lunedì 6 ottobre 2014
Riccardo III
Undici
ferite in testa e sul corpo: l’autopsia sui resti ritrovati due anni fa
rivela la ferocia delle battaglie del ’400 E contribuisce a riabilitare
la figura del sovrano inglese
di Vittorio Sabadin La Stampa 6.10.14
«Un
cavallo, un cavallo! Il mio regno per un cavallo!» è una delle frasi più
famose scritte da William Shakespeare, che la fa pronunciare a Riccardo
III, alla fine dell’omonima tragedia. Il re ha ormai perso la battaglia
di Bosworth Field, i suoi amici lo invitano a fuggire, ma lui rifiuta.
Vuole un cavallo, per trovare e uccidere Enrico Tudor conte di Richmond,
sbarcato con un esercito di mercenari dalla Francia in Inghilterra per
sottrargli il trono. Il duello ha luogo, ma è Riccardo a essere ucciso:
finisce la trentennale «Guerra delle due rose» tra i Lancaster e gli
York, finisce l’era dei sovrani plantageneti e comincia quella dei
Tudor.
Ma Riccardo III non fu ucciso come Shakespeare ha scritto nel
1591, un secolo dopo i fatti. La sua fine non fu così cavalleresca:
venne massacrato da colpi inferti al cranio e al corpo, e colpito ancora
quando era a terra ormai morto. Il cadavere fu spogliato e caricato
riverso su un cavallo perché tutti lo vedessero mentre veniva
trasportato a Leicester, e i mercenari di Enrico lo trafissero altre
volte, per disprezzo ed estrema umiliazione. Il corpo del re fu buttato
in una fossa, vicino alla chiesa dei Francescani, senza la carità di una
bara o anche solo di un lenzuolo a ricoprirlo. Lì è rimasto per 500
anni, mentre intorno tutto cambiava: si sono costruite nuove case,
gettate di cemento hanno sfiorato le sue ossa mancandole di pochi
centimetri, e alla fine l’asfalto di un parcheggio comunale ha ricoperto
la tomba.
I resti di Riccardo III sono stati ritrovati nel 2012 e
un anno dopo, attraverso il confronto con il Dna di una discendente di
16° grado rintracciata in Canada, la sua identità è stata confermata
«oltre ogni ragionevole dubbio». Ma bastava osservare quello scheletro
deforme, con la spina dorsale curvata da una grave forma di scoliosi,
con una spalla più alta dell’altra, per riconoscere il sovrano «monco e
deforme, plasmato da rozzi stampi» descritto da Shakespeare. Uno dei più
completi esami autoptici mai condotti su resti umani ha ora permesso di
scoprire come è morto Riccardo III e anche di farsi un’idea della
ferocia delle battaglie medievali, molto lontane dall’epica cavalleresca
di Ivanhoe descritta da sir Walter Scott. Mettendo a confronto i
resoconti dello scontro di Bosworth Filed con l’esame dello scheletro di
Riccardo, possiamo ricostruire meglio come sono andate le cose e forse
riabilitare un poco uno dei sovrani più maltrattati dalla storia.
Il
22 agosto 1485 il re, al comando di 10.000 uomini, osservava dall’alto
di una collina i 5.000 soldati di Enrico, che sembravano una facile
preda. Su un’altra altura c’erano i 6.000 mercenari della famiglia
Stanley, che gli aveva promesso appoggio; poco lontano erano pronte le
truppe del conte di Northumberland, un altro alleato. Non c’erano
ragioni di preoccuparsi. Riccardo lanciò al galoppo contro il nemico i
suoi 1.500 cavalieri, nell’ultima grandiosa carica del Medioevo. Una
terrificante massa di ferro e di carne piombò giù dalla collina, con il
re in mezzo, la spada sguainata pronta per il sangue di Enrico. Ma,
incredibilmente, l’esercito nemico non fu annientato dalla carica, e
resistette. Poco male, se gli Stanley e Northumberland fossero
intervenuti. Ma gli Stanley erano noti per stare sempre a guardare le
battaglie, per vedere chi stava per vincere e andare in suo aiuto, una
abitudine che non è nata in Italia come comunemente si crede. Riccardo
non si fidava, e per garantirsi aveva preso in ostaggio il figlio di
Lord Thomas Stanley. Gli mandò a dire che lo avrebbe fatto uccidere, se
non fosse immediatamente venuto in soccorso con le sue truppe, e Stanley
gelido rispose: «Dite a Riccardo che faccia pure, ho altri figli».
Anche Northumberland non si mosse e quella che era sembrata una scontata
vittoria si trasformò in una tragedia.
Appiedato nella foga della
carica, Riccardo aveva perso l’elmo. L’esame del cranio ha individuato
due profonde ferite mortali, una causata da una spada, l’altra
probabilmente da un’alabarda, l’asta sormontata da una scure e da una
picca in uso alla fanteria. La spada ha trapassato il cranio da parte a
parte; l’alabarda ha aperto uno squarcio rotondo di alcuni centimetri.
Sulle ossa ritrovate a Leicester ci sono i segni di 11 ferite, quasi
tutte inflitte dopo la morte. Denudato, il cadavere è stato caricato su
un cavallo e ripetutamente colpito: ne sono rimaste tracce sulla
mascella, tagliata da un coltello, su una costola, su un braccio. Una
spada ha penetrato la natica destra, rompendo le ossa del bacino.
L’oltraggio è continuato fino alla sepoltura, con il cadavere gettato in
una fossa profonda pochi centimetri, le mani legate forse per
facilitarne il trasporto. Mancano i piedi, e non si sa perché.
Si è
sempre pensato che, per quanto orribile sia stata la sua fine, Riccardo
se la fosse meritata. Tanta cattiva fama è dovuta in gran parte a
Shakespeare, che lo dipinge come un mostro deforme, gobbo e rachitico
che uccide la moglie, il fratello e i due nipoti per arrivare al trono.
Ma il ritrovamento dei suoi poveri, martoriati resti ha già aperto un
dibattito revisionista, che presto lo riabiliterà e cancellerà le
menzogne diffuse dai Tudor per legittimare la loro conquista del potere.
E anche Shakespeare andrà riletto con più attenzione. Siamo inorriditi
dalle azioni di Riccardo III, ma anche incantati dalle sue parole, dalla
sua capacità di vendere la menzogna come verità, di fare sembrare
altruistiche le più egoistiche iniziative, di trasformare in un
vantaggio situazioni sfavorevoli e di servirsi di chiunque gli possa
essere utile. Descrivendo un tragico re del Medioevo, Shakespeare ci
parlava della politica dei nostri giorni.
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