In un saggio recente, il rischio di enfatizzare l'uso del computer in aula: impoverire il linguaggio (e quindi l'anima) dell'allievo
Giovanni Reale - il Giornale Gio, 16/10/2014
La sua genialità fu trarre un pensiero autonomo e originale dall'esame filologico. Il suo insegnamento è in netta apposizione al nichilismo e allo scientismo di oggi
Stefano Zecchi il Giornale 16 10 2014
L’altro PlatoneCommiati. Addio a Giovanni Reale, lo storico della filosofia che studiò i classici pensando al Cristianesimo, alla ricerca di una spiritualità comunePaolo Ercolani, il Manifesto 16.10.2014
In un’epoca contrassegnata dal numero crescente di studiosi di filosofia che si auto-affibbiano il titolo di «filosofo», la figura di Giovanni Reale ha spiccato per la sua sobria ma autorevolissima capacità di essere e ritenersi anzitutto uno «storico della filosofia».
Uno studioso alla vecchia maniera (nato a Pavia nel lontano 1931), insomma, che applicava la hegeliana «fatica del concetto» allo studio ermeneutico e filologico dei grandi classici dell’antichità (in particolare la filosofia antica, da Aristotele a Plotino, passando per Platone e Socrate), senza però rinunciare a interpretazioni personali e spesso in contrasto con la vulgata, né a partorire una propria weltanschauung che di quegli studi era al tempo stesso il derivato e un onesto tentativo di attualizzazione per il tempo presente. In ciò risiede la cifra che permette di comprendere la figura di uno dei più grandi esperti italiani di filosofia antica a livello internazionale. Ovvero il suo dialogo continuo, faticoso, molecolare con i grandi classici del pensiero scrostati dalle interpretazioni semplificanti o di comodo per poi essere ricondotti a un’unitarietà che, solo a quel punto, può rivelarsi utile e proficua anche nell’analisi della contemporaneità.
In questo modo, è possibile comprendere la grande operazione di Reale, capace per esempio di opporsi alla tesi positivistica, e fino a quel momento dominante, di Werner Jaeger, e dimostrare come gli scritti metafisici di Aristotele costituissero un’opera unitaria e sistematica e non un coacervo di riflessioni frammentarie ed estemporanee (Il concetto di filosofia prima e l’unità della Metafisica di Aristotele, 1961).
Sempre la sua capacità meticolosa e filologica di scandagliare il pensiero di un autore lo ha condotto a scoprire e teorizzare l’esistenza di un «altro Platone», finalmente liberato dalle fumose e improduttive interpretazioni del romanticismo risalenti a Schleiermacher. Attraverso un lavoro impressionante e incrociato sulle testimonianze di contemporanei e discepoli del filosofo dell’Accademia, infatti, Reale ci ha riconsegnato un Platone che va compreso attraverso le sue teorie esoteriche (quelle non scritte e non rivolte al pubblico ampio, chiamate essoteriche), e che a quel punto ci si rivela pensatore sistematico e persino dogmatico (Per una nuova interpretazione di Platone, 1997).
Un lavoro metodologicamente opposto, ma con il medesimo scopo di rivelare l’essenza di un pensatore al di là delle vulgate spurie, Reale lo ha compiuto anche nei confronti di Socrate, la cui individuazione di un nucleo filosofico portante sembrava annichilita dagli studi di Olof Gigon, in cui si sosteneva l’impossibilità (e la sterilità) di un’operazione del genere nei confronti di un autore che nulla aveva lasciato di scritto. Grazie al suo lavoro metodico di ricostruzione e comparazione, invece, Reale riusciva a restituirci un Socrate il cui fulcro speculativo andava individuato nella «psyche» quale facoltà fondante dell’uomo che pensa ed elabora il mondo esterno, senza accontentarsi di teologizzare e assolutizzare i dati fisici ed esteriori (Socrate. Alla scoperta della sapienza umana, 1999).
La sua non comune capacità di studioso era destinata a incrociarsi con il dato biografico quando, lui che era una persona profondamente cristiana e alla costante ricerca dei fondamenti culturali e filosofici di questa sua tensione metafisica, riuscì a smontare letteralmente la tesi di Eduard Zeller, che voleva vedere in Plotino un pensatore panteista e immanentista. Reale, invece, certamente mosso anche dalle proprie convinzioni religiose, che egli aveva utilizzato anche nell’esegesi di Platone e, in generale, nell’individuazione di un pensiero antico che fosse in stretta comunicazione con la successiva esplosione del cristianesimo, riuscì ad affermare una visione del grande pensatore neoplatonico come teorico dell’«Uno» trascendente e unitario, e in questo senso figura di collegamento imprescindibile fra l’universo pagano e quello cristiano (Plotino. Enneadi, a cura di Giovanni Reale, 2002).
Queste operazioni culturali che lo hanno reso celebre a livello internazionale, si inseriscono comunque all’interno di studi, e di una produzione, che lo hanno portato a spaziare lungo tutta la storia della filosofia, anche se con una preferenza marcata per il mondo classico e cristiano. Memorabili i suoi scritti su Il pensiero antico (2001), ma ancor di più il suo ponderoso lavoro sulla Storia della filosofia antica (5 voll., 1975) e il manuale per i Licei scritto insieme a Dario Antiseri, nato concepito e sviluppato con l’intento preciso di fornire un controcanto ai manuali di stampo marxistico e positivistico.
Dai suoi studi è emerso, però, anche un pensiero autonomo ed originale, che lo ha portato ad opporsi fieramente al furore nichilistico dei tempi presenti, fino a denunciare, con evidenti intenti umanistici, «lo squilibrio sempre crescente fra il progresso tecnologico ed economico, da un lato, e il mancato progresso dell’uomo nelle dimensioni spirituale, etica e sociale, dall’altro» (Radici culturali e spirituali dell’Europa, 2003).
Giovanni Reale è stato anche un intellettuale impegnato, come per esempio quando intervenne nel caso di Eluana Englaro e, pur da cattolico, condannò il dogmatismo del governo e della Chiesa nel ostinarsi a «farla sopravvivere al prezzo della vita».
Non v’è dubbio che, con la sua morte, Sofia ha perso uno dei suoi amanti più fedeli e appassionati.
Addio a Giovanni Reale, grande interprete di Platone
Con Antiseri scrisse «Il pensiero occidentale dalle origini ad oggi» La Stampa 16.10.14
L’ultima intervista a La Stampa: “Il libero arbitrio esiste”
La Stampa 16.10.14
Giovanni Reale una vita nel segno di PlatoneLo storico che insegnò la filosofia dei classici a intere generazioni è morto ieri all’età di 83 anni
Con Antiseri scrisse «Il pensiero occidentale dalle origini ad oggi» La Stampa 16.10.14
L’ultima intervista a La Stampa: “Il libero arbitrio esiste”
La Stampa 16.10.14
Giovanni Reale una vita nel segno di PlatoneLo storico che insegnò la filosofia dei classici a intere generazioni è morto ieri all’età di 83 anni
di Antonio Gnoli Repubblica 16.10.14
SEMBRAVA un uomo di altri tempi. Pingue, loquace, cerimonioso. Un’eleganza antica. Cappello compreso, immancabile su una testa calva, dalla fronte spaziosa. Innamorato del proprio mestiere di storico della filosofia. Quando ci vedemmo l’ultima volta, circa un anno fa, in un albergo romano, per parlare di sé e della meravigliosa impresa editoriale dei suoi classici della filosofia (raccolti e pubblicati da Bompiani), mi sembrò che fosse cresciuta in lui la consapevolezza di un lavoro indispensabile. L’idea che avesse realizzato qualcosa di importante per la cultura di questo paese: sia sul piano del pensiero (soprattutto filosofico), sia su quello dell’arte (spesso, negli ultimi tempi, in coppia con Elisabetta Sgarbi).
Giovanni Reale è morto abbastanza repentinamente, a 83 anni, per non lasciarci in qualche modo disorientati. Restano i suoi lavori. Quelli di manualistica, realizzati in parte con Dario Antiseri; i commenti – spesso magistrali – alle opere dell’antichità, in particolare a Platone il suo filosofo di riferimento. Da buon cattolico egli difese le ragioni della vita. Nel dialogo, intenso, che svolse da credente con Umberto Veronesi, lo scienziato non credente, ( Responsabilità della vita è il libro frutto del loro confronto) si coglie il desiderio dialettico di capire e di entrare nelle convinzioni dell’altro, con civiltà e ragione. Negli ultimi anni l’accademico di vaglia – che aveva insegnato in varie università europee, ma prevalentemente alla Cattolica di Milano – lasciò uno spazio crescente alla riflessione più attuale, legata ai temi urgenti: come pensare il fine vita e come difenderlo dai pregiudizi ideologici. Di qui le tormentate considerazioni e il rispetto con cui sentiva di dover affrontare i casi di Welby e di Eluana. Significative furono a questo riguardo – in una lettera inviata a Mina Welby – le ragioni, in qualche modo laiche, di un credente che respingeva l’accanimento terapeutico e lasciava al malato la decisione di come morire. Sospetto che in quella maturazione si affacciasse il bisogno di tornare ad alcuni motivi della filosofia antica: le virtù del bene e del bello, l’armonia, l’eros inteso come slancio verso un ordine superiore, e l’assoluto come principio da imitare nella consapevolezza che mai l’umano potrà pienamente soddisfare.
Per questo tra Aristotele e Platone egli scelse Platone. Sia co- me guida spirituale, che come pratica etica e conoscitiva. Amava Platone da platonico, quale in fondo riteneva di essere. Non che Aristotele non fosse altrettanto fondamentale. Ricordo infatti la sua traduzione e il commento alla Metafisica, dove venivano colte le intenzioni sistematiche dello stagirita. Per ogni studente che si avventurava, con qualche dubbio, nella selva di quel testo, Reale era un saldo punto di riferimento filologico. Come lo fu sull’intera filosofia antica. Eppure, era Platone il filosofo al quale sempre tornava. Reale aveva in qualche modo sposato l’interpretazione fornita dalla “scuola di Tubinga”, secondo la quale il filosofo andava letto e interpretato soprattutto alla luce delle dottrine non scritte. Quel mondo misterioso, impalpabile, iniziatico che Platone costituì sotto il nome di Accademia, affascinò il pensiero di Reale. Quasi che nella scena che si profilava si potesse leggere lo scontro drammatico tra la scrittura e la vivente dialettica. Non era questa, in fondo, la misura stessa con cui Socrate aveva esaltato la forza della parola orale contro quella scritta?
Certo, diverse e fondate furono le critiche a quel metodo di lavoro che privilegiava un inse- gnamento non scritto, forse perfino segreto, ma del quale restano poche e indimostrabili tracce. Ma ad affascinare Reale contribuì la constatazione che Platone fosse al centro di una rivoluzione epocale che in qualche modo coinvolgeva perfino le nostre esistenze. Anche noi, come lui, dentro un’epocale trasformazione. Per quanto riguarda Platone c’era il passaggio tutt’altro che indolore da una civiltà orale, fondata sul mito e l’immagine, a una civiltà della scrittura sorretta dall’argomentazione razionale. Cosa avrebbe guadagnato e perso l’uomo greco con questa rivoluzione? Si sarebbe staccato dalla seduzione del fantastico e dalla bellezza, anche tragica, dell’epico per abbracciare qualcosa che, con la forza del solo Logos, avrebbe segnato l’intero Occidente. Una vittoria che poteva vestire i panni della sconfitta o viceversa: una sconfitta che si sarebbe potuto leggere come una vittoria. Questa era la scena. Platone ne fu pienamente consapevole e sebbene non volle rinunciare del tutto a ciò che si stava abbandonando, al tempo stesso, dovette farsi interprete di quel nuovo mondo che avanzava e che prese il nome di metafisica. I suoi scritti decretarono che si potesse e dovesse pensare non più per immagini ma per concetti. La sua teoria delle idee fu, secondo Reale, l’approdo naturale a un modo nuovo di affrontare il tema della verità.
Platone colse i limiti della scrittura, come alcuni interpreti hanno dichiarato rifacendosi alla Lettera V-II. Dopo lunghe discussioni, quel testo fu attribuito a Platone ed è considerato – insieme al Fedro – il documento più esplicito circa i dubbi che Platone formulò nei riguardi della parola scritta, incapace di esprimere tutta la profondità del pensiero filosofico. Peccato che quelle cose Platone le abbia pensate e dette scrivendo. Fu una delle obiezioni forti mosse sia alla scuola di Tubinga che a Reale. Quest’ultimo non se ne preoccupò più di tanto, continuando a pensare che i due volti di Platone – il corpus degli scritti e l’accademia dove trionfò l’oralità della dialettica – fossero entrambi indispensabili per comprenderne il messaggio filosofico.
Reale è stato un curioso metafisico nel tempo del tramonto della metafisica. Negli ultimi anni, si interessò alla filosofia di Martin Heidegger. C’è bisogno di idee forti, altro che pensiero debole, aveva sostenuto, vedendo crescere l’interesse attorno alla figura di questo controverso pensatore. Contrariamente a quello che in genere si pensa, e cioè che Heidegger sia un antimetafisico, Reale sostenne che egli sia stato uno dei più grandi metafisici della storia del pensiero occidentale. Anche sulla religiosità Reale intuì il profondo coinvolgimento di Heidegger. Non so quanto fosse la sincera e tormentata passione del credente e non piuttosto il tentativo di ricondurre la teologia alla filosofia, ma è certo che in quella lettura, a nostro avviso poco plausibile, ci fosse una sintonia profonda, quasi un sovrapporsi di identità. La stessa, anche se in misura più lieve, che per tutta la vita ha riguardato la sua relazione ventriloqua con Platone. Mi chiedo se quest’uomo affabile, cerimonioso e non privo di una qualche punta di vanità non abbia con la sua lettura dato vita, involontariamente, a una specie di “Zelig” della filosofia, tanto più efficace quanto più capace di adattare quel sistema complesso di idee platoniche al mondo contemporaneo. Naturalmente non c’è una risposta. Ogni uomo è la sua terra. Ed è giusto rendere omaggio alla sua fedeltà all’antico. E al suo sogno platonico.
SEMBRAVA un uomo di altri tempi. Pingue, loquace, cerimonioso. Un’eleganza antica. Cappello compreso, immancabile su una testa calva, dalla fronte spaziosa. Innamorato del proprio mestiere di storico della filosofia. Quando ci vedemmo l’ultima volta, circa un anno fa, in un albergo romano, per parlare di sé e della meravigliosa impresa editoriale dei suoi classici della filosofia (raccolti e pubblicati da Bompiani), mi sembrò che fosse cresciuta in lui la consapevolezza di un lavoro indispensabile. L’idea che avesse realizzato qualcosa di importante per la cultura di questo paese: sia sul piano del pensiero (soprattutto filosofico), sia su quello dell’arte (spesso, negli ultimi tempi, in coppia con Elisabetta Sgarbi).
Giovanni Reale è morto abbastanza repentinamente, a 83 anni, per non lasciarci in qualche modo disorientati. Restano i suoi lavori. Quelli di manualistica, realizzati in parte con Dario Antiseri; i commenti – spesso magistrali – alle opere dell’antichità, in particolare a Platone il suo filosofo di riferimento. Da buon cattolico egli difese le ragioni della vita. Nel dialogo, intenso, che svolse da credente con Umberto Veronesi, lo scienziato non credente, ( Responsabilità della vita è il libro frutto del loro confronto) si coglie il desiderio dialettico di capire e di entrare nelle convinzioni dell’altro, con civiltà e ragione. Negli ultimi anni l’accademico di vaglia – che aveva insegnato in varie università europee, ma prevalentemente alla Cattolica di Milano – lasciò uno spazio crescente alla riflessione più attuale, legata ai temi urgenti: come pensare il fine vita e come difenderlo dai pregiudizi ideologici. Di qui le tormentate considerazioni e il rispetto con cui sentiva di dover affrontare i casi di Welby e di Eluana. Significative furono a questo riguardo – in una lettera inviata a Mina Welby – le ragioni, in qualche modo laiche, di un credente che respingeva l’accanimento terapeutico e lasciava al malato la decisione di come morire. Sospetto che in quella maturazione si affacciasse il bisogno di tornare ad alcuni motivi della filosofia antica: le virtù del bene e del bello, l’armonia, l’eros inteso come slancio verso un ordine superiore, e l’assoluto come principio da imitare nella consapevolezza che mai l’umano potrà pienamente soddisfare.
Per questo tra Aristotele e Platone egli scelse Platone. Sia co- me guida spirituale, che come pratica etica e conoscitiva. Amava Platone da platonico, quale in fondo riteneva di essere. Non che Aristotele non fosse altrettanto fondamentale. Ricordo infatti la sua traduzione e il commento alla Metafisica, dove venivano colte le intenzioni sistematiche dello stagirita. Per ogni studente che si avventurava, con qualche dubbio, nella selva di quel testo, Reale era un saldo punto di riferimento filologico. Come lo fu sull’intera filosofia antica. Eppure, era Platone il filosofo al quale sempre tornava. Reale aveva in qualche modo sposato l’interpretazione fornita dalla “scuola di Tubinga”, secondo la quale il filosofo andava letto e interpretato soprattutto alla luce delle dottrine non scritte. Quel mondo misterioso, impalpabile, iniziatico che Platone costituì sotto il nome di Accademia, affascinò il pensiero di Reale. Quasi che nella scena che si profilava si potesse leggere lo scontro drammatico tra la scrittura e la vivente dialettica. Non era questa, in fondo, la misura stessa con cui Socrate aveva esaltato la forza della parola orale contro quella scritta?
Certo, diverse e fondate furono le critiche a quel metodo di lavoro che privilegiava un inse- gnamento non scritto, forse perfino segreto, ma del quale restano poche e indimostrabili tracce. Ma ad affascinare Reale contribuì la constatazione che Platone fosse al centro di una rivoluzione epocale che in qualche modo coinvolgeva perfino le nostre esistenze. Anche noi, come lui, dentro un’epocale trasformazione. Per quanto riguarda Platone c’era il passaggio tutt’altro che indolore da una civiltà orale, fondata sul mito e l’immagine, a una civiltà della scrittura sorretta dall’argomentazione razionale. Cosa avrebbe guadagnato e perso l’uomo greco con questa rivoluzione? Si sarebbe staccato dalla seduzione del fantastico e dalla bellezza, anche tragica, dell’epico per abbracciare qualcosa che, con la forza del solo Logos, avrebbe segnato l’intero Occidente. Una vittoria che poteva vestire i panni della sconfitta o viceversa: una sconfitta che si sarebbe potuto leggere come una vittoria. Questa era la scena. Platone ne fu pienamente consapevole e sebbene non volle rinunciare del tutto a ciò che si stava abbandonando, al tempo stesso, dovette farsi interprete di quel nuovo mondo che avanzava e che prese il nome di metafisica. I suoi scritti decretarono che si potesse e dovesse pensare non più per immagini ma per concetti. La sua teoria delle idee fu, secondo Reale, l’approdo naturale a un modo nuovo di affrontare il tema della verità.
Platone colse i limiti della scrittura, come alcuni interpreti hanno dichiarato rifacendosi alla Lettera V-II. Dopo lunghe discussioni, quel testo fu attribuito a Platone ed è considerato – insieme al Fedro – il documento più esplicito circa i dubbi che Platone formulò nei riguardi della parola scritta, incapace di esprimere tutta la profondità del pensiero filosofico. Peccato che quelle cose Platone le abbia pensate e dette scrivendo. Fu una delle obiezioni forti mosse sia alla scuola di Tubinga che a Reale. Quest’ultimo non se ne preoccupò più di tanto, continuando a pensare che i due volti di Platone – il corpus degli scritti e l’accademia dove trionfò l’oralità della dialettica – fossero entrambi indispensabili per comprenderne il messaggio filosofico.
Reale è stato un curioso metafisico nel tempo del tramonto della metafisica. Negli ultimi anni, si interessò alla filosofia di Martin Heidegger. C’è bisogno di idee forti, altro che pensiero debole, aveva sostenuto, vedendo crescere l’interesse attorno alla figura di questo controverso pensatore. Contrariamente a quello che in genere si pensa, e cioè che Heidegger sia un antimetafisico, Reale sostenne che egli sia stato uno dei più grandi metafisici della storia del pensiero occidentale. Anche sulla religiosità Reale intuì il profondo coinvolgimento di Heidegger. Non so quanto fosse la sincera e tormentata passione del credente e non piuttosto il tentativo di ricondurre la teologia alla filosofia, ma è certo che in quella lettura, a nostro avviso poco plausibile, ci fosse una sintonia profonda, quasi un sovrapporsi di identità. La stessa, anche se in misura più lieve, che per tutta la vita ha riguardato la sua relazione ventriloqua con Platone. Mi chiedo se quest’uomo affabile, cerimonioso e non privo di una qualche punta di vanità non abbia con la sua lettura dato vita, involontariamente, a una specie di “Zelig” della filosofia, tanto più efficace quanto più capace di adattare quel sistema complesso di idee platoniche al mondo contemporaneo. Naturalmente non c’è una risposta. Ogni uomo è la sua terra. Ed è giusto rendere omaggio alla sua fedeltà all’antico. E al suo sogno platonico.
Addio a Giovanni Reale il cattolico amico di PlatoneGiovedì 16 Ottobre, 2014 CORRIERE DELLA SERA Armando Torno
G iovanni Reale è morto ieri mattina nella sua casa di Luino. Era nato a Candia Lomellina il 15 aprile 1931. Ha lavorato sino a poche ore prima alla traduzione degli ultimi undici dialoghi «socratici» di Platone che, come usava dire, «mi mancavano». Quando usciranno da Bompiani nel 2015 avremo il «tutto Platone» di Reale. Ha chiuso l’esistenza con il filosofo del suo cuore, del quale sostenne per primo in Italia la tesi delle dottrine «non scritte»: sono da cercarsi nelle lezioni sui principi primi che teneva all’interno dell’Accademia e noi conosciamo solo attraverso testimonianze indirette. Debuttò con Aristotele, sul quale pubblicava nel 1961 un saggio dedicato all’unità della Metafisica, opera che tradurrà nel 1968 per l’editore Loffredo in due volumi, poi continuamente ripensata e riproposta (da Vita & Pensiero e Bompiani).
È difficile riassumerne l’immenso lavoro, i libri che scrisse, le battaglie condotte, quanto osò in editoria. Diremo semplicemente che fu il grande Mario Untersteiner a portarlo in cattedra e ad affidargli la cura degli Eleati per la celebre, e oggi impensabile, opera Zeller-Mondolfo sulla filosofia antica; inoltre, per la «Biblioteca di Studi Superiori» de La Nuova Italia, lo incaricò per l’edizione dei frammenti di Melisso. Si era formato in Germania, dove fu inviato dopo la laurea da padre Agostino Gemelli («Portami un po’ di Atene in Cattolica», gli disse) e cominciò a insegnare nei licei. Difficile elencare le opere che curò non ancora ordinario, ma tra esse va ricordata la traduzione con un saggio esemplare della Metafisca di Teofrasto (La Scuola 1964). Giunto in cattedra raddoppiò l’impegno, fondando tra le altre la collana di studi sul pensiero antico di Vita & Pensiero, ora diretta da Roberto Radice, suo successore in Cattolica (134 titoli usciti).
È nota l’apertura mentale. Cenava con Giovanni Paolo II, che lo incaricò di curare le sue opere, e difese con fermezza don Luigi Verzé quando i più lo abbandonarono (insegnò all’Università Vita-Salute del San Raffaele); scrisse un libro con Umberto Veronesi ( Responsabilità della vita , Bompiani 2013), fece dibattiti al Parolario di Como con Peppino Englaro, portò Eugenio Scalfari in Cattolica, firmò con il cardinale Angelo Scola — tra l’altro suo allievo —l’opera Il valore dell’uomo (Bompiani 2007). Era un credente convinto, libero come un vero filosofo. Mai si sclerotizzò nelle varianti filologiche o in camarille care agli accademici: per questo scrisse non pochi libri divulgativi, oltre a testi su Socrate (Rizzoli) o sull’Europa (Raffaello Cortina). Con Elisabetta Sgarbi diede vita a una serie d’arte, uscita da Bompiani. Opere quali Il gran teatro del Sacro Monte di Varallo o Raffaello. La Stanza della Segnatura abbinano le sue analisi ai film della Sgarbi offrendo contributi sorprendenti.
Con lui scompare un maestro e un amico, il magnifico storico del pensiero greco-romano (10 volumi, Bompiani) o l’autore, con Dario Antiseri, della vasta Storia della filosofia dalle origini a oggi (14 volumi, Bompiani). Con Antiseri ha anche pubblicato nel 2103 per l’editrice La Scuola i tre volumi de Il pensiero occidentale dalle origini ad oggi . È pronta — venduta benissimo a Francoforte — un’opera, sempre per La Scuola e sempre con Antiseri, intitolata Cent’anni di filosofia. Da Nietzsche a oggi (uscirà nel gennaio 2015). Di più: ha diretto per Bompiani, dopo aver iniziato con Rusconi, le collane «Il pensiero occidentale» e «Testi a fronte»: rappresentano, con oltre 300 volumi usciti, una delle più grandi raccolte di opere filosofiche al mondo. Giulio Giorello, che pubblicò in «Scienza e idee» di Raffaello Cortina, da lui diretta, tre titoli di Reale, ci confida a proposito: «Ha abituato gli italiani a leggere la filosofia con l’originale a fronte». Ed Emanuele Severino, suo collega in Cattolica: «Lo ricordo come un carissimo amico, di grande ingegno, con il quale ho avuto un intenso rapporto filosofico. Avevamo in comune la convinzione che il pensiero greco fosse la chiave per capire lo sviluppo della civiltà occidentale».
Reale ha firmato tra l’altro le traduzioni dei frammenti dei Presocratici, delle Vite di Diogene Laerzio, delle opere di Plotino, Seneca, Agostino. Nel «Pensiero occidentale», in novembre, uscirà una raccolta di scritti di Togliatti. È l’omaggio più concreto per i cinquant’anni dalla morte. Reso da un filosofo cattolico dal cuore libero.
Giovanni Reale / Berti: perfino Platone ha un debito con lui
ilsussidiario.net 16 ottobre 2014
Che ironia Reale, filosofo e gentiluomo
di Piergiorgio Odifreddi Repubblica 19.10.14
HO INCONTRATO Giovanni Reale una sola volta, che vale la pena ricordare. Devo premettere che il suo tipo di filosofia non poteva incontrare i miei gusti da matematico, più inclini ad apprezzare gli analitici che non gli improbabili tentativi di leggere fra le righe di Platone le “dottrine non scritte” alluse nella famosa Settima Lettera.
Fu così che mi divertii un paio di volte a stuzzicarlo in pubblico. Nell’introduzione al Matematico impertinente mi lasciai andare a identificare il nostro periodo storico come “l’era della RCS: sigla che indica non il gruppo editoriale, bensì la Santissima Trinità della filosofia del Bel Paese, incarnata nelle persone di Reale, Cacciari e Severino”. E ad affermare di “sentire l’impertinenza nei confronti loro e dei loro discepoli come un imperativo logico e scientifico”. Qualche anno dopo lo incontrai per caso alla Milanesiana. Benché non ci conoscessimo mi venne incontro sorridente, mi strinse la mano e mi disse: “Sono la R della RCS”, con una battuta che sciolse all’istante i miei pregiudizi. Non ci siamo più incontrati, ma da allora ho cominciato a ricevere, senza averli chiesti, i tomi di filosofia della serie da lui curata per la vera RCS. La sua morte fissa ora a 2 a 0 per lui il nostro punteggio, in maniera irrimediabile: a volte una parola o un gesto gentili arrivano più lontano di una impertinenza.
Giovanni Reale (1931-2014)
di Maria Bettetini Il Sole Domenica 19.10.14
(...) Aveva, certo, le sue preferenze, in linea con l'idea che guidò tutto il suo operare, dagli anni di studio a Marburgo fino alle ultime lezioni al San Raffaele, l'idea che la trascendenza sia già tutta nella filosofia greca, da Platone in poi, dalla famosa “seconda navigazione” descritta nel dialogo Fedone, che invita a lasciare i remi e a farsi portare dal vento issando le vele, passando dalla fatica del mondo immanente alla leggerezza del trascendente. Da qui la sua attenzione ai Neoplatonici, fino ad allora ben poco noti e tradotti, a Agostino che fu ritenuto autore di una “terza navigazione”, quella della fede e dell'amore. Convinto di questa impronta, certo non apprezzata da pensatori meno amanti della trascendenza, Giovanni Reale discusse molto giovane le teorie di Werner Jaeger sulla composizione progressiva della Metafisica aristotelica, rivendicandone l'unità di idee e di composizione. Ma non disprezzò, il professor Reale, i suoi obiettori di prima e di dopo, tanto che fece pubblicare le opere di Zeller, Jaeger, della grande storiografia tedesca, e in italiano sta per esser pronta un'edizione delle opere di Togliatti, per fare un nome ben lontano dalla sua sensibilità (...).
Nessun commento:
Posta un commento