sabato 25 ottobre 2014
Il bunker di cartone di Mussolini a Villa Torlonia
Nei bunker segreti dove Mussolini cercava rifugio dai bombardamentiRiaprono,
dopo anni di restauro, i rifugi costruiti (dal 1940 al 1943) cinque
metri sotto il parco di Villa Torlonia residenza privata del duce a Roma
Un labirinto di scale, porte anti-gas e tunnel: una “messinscena
sotterranea”
di Francesco Merlo Corriere 25.10.14
È LA Roma di cartapesta
che ritorna sotto forma del bunker-patacca della famiglia Mussolini, una
cantina sotto il lago di Villa Torlonia che oggi viene riaperta dal
Comune e dalla Sovraintendenza con la stessa pompa magna di allora, la
Cnn e Al Jazeera al posto dei carri armati di cartone. Dell’epoca
rimangono lo scheletro di un ventilatore, la porta blindata, le piattine
di legno che fissano al muro il fili elettrici e quel sapore di
messinscena drammatizzata che Mussolini intuì non appena vide che
avevano trasformato il lago in un acquitrino. Lo avevano insomma
”mimetizzato” con musco, fango e acqua per confondere i piloti degli
aerei nemici, con il risultato di attirare le zanzare, allora portatrici
di malaria.
Per anni, in quella cantina aveva respirato il vino
cattivo del principe Torlonia, il famoso «fiele» dei cafoni di Silone,
dentro le botti sistemate nelle celle laterali. Poi la cantina era stata
abbandonata, deposito di cianfrusaglie e di roba vecchia, in disuso per
chissà quanto tempo. Infine la blindarono (si fa per dire) nel 1940,
con due porte di acciaio e un filtro antigas a manovella, per
accontentare sbrigativamente il duce che aveva chiesto per la sua
famiglia uno di quei rifugi «a prova di bomba» che impreziosivano
l’Italia sottoterra dei gerarchi e dei patrizi, più status symbol che
vera sicurezza.
Ebbene, ancora oggi si capisce subito la fragilità di
questa stanza quadrata che rimane patacca anche nel florido mercato del
feticismo storico. Vi si entra dal giardino di fronte al teatro che il
Duce aveva adibito a cinema, «l’arma più forte dello Stato», e
percorrendo un camminamento in discesa di circa venti metri sotto il
lago, che riproduce la forma frastagliata di quello prosciugato del
Fucino, si arriva appunto al rifugio di quasi ottanta metri quadri che
nessuno si sarebbe permesso di chiamare con il nome albionico di bunker.
E siamo già sotto il campo dei Tornei dove in braghe e canottiera il
duce, allenandosi con il grande calciatore Eraldo Monzeglio, si era
convertito al tennis che da «gioco per signorine inglesi» era diventato
«un gioco magnifico per le camice nere».
Giù, l’ex cantina prendeva
addirittura aria e luce da un pozzetto dentro al quale fu costruita,
senza troppo senso, anche una scala a pioli di metallo. I vigili
rivestirono il tutto con una piccola piramide di cemento armato che,
fatta e rifatta, sta lì ancora adesso a testimoniare la bizzarria di
questo rifugio-patacca nel quale, durante gli allarmi notturni, il duce e
i suoi familiari neppure entravano. Aspettavano davanti all’ingresso il
suono delle sirene che avvisava del cessato pericolo.
E però
Mussolini non poteva accontentarsi di una cantina travestita da rifugio.
Come Hitler, cercava il suo nido, il mondo fuori dal mondo, che è il
sogno di tutti i potenti, l’impermeabile delle loro ossessioni, come il
famoso cassetto destro della scrivania nella Sala del Mappamondo di
Palazzo Venezia dove teneva sotto chiave un fascio di biglietti di banca
e una rivoltella carica.
Dunque arrabbiatissimo, il Duce chiese un
vero rifugio. E questa volta i vigili del fuoco dedicarono quattro mesi
di lavoro agli scantinati sotto il salone centrale della casa padronale
che solo i familiari di Mussolini chiamavano “la Palazzina” e tutti gli
altri “il Palazzo”, anticipando senza saperlo Pasolini.
Ieri
pomeriggio vi siamo entrati. Non è un labirinto ma con tutti quei
corridoi sembra una clinica o un ministero senza luce. E abbiamo
finalmente sentito l’effetto bunker guardando il soffitto che fu
rafforzato con centoventi centimetri di cemento armato. Avrebbe
resistito, promisero al duce, anche a bombe di oltre una tonnellata. Già
aperto al pubblico nel 2006, e subito richiuso chissà perché, è
descritto in tutte le guide di Villa Torlonia ma oggi sarà di nuovo
inaugurato insieme alla cantina-patacca dove la luce elettrica, che
allora era a batteria, adesso arriva dall’edificio di fronte.
L’effetto
è di nuovo rarefatto. Non la luce accecante di un rifugio, ma quella
sfumata dei presepi. È stata riaperta anche la seconda uscita che fu
scavata dalla parte opposta. Con meticolosità filologica, la Società
Sotterranei di Roma di Lorenzo Grassi, un ex giornalista dell’ Adn
Kronos che ha vinto l’appalto per il restauro, ha trovato pure un
gabinetto, un telefono, e una brandina d’epoca. E davvero sembra una
pulita scenografia da modesto teatrino di provincia, con le riproduzioni
al posto degli originali. Con una speciale raffinatezza: qui siamo
addirittura alla copia della copia visto che già l’originale era finto,
un surrogato di bunker, come erano finti l’Impero e le parate militari, e
com’era finta la serenità di quella famiglia-modello che nel pomeriggio
si riuniva sotto la pianta di fico.
Mussolini, macho fascista,
metteva in scena il piccolo mondo antico di Villa Torlonia in mezzo alla
campagna romana. Solo qui “il duce” diventata “il presidente”, e donna
Rachele fingeva di essere mamma e sposa felice. Persino Eraldo Pistoni,
il figlio del custode, nel bel libro oggi introvabile Villa Torlonia e
Mussolini finse di non sapere che quel focolare domestico era stato un
inferno di tradimenti.
Da domani sarà possibile vistare tutti questi
sotterranei fascisti di Villa Torlonia tranne quel budello che forse si
apre — dicono — sotto la ghiaia e sbuca in via Nomentana, non per
nascondersi ma per scappare, non per rifugiarsi ma per liberarsi. A chi
ha visto la cupa perfezione della “Churchill War Room”, nel sottosuolo
del Treasury Building di Londra, la sola suggestione storica che il
falso bunker di Villa Torlonia risveglia è quella della povertà, senza
neppure la dignità letteraria dell’intrigo, senza la grandezza del
mistero dei Sotterranei del Vaticano. A Londra le stanze private del
bunker di Churchill sono un vero Museo di guerra, funziona uno
straordinario sistema multimediale e interattivo, ci sono ancora le
mappe che disegnano le strategie, e persino gli odori sono gli stessi.
Fuori
da questi modesti cunicoli invece la sola segnaletica è la parola
“RIFUGIO”, scritta a stampatello, forse per non smarrirsi in ottanta
metri quadrati. Alla fine mi torna in mente quel libro dolce e amaro di
Cesare Marchi, Quando eravamo povera gente . Sono gli acquarelli vivi
dell’Italia in bianco e nero, del latte razionato, delle dosi di farina,
della borsa nera, dei traffici a metà tra pietà e cinismo, delle
patacche come risorsa appunto.
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