lunedì 6 ottobre 2014

In Germania "Roberto Saviano è molto seguito" e anche Lucarelli non scherza: crolla con ignominia il mito della superiorità culturale tedesca


ALLA FIERA DI FRANCOFORTE IL NOIR ITALIANO È DI CASA 
FRANZISKA NORI: «PIACE LO SGUARDO SPIETATO DI AUTORI COME LUCARELLI»
Lunedì 6 Ottobre, 2014 CORRIERE DELLA SERA © RIPRODUZIONE RISERVATA


Francoforte «L’amore dei tedeschi per il paesaggio italiano, il cibo, l’arte e soprattutto per le persone è intramontabile. Comprano spesso case o addirittura vi si trasferiscono. L’Italia è ancora il Sehnsuchtsland , il Paese che evoca in loro nostalgia, desiderio, ma qualcosa si é incrinato; si è capito che non è più il Paese dove la vita si viveva con leggerezza, ma in cui è diventato difficile affrontare il quotidiano e progettare un proprio futuro». Parla Franziska Nori, di recente nominata direttrice del Kunstverein di Francoforte (entrerà in carica il primo novembre), dopo otto anni a Firenze, direttore del Centro di Arte Contemporanea Strozzina, responsabile delle mostre di arte contemporanea a Palazzo Strozzi: l’ultima da lei curata, Questioni di famiglia , comprendeva opere di Sophie Calle, Nan Goldin, Thomas Struth. A Francoforte si è laureata in Storia dell’arte, e per tre anni è stata curatrice del Museo delle arti applicate e dove, giovane assistente, lavorò nel 1996 a una grande retrospettiva di Lucio Fontana alla Schirn Kunsthalle. 
Alla vigilia dell’apertura della Fiera del libro, quando Francoforte diventa capitale dell’editoria mondiale, chiediamo a Franziska Nori cosa c’è di simile e di diverso nella politica e pratica culturale dei due Paesi. 
«Cominciamo dal libro. E guardiamo le cifre. L’Italia — secondo i dati diffusi a maggio — accusava nei primi tre mesi del 2014 un calo di copie vendute pari al 6,8 per cento (i dati aggiornati saranno comunicati dall’AIE nella prima giornata della Fiera, ndr ). In Germania, dopo un biennio col segno meno (circa il 3 per cento), oggi il mercato è stabile, anzi forse in leggera ripresa. Oltre alle percentuali, è d’interesse vedere i numeri del valore totale del mercato librario. In Germania, il mercato del libro fattura 9,5 miliardi di euro l’anno; in Italia, 3,5, cioè circa un terzo. Ma in Italia escono ogni anno 61 mila nuovi libri; in Germania, meno di 97 mila». 
Questa è una fotografia della crisi italiana. Parlando del consumo culturale, quali diverse realtà mostrano i due Paesi? 
«Dalle cifre ufficiali diffuse risulta che in Germania si registra una crescita media del 3 per cento del consumo culturale, che include letteratura, musica, teatro, arti visive. Con una grande attenzione per la produzione contemporanea. Anche per l’arte, partiamo dai numeri: nel 2013 in Italia i visitatori dei musei statali sono stati 37 milioni (dati del Ministero dei Beni e delle attività culturali), in Germania (dati dell’Institut für Museumsforschung) 113 milioni. Ora, se si pensa che in Italia c’è il 70 per cento del patrimonio artistico mondiale, queste cifre danno da pensare». 
Si può parlare di spread culturale? 
«Io parlerei di diversità storica. Durante le diverse epoche l’Italia ha sviluppato un rapporto tra cittadino e Stato non sempre basato su reciproca fiducia. Sino al giorno d’oggi vige un primato della famiglia e il singolo tende a fare più affidamento a conoscenze personali piuttosto che al sistema pubblico. La Germania invece ha una fiducia maggiore nell’idea dell’organismo sociale al quale il singolo partecipa per poi percepirvi un beneficio. Parlando delle persone che lavorano nelle istituzioni culturali, in Germania vige un criterio di maggiore meritocrazia e trasparenza nel processo di assegnazione degli incarichi. Cariche ufficiali in genere non vengono affidate secondo la vicinanza a un partito ma per rendimento professionale e prestazione comprovata. Questo comporta però una fortissima concorrenza. Allo stesso tempo è anche ragione di speranza: chi ha merito e professionalità può far strada. Certo, in questi ultimi anni anche in Germania è cresciuta notevolmente la pressione economica sul settore della cultura, una spending review che vuol dire pochi fondi elargiti da Stato e regioni. Alcuni dei tanti Kunstverein presenti sul territorio nazionale, per esempio, non ne ricevono. E chi vi lavora può percepire stipendi anche piuttosto bassi. Però si trova inserito in un circuito istituzionale che permette di essere visibili e di crescere professionalmente». 
Cosa sono i Kunstverein? 
«Sono associazioni che promuovono la diffusione dell’arte contemporanea e sostengono artisti non ancora affermati. Nacquero nell’Ottocento come espressione della borghesia in ascesa, che voleva rendersi indipendente dal patriziato nella definizione e circolazione di cosa fosse l’arte attuale. Quello di Francoforte fu fondato nel 1829, uno dei primi. Oggi ha sede nel vecchio centro storico, in un palazzo del Quattrocento e una parte nuova costruita dopo la distruzione della guerra. Come altri Kunstverein delle grandi città, anche quello di Francoforte riceve fondi dal Comune. Ma, a parte il contributo dei soci, la risorsa maggiore proviene dalle Stiftungen, fondazioni di grandi industrie, banche e di filantropi privati, che ogni anno pubblicano bandi con l’offerta di sussidi». 
È facile accedervi? 
«C’è molta concorrenza tra le istituzioni. Conta soprattutto la pertinenza alla mission ufficiale della fondazione e il grado di innovazione del progetto presentato. Fondamentale è anche il ruolo dei mezzi d’informazione, delle pagine culturali dei giornali che ospitano ampie recensioni di critici autorevoli e indipendenti. Si aggiungano poi radio e tv pubbliche, per ogni Land: hanno per statuto l’obbligo di una quota fissa di servizi dedicati alla cultura. Grazie a Internet mettono poi in Rete podcast, video e articoli come servizio pubblico. In Italia ho notato con rammarico in questi anni che artisti e critici ricevono molto meno spazio da parte di istituzioni e piattaforme mediatiche per diffondere il proprio lavoro. E questo è un fenomeno devastante per il clima culturale». 
Quali nomi di scrittori italiani oggi contano in Germania? 
«Roberto Saviano è molto seguito, si leggono i suoi articoli sulla “Zeit”, ogni volta che viene a parlare in pubblico, i teatri sono pieni. Saviano è stimato e ascoltato in quanto intellettuale che parla criticamente dell’Italia di oggi anche mettendo a nudo amare contraddizioni con lo scopo però di provare a innescare un meccanismo di cambiamento. Tra le giovani voci vengono lette scrittrici come Michela Murgia o Viola Di Grado. Insomma, l’immagine italiana non è più così romantica». 
Ma ci sono anche i noir, da Camilleri a Malvaldi, e grazie a loro lo scambio commerciale è qui a nostro favore: i tedeschi comprano più narrativa italiana di quanto noi acquistiamo romanzi tedeschi. 
«Sì, è vero. C’è da dire che il poliziesco, il noir è il genere di maggior successo sul mercato tedesco. Camilleri, Lucarelli e tutti gli altri sono tradotti con grande successo. I loro libri compaiono sempre nelle classifiche dei Krimi (gialli). Anch’essi raccontano l’Italia di oggi nei suoi aspetti piu bui ma con un inconfondibile sguardo tutto italiano dei protagonisti sulla realtà». 
E fra gli artisti? 
«Ci sono molti nomi interessanti, ma rispetto a venti, trent’anni fa noto che oggi gli artisti italiani quando si inseriscono nei circuiti internazionali non vengono più percepiti nella loro appartenenza nazionale, ma come artisti internazionali. Parlo della generazione cosidetta mid-career, come Rossella Biscotti, Rosa Barba, Lara Favaretto, vivono all’estero e sono rappresentati da gallerie internazionali. Di recente a Berlino si è costituito un gruppo di artisti, critici, designer, curatori italiani residenti lì che si sono dati il nome di Peninsula. Fra gli iniziatori, gli artisti Loris Cecchini, Luca Vitone, Nicola Pellegrini e Ottonella Mocellin, Antonio Catelani, Patrick Tuttofuoco. È una realtà indipendente e auto-organizzata che seguo con grande interesse».

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