
linguistico. Affrontandoli uno dopo l'altro, fa a pezzi gli
ingiustificati pregiudizi che troppo spesso si tramandano riguardo alla
nostra lingua. E lo fa con argomentazioni brillanti e irresistibilmente
divertenti, puntando sui giochi di parole ("Quando c'era egli", "Una
gita sul pò", "Non ci sono più le mezze interpunzioni") e su un ricco
campionario di esempi e di aneddoti che coinvolgono i nomi più grandi
della letteratura italiana: da Leopardi a Manzoni, da Gadda a
Manganelli. E non si limita a polemizzare con la paura dei neologismi o a
dimostrare che si possono usare anche formule come "a me mi", ma
addirittura si spinge fino alla (parziale) riabilitazione delle
parolacce e delle vituperatissime abbreviazioni che si usano negli sms e
nelle chat. Perché la lingua è un organismo vivo e, con l'intenzione di
proteggerla da ogni innovazione, si finirebbe per metterla in gabbia e
farla morire triste e deperita come certe bestie feroci e meravigliose
costrette alla cattività. Se si ama la propria lingua, ci dice
Antonelli, non c'è peggior delitto di volerla seppellire viva. Di
imbalsamarla con norme e precetti considerati astrattamente eterni. Di
ibernarla in nome di una mai esistita èra glaciale della perfezione.
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