domenica 12 ottobre 2014

I limiti di Tocqueville in un libro di Massimo L. Salvadori


Un libro, devo confessare, sorprendente, se il contenuto corrisponde a quanto annunciato dal risvolto [SGA].

Massimo L. Salvadori: Le stelle, le strisce, la democrazia. Tocqueville ha veramente capito l'America?, Donzelli 2014

Risvolto
«Ciò che sfuggì a Tocqueville fu che negli Stati Uniti, accanto alla rivoluzione democratica, stava prendendo piede una rivoluzione capitalistica fonte delle maggiori diseguaglianze. La democrazia americana sarebbe stata profondamente segnata da una nuova élite, quella dei ricchi e dei ricchissimi».
L’11 maggio 1831 il giovane aristocratico francese Alexis de Tocqueville sbarcò
a New York, e da lì iniziò un viaggio per gli Stati Uniti terminato il 20 febbraio 1832. Il risultato delle sue osservazioni e riflessioni fu La democrazia in America, la cui prima parte venne pubblicata nel 1835 e la seconda nel 1840. Il testo, scritto in una prosa superba, fece scalpore in Europa – ad essa l’autore aveva diretto il messaggio che, nel Nuovo mondo, la democrazia (avversata dai conservatori e fonte di infinite turbolenze nel Vecchio) aveva trovato un’attuazione straordinaria, rivelando una forza «irresistibile» destinata a raggiungere inevitabilmente anche le sponde europee. Tocqueville segnalò nelle sue pagine l’inizio di una nuova storia. Sennonché, al di là di questo vigoroso messaggio, si poneva e si pone tuttora la questione se negli Stati Uniti la democrazia si presentasse effettivamente con i tratti da lui descritti – a partire dalla tesi centrale secondo cui il volto più caratterizzante del grande paese fosse «l’eguaglianza delle condizioni». Il saggio di Massimo Salvadori ripercorre l’analisi di Tocqueville concludendo che esse presentano per aspetti cruciali limiti assai significativi, in quanto delineano un’immagine dell’America che – in fatto di istituzioni, partiti politici, rapporti tra gruppi sociali, relazioni tra il Nord e il Sud – appare poco corrispondente, se non persino deviante rispetto a ciò che la società americana era nella sua realtà concreta. Di qui l’interrogativo: Tocqueville ha davvero capito l’America?

America alla Tocqueville
Massimo Teodori Domenicale 12 ottobre 2014
Nel rileggere La democrazia in America, testo di riferimento del pensiero liberale, Massimo L. Salvadori mette in discussione il modo in cui Alexis de Tocqueville, giovane aristocratico francese, interpretò i caratteri della nuova nazione durante il viaggio di studi compiuto oltreoceano nel 1831-’32. Aparere dello storico italiano, la rappresentazione dell’America conterrebbe alcuni tratti immaginari dovuti all’influenza degli ambienti che Tocqueville frequentò nel viaggio e al peso del suo patrimonio intellettuale. L’eguaglianza delle condizioni sociali non corrisponderebbe alla reale situazione dell’America di quegli anni quando una élite del denaro ai vertici del potere propagandava il suo diritto di esercitare il primato politico e sociale gettando le basi per la diffusione delle grandi fortune e per il consolidamento di vere e proprie dinastie di ricchi e ricchissimi. Sarebbe stato inoltre esagerato il ruolo positivo dei piccoli partiti proprio nella stagione in cui Andrew Jackson, presidente dal 1829 al 1837, fondava il Partito democratico di massa innervato da quella "macchina" di professionisti della politica che avrebbe giocato un ruolo centrale nella vita nazionale. Con una visione alquanto irrealistica, l’aristocratico francese non avrebbe valutato a sufficienza l’importanza della rivoluzione capitalistica che andava sovrapponendosi alla originaria rivoluzione democratica degli Stati Uniti. 
Queste critiche alla visione della giovane America, che all’epoca contava 13 milioni di abitanti ed era a mezza strada nell’avanzata continentale verso Ovest, non impediscono tuttavia a Salvadori di riaffermare il valore dell’opera tocquevilliana sul Nuovo mondo, così diverso da tutto ciò che si conosceva in Europa. Quell’esperimento democratico presentava caratteristiche originali rispetto ai modelli del Vecchio continente, ragione per cui anche gli europei avrebbero dovuto fare i conti con la forza "irresistibile" di una democrazia che entrava in conflitto con la libertà sottoponendola a non pochi pericoli. A Tocqueville viene così tributato il merito di aver riconosciuto la diversità che derivava alla la giovane nazione americana dal non avere avuto un ancien regime e dall’essere rimasta estranea alle lotte e agli odi di classe d’Europa. Grazie al federalismo, la sovranità diffusa negli Stati delineava un potere forte e tranquillo basato su leggi e istituzioni e sui costumi della popolazione, vale a dire sui sentimenti, le opinioni e le idee che formano «le abitazioni dello spirito». L’intelligenza dell’aristocratico francese, ammaestrata dall’esperienza della Rivoluzione francese, aveva compreso che la tirannide della maggioranza sarebbe stata uno dei grandi problemi della modernità democratica, di cui gli Stati Uniti era il maggiore esempio già nel primo terzo dell’Ottocento.

L’analisi di Tocqueville oltre il «made in Usa»
Per Salvadori non comprese l’America, ma la sua lezione è universale
di Marco Gervasoni Corriere 19.11.14
Pochi autori dell’Ottocento sono, come Alexis de Tocqueville, fondamentali per capire il Novecento e, in realtà, anche gli anni che stiamo vivendo: il visconte francese è infatti una delle pietre miliari della filosofia politica di ogni tempo. Eppure, anche lui fu per molti anni, se non dimenticato, messo ai margini: solo dagli anni Settanta, non a caso con la fine delle ideologie e con la crisi del sistema sovietico, è cominciata una Tocqueville Renaissance che ne ha fatto un autore globale, studiato e letto ovunque nel mondo (compresa la Cina).
Lo stesso Massimo L. Salvadori, nel recente volume Le stelle, le strisce, la democrazia. Tocqueville ha veramente capito l’America? (Donzelli, pp. XII-148, e 18,50), confessa di avere scoperto Tocqueville proprio in quegli anni. Pur riconoscendo, come ovvio, la grandezza del teorico francese, Salvadori è piuttosto critico. Egli infatti ritiene che l’autore della Democrazia in America il «nuovo mondo» non lo abbia capito a fondo, limitato dalle sue impressioni di viaggio (compiuto nel 1831) e dalle conversazioni con interlocutori americani.
Tocqueville non avrebbe soprattutto compreso l’evoluzione degli Usa verso un capitalismo di tipo plutocratico e verso il regime di partito sul piano politico, consapevolezza invece meglio presente in un autore da Salvadori ben studiato, John Calhoun. È una tesi che l’autore argomenta con la solita encomiabile scrittura cristallina, ma che muove qualche perplessità, soprattutto là dove egli confronta le analisi di Tocqueville con quelle di Bryce, Veblen e Ostrogorski, che scrissero diversi decenni dopo l’autore francese.
Tuttavia, anche se fosse verosimile quel che sostiene Salvadori, che ricadute vi sarebbero sul pensiero di Tocqueville? Nessuna: egli usò l’America solo come esempio concreto per riflettere su un modello astratto, quello di democrazia. In tal senso le categorie di Tocqueville sono universali, e come tali valide sia per le democrazie europee che per quelle dei Paesi extraeuropei ed extra occidentali. Sarebbe come dire che le pagine della Repubblica di Platone perdono validità perché il suo autore non avrebbe compreso appieno l‘evoluzione delle istituzioni politiche della Grecia del suo tempo.
 

Nessun commento: