mercoledì 15 ottobre 2014

Dalle feste alle sacrestie: Bertinotti sta per convertirsi e intanto frequenta preti. Battista è contento per questa espiazione

Sempre daccapo. Conversazione con Roberto DonadoniQuesto Donadoni non è il calciatore, purtroppo [SGA].

Fausto Bertinotti: Sempre daccapo. Conversazione con Roberto Donadoni, prefazione di Gianfranco Ravasi, Marcianum Press

Risvolto
A partire dalle principali sfide del nostro tempo, Bertinotti propone la via al socialismo nella convinzione che la politica o è un'idea di liberazione o è miseria. L'autore sostiene che il dialogo tra credenti e non credenti si fa non solo possibile, ma necessario, laddove il terreno è quello della comune lotta contro le ingiustizie e per la difesa della persona umana. In questo contesto emerge il rapporto di Fausto Bertinotti con le figure chiave della fede cristiana: Cristo e San Paolo. 

San Paolo e l’uguaglianza prima di Marx La «rifondazione» cristiana di Bertinotti“Sempre daccapo”, in uscita oggi è la conversazione tra l’ex segretario di Rifondazione e Roberto Donadoni, il direttore della Marcianum, l’editrice della Curia e del padronato veneziano La prefazione è di Gianfranco Ravasidi Pierluigi Battista Corriere 15.10.14
La prefazione di un libro di Fausto Bertinotti affidata al cardinale Gianfranco Ravasi sarebbe già una notizia in sé. Se poi il cardinale Ravasi confessa di aver trovato nelle pagine di questo Sempre daccapo (Marcianum Press) un vertiginoso «procedere dall’universale al particolare, dalle grandi sfide planetarie alle domande intime che artigliano la sua coscienza», allora l’interesse è vieppiù assicurato. 



E Bertinotti non delude. Si macera su una sconfitta storica di dimensioni apocalittiche, ma cerca nuova linfa nel linguaggio della profezia religiosa. Si interroga sullo tsunami storico che ha travolto, insieme al comunismo reale, anche i pilastri costruiti da Karl Marx, ma non esita a riprendere come testo illuminante la Lettera ai Gàlati di San Paolo dove, spiega Bertinotti, si mette in crisi «l’assetto signorile» della società con queste parole radicali e irriducibili: «non c’è Giudeo, né Greco; non c’è schiavo, né libero; non c’è maschio e femmina». L’uguaglianza assoluta davanti a Dio, al di là delle incrostazioni contingenti della storia. Difficile immaginare l’inizio di un percorso politico, ma una drastica trasformazione nella dieta culturale di un leader politico che riflette sull’ampiezza di una sconfitta dolorosa, questo certamente sì. 

«Procedere dall’universale al particolare», scrive dunque il cardinale Ravasi. E in effetti qualche volta sembra molto forzato in queste pagine il confronto tra le parole della politica, amare, sconfortate, ma pur sempre significative di un mondo piccolo e limitato, e l’afflato di Bertinotti per la riproposizione delle domande ultime e prime che danno senso alla vita e alla Storia. Difficile collegare il macerarsi sul significato ultimo del messaggio cristiano con le polemiche sulla presunta egemonia «liberista» e addirittura sul ruolo del comandante Marcos in Chiapas, delle cui imprese mirabolanti le cronache hanno tristemente smesso oramai persino di riferire. 
Collegare insomma il transeunte di un’esperienza politica con l’immanenza extrastorica delle grandi questioni affrontate dalla religione e da quella cristiana in particolare. 
Difficile, ma Bertinotti ci prova. Non che queste pagine evochino l’inizio di una conversione vera e propria (nemmeno il cardinale Ravasi forse se lo augurerebbe), ma danno il senso dell’inadeguatezza di parole oramai consumate. Fosse solo la riflessione su una sconfitta elettorale, di cui Bertinotti porta consapevolmente tutto il peso e tutta la responsabilità, saremmo alle solite recriminazioni sul destino cinico e baro e alla formulazione di un paio di ricette per risalire la china. 
Bertinotti invece inscrive quella sconfitta in una più generale catastrofe storica della sinistra, e non solo di quella che si è riconosciuta nell’esperienza fallimentare del comunismo mondiale. Una sconfitta che a suo dire riporta indietro non di un secolo, ma di due, a quell’Ottocento che ha preceduto la formazione del moderno Welfare State e la nascita stessa del movimento operaio. Da qui la radicalità di una ricerca che oltrepassi le frontiere del pensiero tradizionale (a cominciare dalla dicotomia credente-laico, davvero poca cosa in confronto alle dimensioni di una storia che si è logorata). Da qui anche la rivendicazione di una storia stoltamente negletta nelle sfere ufficiali della sinistra. 
Quello slancio generoso, socialista e cristiano insieme, che prima dell’ossificarsi nel Partito ha animato, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, il formarsi delle cooperative, delle case del popolo, delle leghe, degli atelier, delle società di mutuo soccorso. Ma anche, sebbene Bertinotti non ne faccia riferimento, la formazione dell’Umanitaria a Milano, delle università popolari, delle organizzazioni del credito contadino e così via. Un modo di riconsiderare le tappe di una sconfitta e anche l’inizio di una rilettura delle cose «buone», dimenticate ma che sono forse la parte migliore di una grande storia. Dove c’è anche la rilettura di San Paolo, e una critica spietata a ciò che si è stati. «Sempre daccapo», come recita il titolo del libro.

Il conformista Bertinotti e Ravasi, incubo in sala d’aspetto
di Elisabetta Ambrosi il Fatto 25.10.14
SONO LA SALETTA dell’aeroporto dove si sono consumati gli incontri tra Fausto Bertinotti e il cardinale Gianfranco Ravasi, autore della prefazione dell’ultimo libro-intervista dell’ex presidente della Camera, Sempre daccapo (Marcianum Press). È accaduto insomma che mio malgrado, tra annunci di partenze e arrivi, sia diventata anch’io un “Cortile dei Gentili”: quello spazio – ormai affollatissimo: dopo i papi e i direttori di giornali, tocca a cardinali ed ex segretari di sinistra – dove si incontrano credenti e non credenti. Io come la sala ristorante dell’Hotel Palma, dove si è svolta la cena del premio Capri San Michele durante la quale l’intervistatore di Bertinotti, Roberto Donadoni, grazie all’intervento della moglie Lella (“Fausto non dire no a questo simpatico sacerdote”), lo ha convinto a scrivere il libro. Che oltre a essere una perlustrazione altissima dei destini del movimento operaio, dell’individualismo cieco della società mercantilista globale e del rapporto tra Marx e Lenin e tra San Paolo e Cristo, è soprattutto uno scandagliamento morale dell’interiorità dell’intervistato, che risponde a domande di senso che “artigliano la sua coscienza” – come scrive Ravasi – trascendendo però “le stagioni politiche”. Peccato che io veda la gente che passa di qui: cittadini un tempo di sinistra ormai preoccupati soprattutto di sopravvivere (anche perché il vitalizio per pensare alle domande ultime non ce l’hanno). I quali se potessero, credetemi, accetterebbero senza fiatare il “capitalismo sfrenato” e il “rischioso post umanesimo” globalizzato, pur di riavere in cambio l’unico governo che forse ci avrebbe evitato di cadere nell’abisso in cui siamo.


Bertinotti sempre daccapo 

Corriere dell’Umbria 19.5.15 di Leonardo Caponi
Fausto Bertinotti ha scelto Perugia come una delle tappe della presentazione del suo ultimo lavoro, un libro intervista con Roberto Donadoni. Come era prevedibile l’incontro con l’ex leader di Rifondazione comunistache ha avuto, tra gli altri, come interlocutore il parrocchiano del carcere di Perugia e parroco di Santo Spirito, don Saulo, è stata l’occasione per una riflessione politico culturale non banale che, comunque la si voglia giudicare, si staglia con la forza di una visione di largo respiro nella odierna discussione asfittica del giorno per giorno. L’unica considerazione che si può caso mai fare è che l’ex presidente della Camera agisce ormai più come solista che come direttore di orchestra, anche se, molto spesso, ad avere la capacità di anticipare la storia, sono proprio le figure che hanno scelto, per se stessi, l’“isolamento” dai partiti.
Il giudizio che Bertinotti da dell’Europa e del mondo (occidentale) di oggi è di una nettezza drammatica, quasi disperante. Il “liberismo” economico ha ormai conquistato la politica e la cultura e si è imposto come dittatura di una idea i cui cardini sono il “mercato” e l’“impresa”. Ad essi tutto è subordinato, dalla condizione dei lavoratori, alla funzionalità delle istituzioni, al governo dell’informazione, alla umanità dei rapporti sociali e interpersonali. L'autonomia della politica e il potere dei governi è piegato alla funzionalità di un ordine che è presentato e si impone, immutabile e senza alternative, come una nuova legge della natura. La forza di questa oppressione è tale, questo è il nocciolo del discorso di Bertinotti, da rendere illusorio e vano ogni tentativo di cambiare il sistema dall'interno.
La denuncia dei mali del liberismo, a cominciare dalla disoccupazione e dalla povertà in Europa e nel mondo, trova una alta e permanente tribuna nelle parole e nell'azione di Papa Francesco. Bertinotti vede su questo terreno e sul lascito spirituale delle predicazioni di Gesù Cristo e degli scritti di S. Paolo di Tarso, gli spazi per (ri)aprire un dialogo con la Chiesa cattolica.
Non è un caso che la prefazione al libro sia stata chiesta e scritta da un’alta autorità ecclesiastica, il card. Gianfranco Ravasi, anche se appare infondata e una semplice banalizzazione mediatica, una presunta “conversione” cristiana di Bertinotti, presentata come la “resa” dell’ultimo dei comunisti all'ideologia del capitalismo. Bertinotti continua a definirsi “non credente” e il titolo del libro è di per se indicativo, “Sempre daccapo”, a voler testimoniare, nel profondo della sconfitta, la volontà di ricominciare la lotta per un cambiamento sociale.
Farà probabilmente discutere il giudizio di Bertinotti sulla Sinistra attuale e la prospettiva che egli indica per la trasformazione della società. A suo parere sarà non solo possibile, ma necessario, attuarla senza il “Principe” per dirla con Machiavelli o l’”Intellettuale collettivo” con Gramsci; cioè senza il Partito, “appoggiandosi”, per così dire, sui “movimenti”. Questa idea e quella di un approdo sconosciuto verso cui muovere, inteso come una costruzione da definire cammin facendo, sono fascinose, ma si prestano ad obiezioni.
L’intento di “sciogliersi” nei movimenti non è in realtà nuovo. Lo propose alla Federazione giovanile comunista, in pieno '68, l’allora Segretario Achille Occhetto (che rivelò poi in materia una straordinaria versatilità riuscendo a sciogliere il Pci).
Sembra un'idea ricorrente se è stata tentata in questi ultimi anni da varie parti, compresa la Rifondazione Comunista di Bertinotti, con esiti non propriamente incoraggianti, anzi alla fine sostanzialmente fallimentari. Una casa si fa con un muratore e un progetto, almeno di larga massima. Che gli attuali partiti della sinistra siano persi per la causa, è fuori discussione. Ma forse bisognerebbe pensare non solo di abolirli, ma di sostituirli con qualcos’altro.

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