Ecce Nietzsche, dal mito alla storia
Grandi filosofi. Anche gli occhi di Jim Morrison si illuminavano
quando parlava di apollineo e dionisiaco: «Spettri di Nietzsche», una
storia della fortuna e dei malintesi cui andò incontro il filosofo
tedesco, scritta da Maurizio Ferraris. Dagli esordi come critico della
cultura alla metafisica dell'Eterno Ritorno e della volontà di potenza
Stefano Catucci, 7.9.2014 il Manifesto
Scriveva Nietzsche a Lou Salomé in una lettera del 1882: «mia cara Lou, il suo pensiero di una riduzione dei sistemi filosofici agli atti personali dei loro autori è veramente il pensiero di un’anima sorella: io stesso ho spiegato a Basilea la storia della filosofia antica in questo senso e dicevo volentieri ai miei ascoltatori: “Questo sistema è morto e sepolto, ma la persona dietro ad esso è incancellabile, la persona non si può affatto seppellire”». Nel pubblicare un saggio sul pensiero di Nietzsche, più di dieci anni dopo, Lou Salomé avrebbe rinunciato a tener fermo questo principio, finendo anzi per separare la filosofia e l’autore al punto da prendere estremamente sul serio anche le idee di cui aveva riso, quando se le era sentite esporre a voce, prima fra tutte quella dell’Eterno Ritorno.
Il nuovo libro di Maurizio Ferraris, Spettri di Nietzsche (Guanda, pp. 250, euro 18,00) si inoltra invece proprio nello spazio sottile in cui i filosofemi diventano espressione di una personalità e questa, a sua volta, sintomo di un’epoca, così che per sbrogliare la matassa e comprendere l’influenza esercitata da Nietzsche lungo più di un secolo occorre seguire passo dopo passo non solo i movimenti del pensiero, ma anche quelli dell’autore.
Certo, per compiere un’operazione critica di questo tipo non si può rimanere nella cornice accademica di un’osservazione neutrale, «scientifica». Bisogna invece mettersi in gioco in prima persona e farsi carico del valore filosofico di un doppio inseguimento che pone in questione, inevitabilmente, anche una parte di sé. Ferraris affronta questo nodo fornendoci anche la cronaca di un rapporto di lunga data che lo ha portato, nel corso degli anni, non solo all’interno dei testi di Nietzsche e delle grandi costellazioni dei commenti, ma anche nei luoghi nei quali il filosofo tedesco ha vissuto o è passato, a cominciare dalle sue numerose tappe italiane. Per questo il testo si dispiega su più livelli e tiene insieme documenti di carattere molto diverso, tutti accreditati di una identica dignità narrativa e testimoniale: interpretazioni filosofiche, canzoni, poesie, guide turistiche, dichiarazioni politiche, iscrizioni incise sulle targhe che segnalano le case in cui Nietzsche ha dimorato, in un continuo contrappunto fra un pensiero, il suo sfondo esistenziale, la storia delle sue origini e quella dei suoi effetti.
L’argomentazione è tipicamente digressiva, come lo era quella dei romanzi filosofici di Diderot, che in Jacques il fatalista aveva come unico collegamento fra un episodio e un altro la domanda ricorrente che il padrone rivolgeva al suo facondo servitore: «raccontami dei tuoi amori». Qui è Ferraris a raccontarci di un amore filosofico, che ha pedinato lungo tutti i luoghi da cui prendono il titolo i capitoli del libro: Torino, Sils Maria, Lenzerheide, Nizza, Rapallo, Orta, Silvaplana, Sorrento, Basilea, passando per Berlino, per Röcken e per altre località che occupano ciascuna un proprio rilievo, come Recoaro, stazione termale in cui Nietzsche soggiornò brevemente nel 1881 e che fu teatro, cent’anni dopo, di un grande convegno internazionale organizzato dall’Istituto Gramsci.
Poiché il libro non vuole tessere la trama di una biografia di Nietzsche, ma disegnarne una mappa, l’articolazione dei capitoli non segue un andamento cronologico. Si passa di stazione in stazione attraverso associazioni di idee, risalendo una traccia apparentemente irrilevante, oppure fermandosi a approfondire un tema portante chiamando in causa gran parte della letteratura critica, come se la tecnica della scrittura volesse riprodurre il ritmo di un ipertesto.
Accanto alle pagine che ricostruiscono geografia e idiosincrasie della filosofia di Nietzsche troviamo così analisi magistrali di snodi decisivi: la dipendenza di alcune intuizioni giovanili dalla divulgazione scientifica del suo tempo, a cominciare dalla Storia del materialismo di Friedrich Albert Lange; la derivazione scientifico-mistica della teoria dell’Eterno Ritorno, nutrita anche dagli studi sulla natura delle comete di Frank Zöllner; l’apologo del Crepuscolo degli idoli sul «mondo vero» ormai ridotto a «favola», ovvero – come osserva Ferraris – «la chiave di volta del postmoderno», quella per cui «la realtà è socialmente costruita, nulla esiste al di fuori del testo, il sapere è solo un effetto di potere, il mondo si guarda da infinite prospettive che corrispondono ai nostri bisogni vitali in conflitto tra loro» e «non ci sono cose in sé, ma solo in relazione a osservatori».
Se si pensa al percorso compiuto da Maurizio Ferraris verso l’approdo al «nuovo realismo», si comprende come questo libro sia soprattutto un gesto di commiato nei confronti di Nietzsche, con l’auspicio che il distacco non sia solo personale, ma corrisponda a una svolta più ampiadella filosofia del nostro tempo. Il titolo ricalca volutamente gli Spettri di Marx che Derrida vide aggirarsi fra le macerie del mondo post-comunista, dopo il fatidico 1989. I fantasmi agitati dal pensiero e dalla personalità di Nietzsche sono però di tutt’altro tipo e sono quasi compensatori rispetto alla frustrazione delle rivoluzioni mancate o tradite. Sono gli spettri «di una insofferenza narcisistica, di un ribellismo antiborghese» e «di un attivismo da biblioteca» che ancora percorre il nostro paesaggio culturale e che un altro teorico del realismo, György Lukács, aveva evidenziato con parole oggi recuperate da Ferraris dopo il lungo periodo di discredito in cui sono state gettate dalla riabilitazione filologica, accademica e politica di Nietzsche cominciata negli anni cinquanta.
La «missione sociale» della filosofia nietzschiana, secondo Lukács, consiste nel rendere superflua ogni rottura nell’ordine sociale delle cose facendo appello a una rivoluzione più profonda, «cosmico-biologica», all’annuncio indeterminato di Zarathustra, che può rendere gradito e seducente anche il senso del proprio essere ribelli. Ferraris, dal canto suo, vede nella filosofia del superuomo e della volontà di potenza una paradossale apologia del conformismo travestito con le maschere dell’aristocrazia e della trasgressione.
Nietzsche tentò di presentare la sua vita così malinconica, solitaria, malata, continuamente in bilico sul limite del crollo psicofisico, come l’espressione universale e necessaria di un destino tragico identico a quello di un’epoca intera.
Ferraris vede al contrario, nell’esigenza di distaccarsi da Nietzsche, un passaggio esemplare per la filosofia di oggi, come rivendica nella Postilla che contiene, di fatto, la chiave di costruzione e di lettura dell’intero libro. Per questo ridiscende dal livello del mito, che ossessionò Nietzsche quale specchio della sua stessa esistenza, all’ambito della historia, dove tutto ciò che appariva tragico e straordinario si rivela umanamente fragile e contingente. «Tutto quello che rimane di Nietzsche», scrive allora Ferraris, «non è che lo stile, un idioma, una individualità, l’unicità di una firma, cioè una imperfezione e un errore, e anche un tentativo di seduzione, che aleggia nella prosa, nei simboli, negli effetti». Eppure, insieme a tutto quanto c’è di idiomatico nella vicenda di un filosofo che ottenne l’agognato successo intellettuale solo quando non era più in grado di intendere e di volere, rimane anche un’eredità da cui non ci si distacca mai del tutto, perché somiglia a un rito di passaggio. È il momento dionisiaco, «universo immaginario» in cui Nietzsche proietta le sue mortificazioni ammantandole «di un’aura arcaica e originaria», ma anche «tonalità emotiva fondamentale» del suo pensiero che scompare alla vista e ricompare come un «fiume carsico» che spesso emerge in modo eccentrico e inaspettato.
Nella sua contrapposizione al momento apollineo, che per Nietzsche si identifica con la filosofia dell’Illuminismo, il motivo dionisiaco ha per Ferraris qualcosa di inguaribilmente superstizioso e di retrivo, è ciò che prepara la distruzione del mondo vero in favore dell’idea per cui «non ci sono fatti ma solo interpretazioni». Al tempo stesso il suo radicarsi in esperienze immersive e spontaneamente magmatiche – per esempio nella musica, oppure nell’assunzione di sostanze o farmaci che investono quanto aveva chiamato, all’inizio di Umano, troppo umano, «la chimica delle idee e dei sentimenti» – mostra che il dionisiaco è un elemento potenziale di crescita, un impulso al superamento della fase nichilistica dell’esistenza in favore di una stagione più costruttiva e condivisa, che si può conquistare anche grazie all’intervento correttivo del principio socratico per eccellenza, l’ironia, della quale Ferraris fa largo uso in chiave filosofica.
Racconta per esempio, di essersi recato nel 1972, a sedici anni, al cimitero parigino di Père Lachaise per visitare la tomba di Jim Morrison, il leader dei Doors morto l’anno prima, che si era dichiarato lettore di Nietzsche e aveva affermato come per capire davvero la sua musica bisognasse leggere La nascita della tragedia. «Vidi la tomba coperta di spinelli» ricorda Ferraris, «e un distico eptasillabico scritto con lo spray che prometteva una resurrezione lisergica: “Jim est mort, ne nous importe / car un trip nous le remporte” (Jim è morto, ma non c’importa / perché un trip ce lo riporta”)». Un verso memorabile e irriverente che condensa nella sua tragica leggerezza il «passaggio Nietzsche» che Ferraris indica come un rito da attraversare, nel corso di una vita filosofica; ma per andare oltre, superando il rischio di perdersi, di incantarsi o impantanarsi di fronte alla forza incantatrice dei suoi spettri.
Decostruire Nietzsche
La tragedia di un Super poveruomo
Maurizio Ferraris lo descrive come patetico, geniale e smanioso di diventare famoso. Lo divenne quando impazzì e non potè rendersene contodi Sebastiano Maffettone Il Sole Domenica 7.9.14
La maggior parte dei filosofi nutrono una sorta di odio-amore per Nietzsche. Da un lato, infatti, mal tollerano il suo "dilettantismo" radicale e lo sprezzo per la filosofia come professione (da parte di uno che chiamava Kant e Hegel "operai della filosofia"). Dall'altro, non riescono a non ammirare le sue geniali intuizioni e i suoi colpi di teatro epistemologici. Pochi filosofi, però, sono in grado di restituire al lettore questo senso di ambigua ammirazione che circonda Nieztsche senza tradire il compito di fornire un quadro ragionevole e fedele della sua personalità e della sua opera.
Maurizio Ferraris, in questo suo Spettri di Nietzsche, riesce invece a pieno in questa missione ardua, offrendo al lettore una decostruzione intelligente, seria e molto ben scritta in italiano della figura del pensatore tedesco. Il Nietzsche di Ferraris è un geniale povero diavolo, in preda a una montante follia, ossessionato dalla voglia di diventare famoso, che girovaga per l'Europa senza fissa dimora (anche se preferisce l'Italia). Questa è la prima idea del libro: nel caso di Nietzsche la vita e il carattere del "personaggio" sono interessanti almeno quanto l'opera. Questo ne fa una sorta di pre-postmoderno, un theorist che ben comprende, come sanno gli esperti dello star system mediatico, che gli effetti sul pubblico sono spesso più importanti delle tesi sostenute. In questa cornice, si muove la dialettica tra l'eros della volontà di potenza e il sapore vagamente mortifero dell'eterno ritorno. Dal punto di vista più schiettamente filosofico, Nietzsche critica in questa ottica il positivismo per il suo dogmatismo troppo fiducioso nei fatti, ma prende altresì le distanze dal razionalismo dei filosofi ritenuto colpevole di ottimismo eccessivo. Questa è la matrice del famoso nichilismo nietzscheano di origine prussiana sicuramente, ma nutrito anche dall'ontologismo austriaco e dal radicalismo franco-russo.
La struttura profonda del nichilismo è da un lato – come è noto – il fallimento percepito della promessa religiosa di redenzione, ma dall'altro, più filosoficamente, un virulento anti-kantismo. Ferraris è bravo a chiarire il significato di quella che Nietzsche riteneva una colossale fallacia trascendentale. La fallacia in questione, che permea tutta la filosofia contemporanea, consiste nel pensare che l'ontologia non abbia una sua vita indipendente dall'epistemologia. Ma questa tesi rischia – sostiene Ferraris – di aprire le porte alle stravaganze post-moderne implicite nel motto «non ci sono fatti ma solo interpretazioni». Credere in qualcosa del genere implicherebbe non riuscire a distinguere il vero dal falso, il possibile dal fantastico e così via. In sostanza, la fallacia trascendentale di kantiana memoria, sottomettendo l'ontologia all'epistemologia, equivarrebbe a quella inesistenza di Dio che rende tutto lecito. Qui, francamente, non sono d'accordo con Ferraris: è difficile credere in un accesso diretto alle cose senza mediare attraverso le teorie. Ma si tratta di questioni di pura filosofia, su cui è davvero difficile dire chi abbia ragione. Invece, Ferraris ha sicuramente ragione nel sostenere che Nietzche era un predecessore non solo di Heidegger ma del Nazismo. Interessante, da questo punto di vista, la ricostruzione dei vari modelli di de-nazificazione di Nietzsche, da quello più teorico alla maniera di Bataille a quello più filologico di Colli-Montinari. In sostanza, Nietzsche appare come un personaggio a metà strada tra Zarathustra e Zelig, tra l'anti-Cristo e Guido Gozzano. Come a dire, un po' eroe e un po' patetico, ma con una straordinaria visione e un'eccellente capacità di mescolare elementi di pop culture e di pensiero alto. Per tutta la vita volle essere famoso, e ci riuscì al fine, ma solo quando la follia lo rese incapace di rendersene conto. Il sarcasmo della storia...
Nietzsche e i numeri dell’universo
di Piergiorgio Odifreddi Repubblica 14.9.14
È
USCITO da pochi giorni in libreria Spettri di Nietzsche di Maurizio
Ferraris (Guanda). In uno stile che combina l’erudito e il colloquiale,
il filosofo italiano si confronta con il pensiero e l’eredità
intellettuale del filosofo tedesco, spaziando da Heidegger a Jim
Morrison. E soprattutto, almeno per noi, non dimentica le connessioni
tra alcune delle idee fondamentali di Nietzsche, dalla Volontà di
Potenza all’Eterno Ritorno, e la scienza dei suoi e dei nostri tempi. In
un brano dei Frammenti postumi , risalente al 1881, lo stesso Nietzsche
esponeva una versione combinatoria della teoria dell’Eterno Ritorno,
notando che il numero di particelle dell’universo, per quanto grande, è
finito. Dunque, anche le loro combinazioni sono un numero finito, e
prima o poi dovranno ripetersi. Nella Storia dell’eternità Borges ha
modestamente provato a calcolare le combinazioni degli atomi di due
grammi di idrogeno, trovando il calcolo “superiore alla pazienza umana”.
In realtà, gli atomi dell’universo sono valutati in 10 alla 80: cioè,
un numero pari a un 1 seguito da 80 zeri. E le loro combinazioni sono il
prodotto di tutti i numeri da 1 fino a 10 alla 80: cioè circa 10 alla
10 alla 82, un numero con più cifre degli atomi dell’universo, ma pur
sempre finito, a conferma della correttezza delle intuizioni di
Nietzsche.
l’enigma Nietzsche abita nel futuro Venerdì 19 Settembre, 2014 CORRIERE DELLA SERA © RIPRODUZIONE RISERVATA
di ARMANDO TORNO
Con il titolo Volontà di potenza si è cercato di definire l’ultima opera, della quale sono rimasti frammenti, di Friedrich Nietzsche. È d’obbligo in tal caso utilizzare termini dubitativi, ché ci sono almeno cinque sistemazioni tra loro diverse del possibile libro. Non le elencheremo, aggiungiamo soltanto che l’edizione critica, curata da Colli e Montinari e tradotta da Adelphi, scelse di pubblicare per la prima volta quanto di Nietzsche era rimasto di quel superbo progetto. In ordine cronologico. Lacerti, appunti, schemi di lettura, frasi lasciate tronche, tutto.
Senonché tale scelta andava a scontrarsi con la più nota edizione della Volontà di potenza , ovvero quella curata da Elisabeth Förster-Nietzsche e Peter Gast nel 1906 (tradotta in italiano nel 1927), che si presentava con 1.067 paragrafi. Su di essa pendeva l’accusa di arbitrarietà; o meglio: ricostruzione con censure irrispettosa del pensiero del filosofo, assemblata con malafede. Comunque, lo stesso Nietzsche aveva indirizzato all’amico e compositore Gast uno dei suoi ultimi biglietti. Era ormai immerso nella follia, si firmò «Il Crocifisso».
Nel 1992 presso Bompiani, Maurizio Ferraris e Pietro Kobau ripubblicarono la Volontà di potenza nell’edizione curata dalla sorella e dall’amico, sottolineando che è quella autentica dell’opera, che non venne contraffatta, che ha seguito le indicazioni del filosofo. Ferraris, inoltre, offrì una spiegazione di questa scelta nel saggio La questione dei testi , contenuto in Guida a Nietzsche (Laterza 1998). Le reazioni non si fecero attendere, ma codesto discorso lo abbiamo cominciato non per offrire un inventario delle controversie bensì per segnalare un libro dello stesso Ferraris di notevole interesse: Spettri di Nietzsche (Guanda, pp. 272, e 18). Un lavoro che ripercorre la vita del pensatore senza adeguarsi alla cronologia, ma enucleandone grandi momenti, creando delle stazioni di riflessione che vanno dalla Torino della follia alla Sils Maria della Volontà di potenza , dall’universitaria Basilea alla Silvaplana dell’Eterno ritorno . Un itinerario ricco di stimoli e pensieri. Una Volontà di potenza applicata alla biografia. Parte dalla lapide posta sulla casa di via Carlo Alberto 6 a Torino, dove finì la «vita cosciente» di Nietzsche, in cui ora c’è lo studio del commercialista dello stesso Ferraris. Il quale, oltre ad essere brillante e non scontato, ha il vantaggio di pagare le tasse «nella stanza di Zarathustra».
Il libro è godibilissimo anche per i non addetti ai lavori, comunque offre una quarantina di pagine di riferimenti bibliografici per chi desiderasse approfondire. Ma non è soltanto la vita o il personaggio di Nietzsche che queste pagine trattano: in esse, per utilizzare una locuzione del sottotitolo, si vedono in filigrana, o direttamente, le anticipazioni delle «catastrofi del Novecento». Quel filosofo impazzito nei giorni del Natale 1889 aveva capito quanto sarebbe successo, anche se i suoi libri allora non trovavano un pubblico e sovente finivano al macero.
Ferraris, dopo aver proposto un tema di riflessione, immette Nietzsche nel futuro (a volte parte dal passato remoto, come con Platone) e trae conclusioni decisamente interessanti. Se il capitolo «Rapallo, 20 gennaio 1883» può intitolarlo Nuovo cinema Zarathustra , è altresì vero che dal Tigullio egli vi porta, tra suggestioni darwiniane o tra le pagine dell’esemplare dei Saggi di Emerson (dove si notano alcune sottolineature), entro suggestioni cinematografiche (non manca Al di là del bene e del male della Cavani) o dinanzi agli «spettri di Hitler». Nietzsche, in altri termini, si comprende macinando il futuro.
Morale della storia: questo libro di Ferraris offre un metodo per capire meglio quell’enigma che chiamiamo Nietzsche. Un filosofo che si contraddice, che non propone un sistema, che non crede quello che noi crediamo di lui. Da maneggiare con cura. Senza troppa filologia, per favore. © RIPRODUZIONE RISERVATA
Il filosofo Maurizio Ferraris
“Nietzsche, così straordinario e così indifeso”
di Daniela Ranieri il Fatto 18.10.14
Nietzsche
è pop, Nietzsche è cool; compare sulle t-shirt degli hipster e nei tag
dei writers. Su Google, appare persino sotto le sembianze di un altro.
Maurizio Ferraris, in libreria con Spettri di Nietzsche (Guanda), dirada
il mistero: quell’uomo che somiglia a N. ma in realtà è Re Umberto
ingannò anche lui, tanto che lo mise sulla copertina di un libro.
Insomma, non ci sono fatti, ma solo interpretazioni: “Essere frainteso
era il suo destino. Se entri nello spazio pubblico sai che sarai citato
nei modi più svariati e inappropriati. N. desiderava la pubblicità,
voleva che l’Anticristo tirasse 800 mila copie. Spesso i filosofi sono
il contrario di quello che professano. Schopenhauer professava
l’ascetismo ed era lussurioso. Chi teorizza il Superuomo può avere
personalmente delle difficoltà”.
Che tipo era N.? Perché più lo si
conosce più emerge la sua fragilità, che lo faceva innamorare di
chiunque in modo grandioso e patetico?
È un paradosso di N. Ci invita
ad avere uno sguardo disincantato sull’esistenza e poi idealizza tutto
quello che tocca. Era talmente poco demistificatore che è stato vittima
dei miti che si costruiva.
Verso Wagner sviluppò “un Edipo strano e contorto”.
Non
si sentì sostenuto da Wagner quando uscì la Nascita della tragedia.
Immaginava si creasse una diarchia nella cultura tedesca, il grande
artista e il grande pensatore. Wagner temeva di rompersi il collo
difendendolo.
Per N., Wagner era un cialtrone e un narciso.
Disse
che Wagner era diventato cristiano e perciò se ne allontana, ma non è
convincente. La realtà è che si sentì messo ai margini.
La moglie di Wagner, Cosima, scrive nei diari che ridevano di lui.
Era
facile ridere di lui. Ridevano anche quando pretese di far ascoltare le
sue composizioni. Von Bülow le definì “uno stupro a Euterpe”.
Fu colpa della sorella Elisabeth se N. fu “preso” dal nazismo? Mistificò i suoi scritti?
Nel
dopoguerra ci sono state due strategie: dire che il suo pensiero era
tutto allegoria, e dire che ciò che c’era di male l’aveva messo la
sorella. Ma le affermazioni politicamente problematiche, come quelle in
cui dice che bisogna sparare agli operai, le dice lui nel pieno dei suoi
spiriti. La sorella è intervenuta sull’epistolario, spacciandosi come
interlocutrice alla pari, cosa che non era perché era abbastanza
stupida.
Regalò a Hitler il bastone di N., ricevendolo nel ’33 all’Archivio di Weimar.
Se
al posto di Hitler fosse stato nominato primo ministro non dico Renzi,
ma Rathenau, lei lo avrebbe invitato senza dubbio. Non sorprende che si
inviti il primo ministro a un archivio per cui ci si aspetta dei fondi.
Però eliminò le lettere in cui N. disprezza apertamente gli antisemiti, tra i quali suo marito.
Ha omesso dei frammenti, ma non ha aggiunto quelli in cui
N. se la prende con gli ebrei. Era preoccupata dagli attacchi alla Chiesa.
C’è un filo che lega la volontà di potenza alla “volontà di nulla” con cui Hitler annientò gli ebrei e distrusse il suo Paese?
N.
e Hitler sono figure opposte. Uno filosemita l’altro antisemita, uno
aristocratista l’altro populista. N. nella sua stanzetta a Torino e
Hitler nel suo bunker sono sideralmente opposti. Ma il desiderio della
catastrofe nibelungica, quel desiderio di naufragio, è comune.
Nel libro parla dei luoghi in cui ha soggiornato N. Quali sentimenti suscitano?
N.
trasfigurava idealmente ogni luogo che vedeva. Villa Rubinacci a
Sorrento ora è una pizzeria che accetta tutte le carte di credito.
Com’è la tomba di Nietzsche a Röcken?
Particolarmente
sgraziata. N. scrisse che le statue classiche non erano bianche e
apollinee ma dipinte e dionisiache: lì c’è la sua statua bianca insieme a
quella della madre, come in una foto con N. già demente e la madre che
lo tiene per un braccio.
Prova empatia per N.? Per le sue abitudini, la dieta, le sue ossessioni.
Se
mi si chiede: se trovi N. così ridicolo e pericoloso perché te ne sei
occupato per tutti questi anni, rispondo: perché è una specie di
caricatura di tutti i vizi del professore. Un individuo insieme
straordinario e straordinariamente indifeso. Impossibile trovare un
cuore altrettanto messo a nudo.
Cosa succede a Nietzsche nel gennaio 1889?
“Impazzire di dolore” è una metafora che nel caso di N. è letterale.
Gli spettri di N. sono quelli che funestarono la sua vita o quelli che noi scambiamo per lui?
La
vita di N. è piena di spettri. Il 900 è stato un secolo nietzschiano,
comico e tragico. Lo spettro è anche ottico: ci sono tante rifrazioni
dentro N. E c’è la mia vita. Ho fatto la tesi di laurea su N., e ora,
prima di andare in pensione, questo libro. Una vita con Nietzsche.
Tra gli spettri di Nietzsche le stagioni di Ferrarisdi Gianni Riotta La Stampa 9.12.14
Non
lasciatevi deviare dal titolo, Spettri di Nietzsche. Un’avventura umana
e intellettuale che anticipa le catastrofi del Novecento (Guanda, pp.
266, € 18): il saggio del filosofo Maurizio Ferraris è autobiografico.
Si muove dallo stupore di notare come lo studio del proprio
commercialista, al centro di Torino, abbia un tempo visto aggirarsi il
tormentato Friedrich Nietzsche, tirando quindi le fila del personale
itinerario, dalla politica giovanile come caporedattore della rivista
Alfabeta nei duri Anni Settanta, fino alla milizia culturale sotto le
insegne scettico-chic di Derrida (e chi tra i filosofi della sua leva ne
restò immune?), alla riscoperta della realtà con il Manifesto del nuovo
realismo del 2012, leva etica perduta la quale ci si ritrova a flottare
smarriti nello spazio delle idee, come George Clooney di Gravity. Additato
nel vivace pamphlet Speranze (Mulino) del decano Paolo Rossi a
portabandiera del relativismo nichilista, Ferraris si emancipa qui
orgogliosamente dall’etichetta, mischiando riferimenti alla cultura di
massa e alla storia, e cercando il senso dei «disastri del Novecento»,
secolo dei totalitarismi nella storia e nel pensiero. Considerate la
citazione di un personaggio oggi dimenticato, il generale francese
Jean-Marie de Lattre de Tassigny, i cui funerali colmarono di folla
Parigi nel 1952 e che potete rivedere commoventi su Youtube
http://goo.gl/s54sNG. Il generale, eroe della Resistenza, riuscì a
fermare l’offensiva vietnamita in Indocina nel 1951, salvo poi perdere
il figlio ventitreenne, tenente Bernard de Tassigny soldato già a 16
anni con speciale dispensa di De Gaulle, nella battaglia di Ninh Binh da
lui stesso comandata e morire poi di cancro un anno dopo. Lo
svanire della gloria, potenza nietzschiana parallela al perdere di senno
del filosofo, diventa in Ferraris figura del pensiero e dell’arte del
Novecento, che nel rarefarsi in astrazione e linguaggio occulto perdono
di controllo l’umanità più sincera, con libri impossibili da leggere,
musica impossibile da ascoltare, politiche impossibili da attuare.
Ricondurre la filosofia del XXI secolo a saggezza classica, compito che
si assume nel romanzo Vita e destino il russo Grossman, sembra essere
ormai la meta di un Maurizio Ferraris non più enfant prodige, ma maturo
pensatore. Attendiamo con curiosa speranza questa sua, nuova, stagione.
3 commenti:
Sì, però sarei cauto perché il recensore è il responsabile culturale di casapound..
anche Domenico Losurdo magari è un fascista pazzo da maneggiare con cautela?
Se possibile sarebbe meglio intervenire con nome e cognome: non c'è ragione di mantenere l'anomimato o di usare pseudonimi perché. La recensione di Scianca riconosce il rilievo del libro di Losurdo. Ribadisce inoltre la politicità integrale del pensiero di Nietzsche e il suo ruolo nella politica novecentesca. Sebbene il giudizio di valore non possa essere condiviso, a me sembra interessante. L'intervento di Catucci, in confronto, è più che altro d'occasione, perché evita - credo consapevolmente - le questioni scottanti.
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