Risvolto
«Ciò che sfuggì a Tocqueville fu che negli Stati Uniti, accanto alla rivoluzione democratica, stava prendendo piede una rivoluzione capitalistica fonte delle maggiori diseguaglianze. La democrazia americana sarebbe stata profondamente segnata da una nuova élite, quella dei ricchi e dei ricchissimi».
L’11 maggio 1831 il giovane aristocratico francese Alexis de Tocqueville sbarcò
a New York, e da lì iniziò un viaggio per gli Stati Uniti terminato il 20 febbraio 1832. Il risultato delle sue osservazioni e riflessioni fu La democrazia in America, la cui prima parte venne pubblicata nel 1835 e la seconda nel 1840. Il testo, scritto in una prosa superba, fece scalpore in Europa – ad essa l’autore aveva diretto il messaggio che, nel Nuovo mondo, la democrazia (avversata dai conservatori e fonte di infinite turbolenze nel Vecchio) aveva trovato un’attuazione straordinaria, rivelando una forza «irresistibile» destinata a raggiungere inevitabilmente anche le sponde europee. Tocqueville segnalò nelle sue pagine l’inizio di una nuova storia. Sennonché, al di là di questo vigoroso messaggio, si poneva e si pone tuttora la questione se negli Stati Uniti la democrazia si presentasse effettivamente con i tratti da lui descritti – a partire dalla tesi centrale secondo cui il volto più caratterizzante del grande paese fosse «l’eguaglianza delle condizioni». Il saggio di Massimo Salvadori ripercorre l’analisi di Tocqueville concludendo che esse presentano per aspetti cruciali limiti assai significativi, in quanto delineano un’immagine dell’America che – in fatto di istituzioni, partiti politici, rapporti tra gruppi sociali, relazioni tra il Nord e il Sud – appare poco corrispondente, se non persino deviante rispetto a ciò che la società americana era nella sua realtà concreta. Di qui l’interrogativo: Tocqueville ha davvero capito l’America?
Massimo Teodori Domenicale 12 ottobre 2014
L’analisi di Tocqueville oltre il «made in Usa»
Per Salvadori non comprese l’America, ma la sua lezione è universale
di Marco Gervasoni Corriere 19.11.14
Pochi autori dell’Ottocento sono, come Alexis de Tocqueville, fondamentali per capire il Novecento e, in realtà, anche gli anni che stiamo vivendo: il visconte francese è infatti una delle pietre miliari della filosofia politica di ogni tempo. Eppure, anche lui fu per molti anni, se non dimenticato, messo ai margini: solo dagli anni Settanta, non a caso con la fine delle ideologie e con la crisi del sistema sovietico, è cominciata una Tocqueville Renaissance che ne ha fatto un autore globale, studiato e letto ovunque nel mondo (compresa la Cina).
Lo stesso Massimo L. Salvadori, nel recente volume Le stelle, le strisce, la democrazia. Tocqueville ha veramente capito l’America? (Donzelli, pp. XII-148, e 18,50), confessa di avere scoperto Tocqueville proprio in quegli anni. Pur riconoscendo, come ovvio, la grandezza del teorico francese, Salvadori è piuttosto critico. Egli infatti ritiene che l’autore della Democrazia in America il «nuovo mondo» non lo abbia capito a fondo, limitato dalle sue impressioni di viaggio (compiuto nel 1831) e dalle conversazioni con interlocutori americani.
Tocqueville non avrebbe soprattutto compreso l’evoluzione degli Usa verso un capitalismo di tipo plutocratico e verso il regime di partito sul piano politico, consapevolezza invece meglio presente in un autore da Salvadori ben studiato, John Calhoun. È una tesi che l’autore argomenta con la solita encomiabile scrittura cristallina, ma che muove qualche perplessità, soprattutto là dove egli confronta le analisi di Tocqueville con quelle di Bryce, Veblen e Ostrogorski, che scrissero diversi decenni dopo l’autore francese.
Tuttavia, anche se fosse verosimile quel che sostiene Salvadori, che ricadute vi sarebbero sul pensiero di Tocqueville? Nessuna: egli usò l’America solo come esempio concreto per riflettere su un modello astratto, quello di democrazia. In tal senso le categorie di Tocqueville sono universali, e come tali valide sia per le democrazie europee che per quelle dei Paesi extraeuropei ed extra occidentali. Sarebbe come dire che le pagine della Repubblica di Platone perdono validità perché il suo autore non avrebbe compreso appieno l‘evoluzione delle istituzioni politiche della Grecia del suo tempo.
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