domenica 5 ottobre 2014
L'affinità razziale Herrenvolk degli anglosassoni e la persistenza del liberalismo conservatore in Inghilterra
Con quel "ravveduta e riscattata", e chiamando in causa la sola nobiltà, Sergio Romano paga pegno allo spirito dei tempi [SGA].
L’antisemitismo, l’antibolscevismo e il mito della cuginanza
animavano un mondo che andava dal padre delle sorelle Mitford a Edoardo
di Windsor In tanti pensavano che le democrazie parlamentari fossero troppo
deboli e che solo governi autoritari potevano salvare l’Europa dal
pericolo comunista
Una fascinazione per Hitler stregò l’aristocrazia inglese. Poi la redenzione
di Sergio Romano Corriere La Lettura 5.10.14
Ma la carriera delle cinque sorelle di Deborah fu alquanto diversa.
Pamela era una rabbiosa antisemita. Jessica divenne comunista, corse in
Spagna per combattere contro il generale Franco, criticò ferocemente
l’«imperialismo» americano dagli Stati Uniti, di cui era diventata
cittadina. Nancy scrisse romanzi brillanti e piccanti. Unity Valkyrie fu
appassionatamente nazista e cercò di uccidersi con un colpo di pistola
alla testa quando la Gran Bretagna dichiarò guerra al Terzo Reich dopo
l’invasione della Polonia nel settembre del 1939. Sopravvisse, ma morì
pochi anni dopo. Diana s’innamorò di un baronetto irrequieto che aveva
vagato da un partito all’altro sino al giorno in cui, affascinato da
Mussolini, fondò la British Union of Fascists, un movimento composto da
militanti che indossavano la camicia nera, organizzavano comizi nelle
vie di Londra e non perdevano mai l’occasione di menare le mani.
Sembra che il matrimonio fra Diana Mitford e Oswald Mosley sia stato
celebrato a Berlino, nel 1936, in un salotto di casa Goebbels, ministro
della Propaganda del Reich, al cospetto di Hitler. Dopo l’inizio della
guerra, la «coppia nera» dell’alta società britannica fu internata in un
campo di custodia per stranieri nemici, ma ebbe diritto a un alloggio
separato in una cadente casupola.
Mosley e sua moglie erano forse più eccentrici e velleitari di quanto
fossero veramente pericolosi, ma Hitler aveva devoti ammiratori anche in
altri settori della nobiltà inglese. Erano filotedeschi, con diverse
sfumature, il padre delle sorelle Mitford, Lord Redesdale, Lord Brocket,
amico di Ribbentrop (ambasciatore a Londra dal 1936 al 1937), il duca
di Westminster, proprietario delle migliori aree residenziali del centro
di Londra, il quinto duca di Wellington, discendente del vincitore di
Waterloo, il duca di Buccleuch, discendente di Carlo II, re di Scozia e
d’Inghilterra. Erano quasi tutti membri dell’Anglo-German Fellowship,
un’associazione creata nel 1935, due anni dopo l’avvento di Hitler al
potere, quando Edoardo, principe di Galles, pronunciò un discorso in cui
auspicò una «migliore comprensione» tra la Germania e il Regno Unito.
Edoardo ereditò il trono dopo la morte del padre, un anno dopo, ma
abdicò nel dicembre, quando gli fu impedito di sposare una borghese
divorziata, Wallis Simpson, di cui si bisbigliava che fosse dotata di
una straordinaria perizia sessuale. Finalmente liberi di manifestare
pubblicamente le loro simpatie, Edoardo e Wallis fecero un viaggio in
Germania nell’ottobre nel 1937, furono ricevuti da Hitler, pranzarono
con il suo delfino, Rudolf Hess, visitarono un campo di concentramento,
esibito agli ospiti come prova dell’umanità con cui il Terzo Reich
trattava i suoi nemici.
Un caso a sé è quello del duca di Hamilton, protagonista, forse
involontario, della bizzarra fuga di Rudolf Hess in Scozia nel maggio
del 1941. Nel 1936, quando era membro della Camera dei Comuni, Hamilton
era stato invitato dal governo tedesco, con altri parlamentari, ai
Giochi olimpici di quell’anno. Era molto sportivo, atterrò a Berlino con
il suo aereo, conobbe esponenti delle gerarchie naziste, sembrò
stabilire rapporti cordiali con alcuni di essi. Quando fece un
atterraggio di fortuna in Scozia, Hess si dichiarò amico di Hamilton e
questi gli fece visita nell’ospedale in cui era stato ricoverato. Ma il
duca negò di averlo conosciuto a Berlino e la sua dichiarazione,
nonostante dubbi e sospetti, fu sempre creduta. Qualche nome in più è in
un libro di Lawrence James, Aristocrats . Power, Grace & Decadence
pubblicato da Little, Brown Book nel 2010.
Le ragioni di queste diffuse simpatie per la Germania furono diverse.
Molti pensavano che le democrazie parlamentari fossero troppo deboli e
rissose per fare fronte al pericolo comunista e che soltanto uno Stato
fortemente autoritario potesse salvare l’Europa dalla minaccia
bolscevica (un sentimento non troppo diverso da quello che Churchill
ebbe per il fascismo sino alla metà degli anni Trenta). Altri
approvavano la politica antisemita del nazismo ed erano per molti
aspetti gli eredi di un intellettuale inglese, dichiaratamente razzista,
della generazione precedente.
Si chiamava Houston Stewart Chamberlain, aveva fatto studi scientifici a
Vienna, era convinto che la natura fosse pervasa da una «forza vitale» e
che al vertice delle razze umane vi fossero, indiscutibilmente, i
popoli teutonici. Spiegò le sue teorie in un libro sulle Fondamenta del
XIX secolo che fu bene accolto negli ambienti più conservatori. Sposò
Eva Wagner, figliastra di Richard e nipote di Liszt, fu folgorato da un
incontro con Hitler, divenne tedesco durante la Grande guerra e si
iscrisse al partito nazista nel 1927.
Gli intellettuali britannici che si lasciarono incantare, come accadde a
Chamberlain, dal fascino di Hitler, furono tutto sommato un piccolo
numero. Più numerosi invece furono quelli che, come John Maynard Keynes,
consideravano stupide e controproducenti le dure condizioni economiche
imposte alla Germania con la pace di Versailles. Non avevano torto.
Quelle misure ebbero l’effetto di coltivare i risentimenti degli
sconfitti e di offrire a Hitler alcuni degli argomenti con cui avrebbe
conquistato il consenso delle masse tedesche.
Altri ancora pensavano, come Rudolf Hess e forse lo stesso Hitler, che
fra inglesi e tedeschi corresse un rapporto di antica cuginanza,
rafforzata dall’approdo in Gran Bretagna di due dinastie tedesche: gli
Hannover all’inizio del Settecento, i Sassonia Coburgo Gotha dopo il
matrimonio del principe Alberto con la regina Vittoria nel 1840. Anziché
combattersi, i due popoli avrebbero dovuto accordarsi per spartirsi
pacificamente il dominio del mondo civile.
Appartiene a questa categoria Lord Darlington, il personaggio di un
romanzo dello scrittore anglogiapponese Kazuo Ishiguro ( Quel che resta
del giorno ), da cui James Ivory ha tratto nel 1993 un film elegante e
intelligente con Anthony Hopkins, Emma Thompson e James Fox. Nella
speranza di evitare la guerra durante i turbolenti mesi del 1938,
Darlington organizza nella sua villa un grande incontro anglotedesco.
L’ingenuo lord perderà la partita e i molti debiti contratti per
finanziare le sue donchisciottesche iniziative anglotedesche verranno
pagati soltanto quando gli eredi, dopo la sua morte, avranno venduto la
villa a un rozzo magnate americano. Nel frattempo la nobiltà britannica
si era ravveduta e riscattata perdendo molti dei suoi figli sui campi di
battaglia della Seconda guerra mondiale.
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