sabato 6 settembre 2014

Gli "Spettri di Nietzsche" di Ferraris e una controlettura

Una controlettura molto interessante [SGA].

Maurizio Ferraris: Spettri di Nietzsche, Guanda

Risvolto
«In fondo la tua vecchia creatura adesso è un animale straordinariamente famoso» scrive Nietzsche alla madre, da Torino, nel dicembre 1888. Vuole illudere lei e se stesso: non è vero, nessuno lo conosce, è costretto a pubblicare i libri a proprie spese. Ma nel 1900, quando muore, ignaro di tutto dopo il tracollo che lo ha ridotto alla demenza, è davvero la star che aveva sognato di essere, celebrato da D’Annunzio e Thomas Mann, messo in musica da Strauss e dipinto da Munch. Soprattutto, per uno strano sortilegio, la volontà di potenza sembra uscire dalle pagine dei libri per farsi storia, dalle tempeste di acciaio della Prima guerra mondiale alla catastrofe di Hitler a Berlino.
«Io sono Marlow, il testimone secondario. Lui è Kurtz» scrive Maurizio Ferraris, e risale la vita di Nietzsche come un fiume – il Congo di Cuore di tenebra o il Mekong di Apocalypse Now – ripercorrendone i vagabondaggi, tra l’Engadina e la Riviera, dalla fatale Torino alla Sassonia delle origini. Così a ogni stazione corrisponde un contenuto di pensiero – dal dionisiaco all’Eterno Ritorno, dal nichilismo alla morte di Dio – e insieme uno spaccato della storia intellettuale del Novecento, tra Jim Morrison e Heidegger, il ¡Viva la muerte! di José Millán-Astray y Terreros e la rivoluzione desiderante di Deleuze e Guattari, il Super-Eliogabalo di Arbasino e la scoperta degli antidepressivi. La fenomenologia dello spirito di una modernità tragica e rumorosa attraverso la storia di quello che si credeva (e non del tutto a torto) «il più silenzioso degli uomini».  

di Adriano Scianca, il Foglio

Ecce Nietzsche, dal mito alla storia

Grandi filosofi. Anche gli occhi di Jim Morrison si illuminavano quando parlava di apollineo e dionisiaco: «Spettri di Nietzsche», una storia della fortuna e dei malintesi cui andò incontro il filosofo tedesco, scritta da Maurizio Ferraris. Dagli esordi come critico della cultura alla metafisica dell'Eterno Ritorno e della volontà di potenza

Stefano Catucci, 7.9.2014 il Manifesto


Scri­veva Nie­tzsche a Lou Salomé in una let­tera del 1882: «mia cara Lou, il suo pen­siero di una ridu­zione dei sistemi filo­so­fici agli atti per­so­nali dei loro autori è vera­mente il pen­siero di un’anima sorella: io stesso ho spie­gato a Basi­lea la sto­ria della filo­so­fia antica in que­sto senso e dicevo volen­tieri ai miei ascol­ta­tori: “Que­sto sistema è morto e sepolto, ma la per­sona die­tro ad esso è incan­cel­la­bile, la per­sona non si può affatto sep­pel­lire”». Nel pub­bli­care un sag­gio sul pen­siero di Nie­tzsche, più di dieci anni dopo, Lou Salomé avrebbe rinun­ciato a tener fermo que­sto prin­ci­pio, finendo anzi per sepa­rare la filo­so­fia e l’autore al punto da pren­dere estre­ma­mente sul serio anche le idee di cui aveva riso, quando se le era sen­tite esporre a voce, prima fra tutte quella dell’Eterno Ritorno.

Il nuovo libro di Mau­ri­zio Fer­ra­ris, Spet­tri di Nie­tzsche (Guanda, pp. 250, euro 18,00) si inol­tra invece pro­prio nello spa­zio sot­tile in cui i filo­so­femi diven­tano espres­sione di una per­so­na­lità e que­sta, a sua volta, sin­tomo di un’epoca, così che per sbro­gliare la matassa e com­pren­dere l’influenza eser­ci­tata da Nie­tzsche lungo più di un secolo occorre seguire passo dopo passo non solo i movi­menti del pen­siero, ma anche quelli dell’autore.
Certo, per com­piere un’operazione cri­tica di que­sto tipo non si può rima­nere nella cor­nice acca­de­mica di un’osservazione neu­trale, «scien­ti­fica». Biso­gna invece met­tersi in gioco in prima per­sona e farsi carico del valore filo­so­fico di un dop­pio inse­gui­mento che pone in que­stione, ine­vi­ta­bil­mente, anche una parte di sé. Fer­ra­ris affronta que­sto nodo for­nen­doci anche la cro­naca di un rap­porto di lunga data che lo ha por­tato, nel corso degli anni, non solo all’interno dei testi di Nie­tzsche e delle grandi costel­la­zioni dei com­menti, ma anche nei luo­ghi nei quali il filo­sofo tede­sco ha vis­suto o è pas­sato, a comin­ciare dalle sue nume­rose tappe ita­liane. Per que­sto il testo si dispiega su più livelli e tiene insieme docu­menti di carat­tere molto diverso, tutti accre­di­tati di una iden­tica dignità nar­ra­tiva e testi­mo­niale: inter­pre­ta­zioni filo­so­fi­che, can­zoni, poe­sie, guide turi­sti­che, dichia­ra­zioni poli­ti­che, iscri­zioni incise sulle tar­ghe che segna­lano le case in cui Nie­tzsche ha dimo­rato, in un con­ti­nuo con­trap­punto fra un pen­siero, il suo sfondo esi­sten­ziale, la sto­ria delle sue ori­gini e quella dei suoi effetti.
L’argomentazione è tipi­ca­mente digres­siva, come lo era quella dei romanzi filo­so­fici di Dide­rot, che in Jac­ques il fata­li­sta aveva come unico col­le­ga­mento fra un epi­so­dio e un altro la domanda ricor­rente che il padrone rivol­geva al suo facondo ser­vi­tore: «rac­con­tami dei tuoi amori». Qui è Fer­ra­ris a rac­con­tarci di un amore filo­so­fico, che ha pedi­nato lungo tutti i luo­ghi da cui pren­dono il titolo i capi­toli del libro: Torino, Sils Maria, Len­ze­rheide, Nizza, Rapallo, Orta, Sil­va­plana, Sor­rento, Basi­lea, pas­sando per Ber­lino, per Röc­ken e per altre loca­lità che occu­pano cia­scuna un pro­prio rilievo, come Recoaro, sta­zione ter­male in cui Nie­tzsche sog­giornò bre­ve­mente nel 1881 e che fu tea­tro, cent’anni dopo, di un grande con­ve­gno inter­na­zio­nale orga­niz­zato dall’Istituto Gram­sci.
Poi­ché il libro non vuole tes­sere la trama di una bio­gra­fia di Nie­tzsche, ma dise­gnarne una mappa, l’articolazione dei capi­toli non segue un anda­mento cro­no­lo­gico. Si passa di sta­zione in sta­zione attra­verso asso­cia­zioni di idee, risa­lendo una trac­cia appa­ren­te­mente irri­le­vante, oppure fer­man­dosi a appro­fon­dire un tema por­tante chia­mando in causa gran parte della let­te­ra­tura cri­tica, come se la tec­nica della scrit­tura volesse ripro­durre il ritmo di un ipertesto.
Accanto alle pagine che rico­strui­scono geo­gra­fia e idio­sin­cra­sie della filo­so­fia di Nie­tzsche tro­viamo così ana­lisi magi­strali di snodi deci­sivi: la dipen­denza di alcune intui­zioni gio­va­nili dalla divul­ga­zione scien­ti­fica del suo tempo, a comin­ciare dalla Sto­ria del mate­ria­li­smo di Frie­drich Albert Lange; la deri­va­zione scientifico-mistica della teo­ria dell’Eterno Ritorno, nutrita anche dagli studi sulla natura delle comete di Frank Zöll­ner; l’apologo del Cre­pu­scolo degli idoli sul «mondo vero» ormai ridotto a «favola», ovvero – come osserva Fer­ra­ris – «la chiave di volta del post­mo­derno», quella per cui «la realtà è social­mente costruita, nulla esi­ste al di fuori del testo, il sapere è solo un effetto di potere, il mondo si guarda da infi­nite pro­spet­tive che cor­ri­spon­dono ai nostri biso­gni vitali in con­flitto tra loro» e «non ci sono cose in sé, ma solo in rela­zione a osservatori».
Se si pensa al per­corso com­piuto da Mau­ri­zio Fer­ra­ris verso l’approdo al «nuovo rea­li­smo», si com­prende come que­sto libro sia soprat­tutto un gesto di com­miato nei con­fronti di Nie­tzsche, con l’auspicio che il distacco non sia solo per­so­nale, ma cor­ri­sponda a una svolta più ampia­della filo­so­fia del nostro tempo. Il titolo ricalca volu­ta­mente gli Spet­tri di Marx che Der­rida vide aggi­rarsi fra le mace­rie del mondo post-comunista, dopo il fati­dico 1989. I fan­ta­smi agi­tati dal pen­siero e dalla per­so­na­lità di Nie­tzsche sono però di tutt’altro tipo e sono quasi com­pen­sa­tori rispetto alla fru­stra­zione delle rivo­lu­zioni man­cate o tra­dite. Sono gli spet­tri «di una insof­fe­renza nar­ci­si­stica, di un ribel­li­smo anti­bor­ghese» e «di un atti­vi­smo da biblio­teca» che ancora per­corre il nostro pae­sag­gio cul­tu­rale e che un altro teo­rico del rea­li­smo, György Lukács, aveva evi­den­ziato con parole oggi recu­pe­rate da Fer­ra­ris dopo il lungo periodo di discre­dito in cui sono state get­tate dalla ria­bi­li­ta­zione filo­lo­gica, acca­de­mica e poli­tica di Nie­tzsche comin­ciata negli anni cinquanta.
La «mis­sione sociale» della filo­so­fia nie­tzschiana, secondo Lukács, con­si­ste nel ren­dere super­flua ogni rot­tura nell’ordine sociale delle cose facendo appello a una rivo­lu­zione più pro­fonda, «cosmico-biologica», all’annuncio inde­ter­mi­nato di Zara­thu­stra, che può ren­dere gra­dito e sedu­cente anche il senso del pro­prio essere ribelli. Fer­ra­ris, dal canto suo, vede nella filo­so­fia del supe­ruomo e della volontà di potenza una para­dos­sale apo­lo­gia del con­for­mi­smo tra­ve­stito con le maschere dell’aristocrazia e della tra­sgres­sione.
Nie­tzsche tentò di pre­sen­tare la sua vita così malin­co­nica, soli­ta­ria, malata, con­ti­nua­mente in bilico sul limite del crollo psi­co­fi­sico, come l’espressione uni­ver­sale e neces­sa­ria di un destino tra­gico iden­tico a quello di un’epoca intera.
Fer­ra­ris vede al con­tra­rio, nell’esigenza di distac­carsi da Nie­tzsche, un pas­sag­gio esem­plare per la filo­so­fia di oggi, come riven­dica nella Postilla che con­tiene, di fatto, la chiave di costru­zione e di let­tura dell’intero libro. Per que­sto ridi­scende dal livello del mito, che osses­sionò Nie­tzsche quale spec­chio della sua stessa esi­stenza, all’ambito della histo­ria, dove tutto ciò che appa­riva tra­gico e straor­di­na­rio si rivela uma­na­mente fra­gile e con­tin­gente. «Tutto quello che rimane di Nie­tzsche», scrive allora Fer­ra­ris, «non è che lo stile, un idioma, una indi­vi­dua­lità, l’unicità di una firma, cioè una imper­fe­zione e un errore, e anche un ten­ta­tivo di sedu­zione, che aleg­gia nella prosa, nei sim­boli, negli effetti». Eppure, insieme a tutto quanto c’è di idio­ma­tico nella vicenda di un filo­sofo che ottenne l’agognato suc­cesso intel­let­tuale solo quando non era più in grado di inten­dere e di volere, rimane anche un’eredità da cui non ci si distacca mai del tutto, per­ché somi­glia a un rito di pas­sag­gio. È il momento dio­ni­siaco, «uni­verso imma­gi­na­rio» in cui Nie­tzsche pro­ietta le sue mor­ti­fi­ca­zioni amman­tan­dole «di un’aura arcaica e ori­gi­na­ria», ma anche «tona­lità emo­tiva fon­da­men­tale» del suo pen­siero che scom­pare alla vista e ricom­pare come un «fiume car­sico» che spesso emerge in modo eccen­trico e inaspettato.
Nella sua con­trap­po­si­zione al momento apol­li­neo, che per Nie­tzsche si iden­ti­fica con la filo­so­fia dell’Illuminismo, il motivo dio­ni­siaco ha per Fer­ra­ris qual­cosa di ingua­ri­bil­mente super­sti­zioso e di retrivo, è ciò che pre­para la distru­zione del mondo vero in favore dell’idea per cui «non ci sono fatti ma solo inter­pre­ta­zioni». Al tempo stesso il suo radi­carsi in espe­rienze immer­sive e spon­ta­nea­mente mag­ma­ti­che – per esem­pio nella musica, oppure nell’assunzione di sostanze o far­maci che inve­stono quanto aveva chia­mato, all’inizio di Umano, troppo umano, «la chi­mica delle idee e dei sen­ti­menti» – mostra che il dio­ni­siaco è un ele­mento poten­ziale di cre­scita, un impulso al supe­ra­mento della fase nichi­li­stica dell’esistenza in favore di una sta­gione più costrut­tiva e con­di­visa, che si può con­qui­stare anche gra­zie all’intervento cor­ret­tivo del prin­ci­pio socra­tico per eccel­lenza, l’ironia, della quale Fer­ra­ris fa largo uso in chiave filosofica.
Rac­conta per esem­pio, di essersi recato nel 1972, a sedici anni, al cimi­tero pari­gino di Père Lachaise per visi­tare la tomba di Jim Mor­ri­son, il lea­der dei Doors morto l’anno prima, che si era dichia­rato let­tore di Nie­tzsche e aveva affer­mato come per capire dav­vero la sua musica biso­gnasse leg­gere La nascita della tra­ge­dia. «Vidi la tomba coperta di spi­nelli» ricorda Fer­ra­ris, «e un distico epta­sil­la­bico scritto con lo spray che pro­met­teva una resur­re­zione liser­gica: “Jim est mort, ne nous importe / car un trip nous le rem­porte” (Jim è morto, ma non c’importa / per­ché un trip ce lo riporta”)». Un verso memo­ra­bile e irri­ve­rente che con­densa nella sua tra­gica leg­ge­rezza il «pas­sag­gio Nie­tzsche» che Fer­ra­ris indica come un rito da attra­ver­sare, nel corso di una vita filo­so­fica; ma per andare oltre, supe­rando il rischio di per­dersi, di incan­tarsi o impan­ta­narsi di fronte alla forza incan­ta­trice dei suoi spettri.




Decostruire Nietzsche

La tragedia di un Super poveruomo


Maurizio Ferraris lo descrive come patetico, geniale e smanioso di diventare famoso. Lo divenne quando impazzì e non potè rendersene contodi Sebastiano Maffettone  Il Sole Domenica 7.9.14

La maggior parte dei filosofi nutrono una sorta di odio-amore per Nietzsche. Da un lato, infatti, mal tollerano il suo "dilettantismo" radicale e lo sprezzo per la filosofia come professione (da parte di uno che chiamava Kant e Hegel "operai della filosofia"). Dall'altro, non riescono a non ammirare le sue geniali intuizioni e i suoi colpi di teatro epistemologici. Pochi filosofi, però, sono in grado di restituire al lettore questo senso di ambigua ammirazione che circonda Nieztsche senza tradire il compito di fornire un quadro ragionevole e fedele della sua personalità e della sua opera.
Maurizio Ferraris, in questo suo Spettri di Nietzsche, riesce invece a pieno in questa missione ardua, offrendo al lettore una decostruzione intelligente, seria e molto ben scritta in italiano della figura del pensatore tedesco. Il Nietzsche di Ferraris è un geniale povero diavolo, in preda a una montante follia, ossessionato dalla voglia di diventare famoso, che girovaga per l'Europa senza fissa dimora (anche se preferisce l'Italia). Questa è la prima idea del libro: nel caso di Nietzsche la vita e il carattere del "personaggio" sono interessanti almeno quanto l'opera. Questo ne fa una sorta di pre-postmoderno, un theorist che ben comprende, come sanno gli esperti dello star system mediatico, che gli effetti sul pubblico sono spesso più importanti delle tesi sostenute. In questa cornice, si muove la dialettica tra l'eros della volontà di potenza e il sapore vagamente mortifero dell'eterno ritorno. Dal punto di vista più schiettamente filosofico, Nietzsche critica in questa ottica il positivismo per il suo dogmatismo troppo fiducioso nei fatti, ma prende altresì le distanze dal razionalismo dei filosofi ritenuto colpevole di ottimismo eccessivo. Questa è la matrice del famoso nichilismo nietzscheano di origine prussiana sicuramente, ma nutrito anche dall'ontologismo austriaco e dal radicalismo franco-russo.
La struttura profonda del nichilismo è da un lato – come è noto – il fallimento percepito della promessa religiosa di redenzione, ma dall'altro, più filosoficamente, un virulento anti-kantismo. Ferraris è bravo a chiarire il significato di quella che Nietzsche riteneva una colossale fallacia trascendentale. La fallacia in questione, che permea tutta la filosofia contemporanea, consiste nel pensare che l'ontologia non abbia una sua vita indipendente dall'epistemologia. Ma questa tesi rischia – sostiene Ferraris – di aprire le porte alle stravaganze post-moderne implicite nel motto «non ci sono fatti ma solo interpretazioni». Credere in qualcosa del genere implicherebbe non riuscire a distinguere il vero dal falso, il possibile dal fantastico e così via. In sostanza, la fallacia trascendentale di kantiana memoria, sottomettendo l'ontologia all'epistemologia, equivarrebbe a quella inesistenza di Dio che rende tutto lecito. Qui, francamente, non sono d'accordo con Ferraris: è difficile credere in un accesso diretto alle cose senza mediare attraverso le teorie. Ma si tratta di questioni di pura filosofia, su cui è davvero difficile dire chi abbia ragione. Invece, Ferraris ha sicuramente ragione nel sostenere che Nietzche era un predecessore non solo di Heidegger ma del Nazismo. Interessante, da questo punto di vista, la ricostruzione dei vari modelli di de-nazificazione di Nietzsche, da quello più teorico alla maniera di Bataille a quello più filologico di Colli-Montinari. In sostanza, Nietzsche appare come un personaggio a metà strada tra Zarathustra e Zelig, tra l'anti-Cristo e Guido Gozzano. Come a dire, un po' eroe e un po' patetico, ma con una straordinaria visione e un'eccellente capacità di mescolare elementi di pop culture e di pensiero alto. Per tutta la vita volle essere famoso, e ci riuscì al fine, ma solo quando la follia lo rese incapace di rendersene conto. Il sarcasmo della storia...




Nietzsche e i numeri dell’universo

di Piergiorgio Odifreddi Repubblica 14.9.14



È USCITO da pochi giorni in libreria Spettri di Nietzsche di Maurizio Ferraris (Guanda). In uno stile che combina l’erudito e il colloquiale, il filosofo italiano si confronta con il pensiero e l’eredità intellettuale del filosofo tedesco, spaziando da Heidegger a Jim Morrison. E soprattutto, almeno per noi, non dimentica le connessioni tra alcune delle idee fondamentali di Nietzsche, dalla Volontà di Potenza all’Eterno Ritorno, e la scienza dei suoi e dei nostri tempi. In un brano dei Frammenti postumi , risalente al 1881, lo stesso Nietzsche esponeva una versione combinatoria della teoria dell’Eterno Ritorno, notando che il numero di particelle dell’universo, per quanto grande, è finito. Dunque, anche le loro combinazioni sono un numero finito, e prima o poi dovranno ripetersi. Nella Storia dell’eternità Borges ha modestamente provato a calcolare le combinazioni degli atomi di due grammi di idrogeno, trovando il calcolo “superiore alla pazienza umana”. In realtà, gli atomi dell’universo sono valutati in 10 alla 80: cioè, un numero pari a un 1 seguito da 80 zeri. E le loro combinazioni sono il prodotto di tutti i numeri da 1 fino a 10 alla 80: cioè circa 10 alla 10 alla 82, un numero con più cifre degli atomi dell’universo, ma pur sempre finito, a conferma della correttezza delle intuizioni di Nietzsche.



l’enigma Nietzsche abita nel futuro Venerdì 19 Settembre, 2014 CORRIERE DELLA SERA © RIPRODUZIONE RISERVATA
di ARMANDO TORNO

Con il titolo Volontà di potenza si è cercato di definire l’ultima opera, della quale sono rimasti frammenti, di Friedrich Nietzsche. È d’obbligo in tal caso utilizzare termini dubitativi, ché ci sono almeno cinque sistemazioni tra loro diverse del possibile libro. Non le elencheremo, aggiungiamo soltanto che l’edizione critica, curata da Colli e Montinari e tradotta da Adelphi, scelse di pubblicare per la prima volta quanto di Nietzsche era rimasto di quel superbo progetto. In ordine cronologico. Lacerti, appunti, schemi di lettura, frasi lasciate tronche, tutto. 

Senonché tale scelta andava a scontrarsi con la più nota edizione della Volontà di potenza , ovvero quella curata da Elisabeth Förster-Nietzsche e Peter Gast nel 1906 (tradotta in italiano nel 1927), che si presentava con 1.067 paragrafi. Su di essa pendeva l’accusa di arbitrarietà; o meglio: ricostruzione con censure irrispettosa del pensiero del filosofo, assemblata con malafede. Comunque, lo stesso Nietzsche aveva indirizzato all’amico e compositore Gast uno dei suoi ultimi biglietti. Era ormai immerso nella follia, si firmò «Il Crocifisso». 

Nel 1992 presso Bompiani, Maurizio Ferraris e Pietro Kobau ripubblicarono la Volontà di potenza nell’edizione curata dalla sorella e dall’amico, sottolineando che è quella autentica dell’opera, che non venne contraffatta, che ha seguito le indicazioni del filosofo. Ferraris, inoltre, offrì una spiegazione di questa scelta nel saggio La questione dei testi , contenuto in Guida a Nietzsche (Laterza 1998). Le reazioni non si fecero attendere, ma codesto discorso lo abbiamo cominciato non per offrire un inventario delle controversie bensì per segnalare un libro dello stesso Ferraris di notevole interesse: Spettri di Nietzsche (Guanda, pp. 272, e 18). Un lavoro che ripercorre la vita del pensatore senza adeguarsi alla cronologia, ma enucleandone grandi momenti, creando delle stazioni di riflessione che vanno dalla Torino della follia alla Sils Maria della Volontà di potenza , dall’universitaria Basilea alla Silvaplana dell’Eterno ritorno . Un itinerario ricco di stimoli e pensieri. Una Volontà di potenza applicata alla biografia. Parte dalla lapide posta sulla casa di via Carlo Alberto 6 a Torino, dove finì la «vita cosciente» di Nietzsche, in cui ora c’è lo studio del commercialista dello stesso Ferraris. Il quale, oltre ad essere brillante e non scontato, ha il vantaggio di pagare le tasse «nella stanza di Zarathustra». 
Il libro è godibilissimo anche per i non addetti ai lavori, comunque offre una quarantina di pagine di riferimenti bibliografici per chi desiderasse approfondire. Ma non è soltanto la vita o il personaggio di Nietzsche che queste pagine trattano: in esse, per utilizzare una locuzione del sottotitolo, si vedono in filigrana, o direttamente, le anticipazioni delle «catastrofi del Novecento». Quel filosofo impazzito nei giorni del Natale 1889 aveva capito quanto sarebbe successo, anche se i suoi libri allora non trovavano un pubblico e sovente finivano al macero. 
Ferraris, dopo aver proposto un tema di riflessione, immette Nietzsche nel futuro (a volte parte dal passato remoto, come con Platone) e trae conclusioni decisamente interessanti. Se il capitolo «Rapallo, 20 gennaio 1883» può intitolarlo Nuovo cinema Zarathustra , è altresì vero che dal Tigullio egli vi porta, tra suggestioni darwiniane o tra le pagine dell’esemplare dei Saggi di Emerson (dove si notano alcune sottolineature), entro suggestioni cinematografiche (non manca Al di là del bene e del male della Cavani) o dinanzi agli «spettri di Hitler». Nietzsche, in altri termini, si comprende macinando il futuro. 
Morale della storia: questo libro di Ferraris offre un metodo per capire meglio quell’enigma che chiamiamo Nietzsche. Un filosofo che si contraddice, che non propone un sistema, che non crede quello che noi crediamo di lui. Da maneggiare con cura. Senza troppa filologia, per favore. © RIPRODUZIONE RISERVATA




Il filosofo Maurizio Ferraris
“Nietzsche, così straordinario e così indifeso”
di Daniela Ranieri il Fatto 18.10.14

Nietzsche è pop, Nietzsche è cool; compare sulle t-shirt degli hipster e nei tag dei writers. Su Google, appare persino sotto le sembianze di un altro. Maurizio Ferraris, in libreria con Spettri di Nietzsche (Guanda), dirada il mistero: quell’uomo che somiglia a N. ma in realtà è Re Umberto ingannò anche lui, tanto che lo mise sulla copertina di un libro. Insomma, non ci sono fatti, ma solo interpretazioni: “Essere frainteso era il suo destino. Se entri nello spazio pubblico sai che sarai citato nei modi più svariati e inappropriati. N. desiderava la pubblicità, voleva che l’Anticristo tirasse 800 mila copie. Spesso i filosofi sono il contrario di quello che professano. Schopenhauer professava l’ascetismo ed era lussurioso. Chi teorizza il Superuomo può avere personalmente delle difficoltà”.
Che tipo era N.? Perché più lo si conosce più emerge la sua fragilità, che lo faceva innamorare di chiunque in modo grandioso e patetico?
È un paradosso di N. Ci invita ad avere uno sguardo disincantato sull’esistenza e poi idealizza tutto quello che tocca. Era talmente poco demistificatore che è stato vittima dei miti che si costruiva.
Verso Wagner sviluppò “un Edipo strano e contorto”.
Non si sentì sostenuto da Wagner quando uscì la Nascita della tragedia. Immaginava si creasse una diarchia nella cultura tedesca, il grande artista e il grande pensatore. Wagner temeva di rompersi il collo difendendolo.
Per N., Wagner era un cialtrone e un narciso.
Disse che Wagner era diventato cristiano e perciò se ne allontana, ma non è convincente. La realtà è che si sentì messo ai margini.
La moglie di Wagner, Cosima, scrive nei diari che ridevano di lui.
Era facile ridere di lui. Ridevano anche quando pretese di far ascoltare le sue composizioni. Von Bülow le definì “uno stupro a Euterpe”.
Fu colpa della sorella Elisabeth se N. fu “preso” dal nazismo? Mistificò i suoi scritti?
Nel dopoguerra ci sono state due strategie: dire che il suo pensiero era tutto allegoria, e dire che ciò che c’era di male l’aveva messo la sorella. Ma le affermazioni politicamente problematiche, come quelle in cui dice che bisogna sparare agli operai, le dice lui nel pieno dei suoi spiriti. La sorella è intervenuta sull’epistolario, spacciandosi come interlocutrice alla pari, cosa che non era perché era abbastanza stupida.
Regalò a Hitler il bastone di N., ricevendolo nel ’33 all’Archivio di Weimar.
Se al posto di Hitler fosse stato nominato primo ministro non dico Renzi, ma Rathenau, lei lo avrebbe invitato senza dubbio. Non sorprende che si inviti il primo ministro a un archivio per cui ci si aspetta dei fondi.
Però eliminò le lettere in cui N. disprezza apertamente gli antisemiti, tra i quali suo marito.
Ha omesso dei frammenti, ma non ha aggiunto quelli in cui
N. se la prende con gli ebrei. Era preoccupata dagli attacchi alla Chiesa.
C’è un filo che lega la volontà di potenza alla “volontà di nulla” con cui Hitler annientò gli ebrei e distrusse il suo Paese?
N. e Hitler sono figure opposte. Uno filosemita l’altro antisemita, uno aristocratista l’altro populista. N. nella sua stanzetta a Torino e Hitler nel suo bunker sono sideralmente opposti. Ma il desiderio della catastrofe nibelungica, quel desiderio di naufragio, è comune.
Nel libro parla dei luoghi in cui ha soggiornato N. Quali sentimenti suscitano?
N. trasfigurava idealmente ogni luogo che vedeva. Villa Rubinacci a Sorrento ora è una pizzeria che accetta tutte le carte di credito.
Com’è la tomba di Nietzsche a Röcken?
Particolarmente sgraziata. N. scrisse che le statue classiche non erano bianche e apollinee ma dipinte e dionisiache: lì c’è la sua statua bianca insieme a quella della madre, come in una foto con N. già demente e la madre che lo tiene per un braccio.
Prova empatia per N.? Per le sue abitudini, la dieta, le sue ossessioni.
Se mi si chiede: se trovi N. così ridicolo e pericoloso perché te ne sei occupato per tutti questi anni, rispondo: perché è una specie di caricatura di tutti i vizi del professore. Un individuo insieme straordinario e straordinariamente indifeso. Impossibile trovare un cuore altrettanto messo a nudo.
Cosa succede a Nietzsche nel gennaio 1889?
“Impazzire di dolore” è una metafora che nel caso di N. è letterale.
Gli spettri di N. sono quelli che funestarono la sua vita o quelli che noi scambiamo per lui?
La vita di N. è piena di spettri. Il 900 è stato un secolo nietzschiano, comico e tragico. Lo spettro è anche ottico: ci sono tante rifrazioni dentro N. E c’è la mia vita. Ho fatto la tesi di laurea su N., e ora, prima di andare in pensione, questo libro. Una vita con Nietzsche.

 Lo spettro di Nietzsche vaga per l'EuropaAndrea Lavazza Avvenire 29 ottobre 2014

Tra gli spettri di Nietzsche le stagioni di Ferraris
di Gianni Riotta La Stampa 9.12.14
Non lasciatevi deviare dal titolo, Spettri di Nietzsche. Un’avventura umana e intellettuale che anticipa le catastrofi del Novecento (Guanda, pp. 266, € 18): il saggio del filosofo Maurizio Ferraris è autobiografico. Si muove dallo stupore di notare come lo studio del proprio commercialista, al centro di Torino, abbia un tempo visto aggirarsi il tormentato Friedrich Nietzsche, tirando quindi le fila del personale itinerario, dalla politica giovanile come caporedattore della rivista Alfabeta nei duri Anni Settanta, fino alla milizia culturale sotto le insegne scettico-chic di Derrida (e chi tra i filosofi della sua leva ne restò immune?), alla riscoperta della realtà con il Manifesto del nuovo realismo del 2012, leva etica perduta la quale ci si ritrova a flottare smarriti nello spazio delle idee, come George Clooney di Gravity.
Additato nel vivace pamphlet Speranze (Mulino) del decano Paolo Rossi a portabandiera del relativismo nichilista, Ferraris si emancipa qui orgogliosamente dall’etichetta, mischiando riferimenti alla cultura di massa e alla storia, e cercando il senso dei «disastri del Novecento», secolo dei totalitarismi nella storia e nel pensiero. Considerate la citazione di un personaggio oggi dimenticato, il generale francese Jean-Marie de Lattre de Tassigny, i cui funerali colmarono di folla Parigi nel 1952 e che potete rivedere commoventi su Youtube http://goo.gl/s54sNG. Il generale, eroe della Resistenza, riuscì a fermare l’offensiva vietnamita in Indocina nel 1951, salvo poi perdere il figlio ventitreenne, tenente Bernard de Tassigny soldato già a 16 anni con speciale dispensa di De Gaulle, nella battaglia di Ninh Binh da lui stesso comandata e morire poi di cancro un anno dopo.
Lo svanire della gloria, potenza nietzschiana parallela al perdere di senno del filosofo, diventa in Ferraris figura del pensiero e dell’arte del Novecento, che nel rarefarsi in astrazione e linguaggio occulto perdono di controllo l’umanità più sincera, con libri impossibili da leggere, musica impossibile da ascoltare, politiche impossibili da attuare. Ricondurre la filosofia del XXI secolo a saggezza classica, compito che si assume nel romanzo Vita e destino il russo Grossman, sembra essere ormai la meta di un Maurizio Ferraris non più enfant prodige, ma maturo pensatore. Attendiamo con curiosa speranza questa sua, nuova, stagione.

3 commenti:

Anonimo ha detto...

Sì, però sarei cauto perché il recensore è il responsabile culturale di casapound..

Born To Be Abramo ha detto...

anche Domenico Losurdo magari è un fascista pazzo da maneggiare con cautela?

materialismostorico ha detto...

Se possibile sarebbe meglio intervenire con nome e cognome: non c'è ragione di mantenere l'anomimato o di usare pseudonimi perché. La recensione di Scianca riconosce il rilievo del libro di Losurdo. Ribadisce inoltre la politicità integrale del pensiero di Nietzsche e il suo ruolo nella politica novecentesca. Sebbene il giudizio di valore non possa essere condiviso, a me sembra interessante. L'intervento di Catucci, in confronto, è più che altro d'occasione, perché evita - credo consapevolmente - le questioni scottanti.