martedì 16 settembre 2014
Remo Bodei a Trani
di Remo Bodei Il Sole Domenica 14.9.14
L'emergenza
sembra diventata la norma, una situazione quotidiana dovuta alla
maggiore incertezza legata al futuro. Si potrebbe dire con una battuta
di Kurt Valentin che «il futuro non è più quello di una volta».
Diversi
fattori contribuiscono oggi ad accrescere la percezione di una
crescente incertezza del futuro, che si riverbera direttamente sulle
nostre vite. Le ragioni le conosciamo, ma il solo elencarle aiuta a
capire la gravità delle implicazioni. Se non bastassero i timori per gli
effetti sul pianeta del riscaldamento globale o per la relativa
scarsità o il deterioramento delle risorse naturali non rinnovabili
(acqua potabile, idrocarburi, metalli, terre rare), altri fattori umani
si aggiungono a rendere più enigmatiche le previsioni del nostro
avvenire.
Sono: il terrorismo, il coinvolgimento, fin dagli anni
Novanta, di molte nazioni occidentali in nuove guerre, lo spostamento di
interi blocchi di potere verso Paesi fino a poco tempo fa considerati
emergenti e, soprattutto, la recente crisi finanziaria (che si è
trasformata in economica e politica e che ha dimostrato come neppure la
democrazia riesca a «disinfettare la ricchezza»). Il futuro è per
definizione incerto e rischioso, ma oggi la consapevolezza della sua
incidenza si è enormemente accresciuta in un mondo globalizzato le cui
le parti sono interconnesse, ma in cui la comprensione dei processi è
diventata più opaca e i pericoli non sono sufficientemente calcolabili.
Qualcuno,
come il filosofo politico francese Jean-Pierre Dupuy, sostiene
addirittura che, da quando l'umanità è divenuta capace di
auto-sopprimersi o con le armi di distruzione di massa o con
l'alterazione delle condizioni necessarie alla sua sopravvivenza (clima,
distruzione delle risorse), il peggio è già avvento e bisogna
prepararsi lucidamente ad affrontare la catastrofe mediante una teoria
che definisce «catastrofismo illuminato».
Non potendoci più situare
all'interno di un'epoca che si rapporta a un passato di tradizioni
relativamente salde e ben individuate o a un futuro remoto di
aspettative già stabilite, l'avvenire sembra riacquistare la sua natura
di assoluta contingenza o di luogo di esplicazione di forze che sfuggono
al controllo degli uomini (si mostra cioè sostanzialmente
improgrammabile o, di nuovo, nelle mani di Dio, il che mostra come il
processo di secolarizzazione si sia molto rallentato). Le conseguenze
delle nostre azioni diventano sempre più imprevedibili, man mano che il
loro raggio di influenza si estende.
Come orientarci allora nei
confronti di un futuro aleatorio, preparandoci all'imprevisto? Da sempre
le più varie strategie sono state elaborate per limitare i rischi e
sconfiggere la casualità, l'incertezza e i rischi (da intendersi come
messa in scena e anticipazione di una possibile catastrofe).
Da qui,
nel campo specifico della teoria, l'urgenza di comprendere meglio i
concetti che usiamo (caso, previsione, incertezza, rischio).
E,
questo, per inquadrarli e contribuire così a chiarire le eventuali
strategie tese ad aumentare le nostre capacità di previsione e di
controllo. Si tratta, del resto di categorie che tutti usiamo
quotidianamente e che servono per orientare i nostri pensieri, atti e
passioni.
Cercherò di mostrarlo con un esempio popolare, che si può
tradurre, per scoprirne le implicazioni, in un più preciso linguaggio
filosofico. Immaginate che qualcuno, non voi, in una giornata ventosa
decida di andare a prendere le sigarette. Nello stesso periodo, il vento
ha smosso una tegola su un tetto. Quando questo qualcuno passa per
strada, la tegola gli cade in testa.
L'intenzione di andare a
prendere le sigarette si chiama causa finale (il mio fine è, appunto,
quello di comprare le sigarette); il vento che smuove e poi fa cadere la
tegola si chiama causa efficiente, perché produce l'effetto della
caduta.
Le due cause hanno una spiegazione immediata facilmente
accettabile: la prima di tipo psicologico, legata a una decisione che
poteva o non poteva essere presa, la seconda di tipo naturale, legata
alla forza combinata del vento e della gravità.
Il caso si inserisce
nell'intersezione tra le due cause, nel fatto che quella persona passa
in quel punto proprio in quel momento. Due catene di eventi, a loro modo
necessari, incrociandosi ne producono uno aleatorio.
L'incidente era
prevedibile? No, a meno che, per pura ipotesi, fossimo stati in
possesso di conoscenze circostanziate sullo stato di ciascuna tegola di
quel tetto in quel momento, sulla forza del vento o su eventuali
ostacoli nella traiettoria. In questo caso avremmo anche potuto
calcolare il punto esatto in cui sarebbe comunque caduta la tegola.
Resta
però la questione riguardante la scelta di uscire. Essa dipende dalla
volontà del soggetto, la quale a sua volta è mossa, poniamo,
dall'urgente bisogno di fumare. Ma, sia per trovare le cause a questo
atto forse solo apparentemente libero (come, ad esempio: il suo corpo,
abituato al consumo di nicotina, avvertendo una piccola crisi di
astinenza, ha mandato un messaggio al cervello), sia per risalire
all'indietro ai motivi che hanno fatto cadere la tegola (perché il vento
soffiava?), si avvierebbe una regressione all'infinito delle due catene
causali che terminerebbe o in una confessione di ignoranza o
nell'abbandonarsi alla volontà di Dio.
Estraendo una regola generale
da questo esempio, si può dire che, da un lato, si ha una scelta di cui
si è certo coscienti, ma di cui si ignorano le motivazioni remote,
dall'altro, una serie concatenata di eventi necessari i cui anelli ci
sfuggono.
Il prevedere è, tuttavia, un'attività che, più o meno
consapevolmente, siamo tutti obbligati a esercitare di continuo. Non
potremmo vivere senza quelle congetture che solo a posteriori possono
trovare conferma o smentita.
La nostra vita è inesorabilmente
esposta alla fortuna, al presentarsi di eventi lieti o tristi e da
millenni gli uomini cercano di esorcizzarli costruendo baluardi psichici
e istituzionali.
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