domenica 5 ottobre 2014
Neolingue: il dibattito politologico anglosassone e lo stupro della parola "riforma"
Risvolto
Three decades in the making, one of the most ambitious and comprehensive histories of political philosophy in nearly a century.
Both a history and an examination of human thought and behavior spanning three thousand years, On Politics thrillingly traces the origins of political philosophy from the ancient Greeks to Machiavelli in Book I and from Hobbes to the present age in Book II. Whether examining Lord Acton’s dictum that “absolute power corrupts absolutely” or explicating John Stuart Mill’s contention that it is “better to be a human dissatisfied than a pig satisfied,” Alan Ryan evokes the lives and minds of our greatest thinkers in a way that makes reading about them a transcendent experience. Whether writing about Plato or Augustine, de Toqueville or Thomas Jefferson, Ryan brings a wisdom to his text that illuminates John Dewey’s belief that the role of philosophy is less to see truth than to enhance experience. With this unparalleled tour de force, Ryan emerges in his own right as one of the most influential political philosophers of our time.
Cass R. Sunstein: Simpler: The Future of Government, Simon & Schuster
Risvolto
Simpler government arrived four years ago. It helped put money in your pocket. It saved hours of your time. It improved your children’s diet, lengthened your life span, and benefited businesses large and small. It did so by issuing fewer regulations, by insisting on smarter regulations, and by eliminating or improving old regulations. Cass R. Sunstein, as administrator of the most powerful White House office you’ve never heard of, oversaw it and explains how it works, why government will never be the same again (thank goodness), and what must happen in the future.
Cutting-edge research in behavioral economics has influenced business and politics. Long at the forefront of that research, Sunstein, for three years President Obama’s “regulatory czar” heading the White House Office of Information and Regulatory Affairs, oversaw a far-reaching restructuring of America’s regulatory state. In this highly anticipated book, Sunstein pulls back the curtain to show what was done, why Americans are better off as a result, and what the future has in store.
The evidence is all around you, and more is coming soon. Simplified mortgages and student loan applications. Scorecards for colleges and universities. Improved labeling of food and energy-efficient appliances and cars. Calories printed on chain restaurant menus. Healthier food in public schools. Backed by historic executive orders ensuring transparency and accountability, simpler government can be found in new initiatives that save money and time, improve health, and lengthen lives. Simpler: The Future of Government will transform what you think government can and should accomplish.
Risvolto
Based on a series of pathbreaking lectures given at Yale University in 2012, this powerful, thought-provoking work by national best-selling author Cass R. Sunstein combines legal theory with behavioral economics to make a fresh argument about the legitimate scope of government, bearing on obesity, smoking, distracted driving, health care, food safety, and other highly volatile, high-profile public issues. Behavioral economists have established that people often make decisions that run counter to their best interests—producing what Sunstein describes as “behavioral market failures.” Sometimes we disregard the long term; sometimes we are unrealistically optimistic; sometimes we do not see what is in front of us. With this evidence in mind, Sunstein argues for a new form of paternalism, one that protects people against serious errors but also recognizes the risk of government overreaching and usually preserves freedom of choice.
Against those who reject paternalism of any kind, Sunstein shows that “choice architecture”—government-imposed structures that affect our choices—is inevitable, and hence that a form of paternalism cannot be avoided. He urges that there are profoundly moral reasons to ensure that choice architecture is helpful rather than harmful—and that it makes people’s lives better and longer.
Cass R. Sunstein, the Robert Walmsley University Professor at Harvard University, is the author of several books, including Simpler: The Future of Government and, with coauthor Richard H. Thaler, Nudge: Improving Decisions About Health, Wealth, and Happiness. He lives in Cambridge, MA.
Saper fare le riforme
Esce negli Usa «Why nudge?» e l’Italia resta l’unico Paese a non capirne il potenziale. Illuminante il caso della giustizia
5 ott 2014 Il Sole 24 Ore Di Mario Ricciardi
Nelle pagine introduttive di On Politics (Allen Lane, Londra 2012), una monumentale (più di mille pagine) storia del pensiero politico da Erodoto al presente, Alan Ryan confessa che, dopo una vita trascorsa studiando la politica, ne è ancora affascinato, sebbene sia costretto a riconoscere di aver maturato un profondo scetticismo nei confronti del modo in cui oggi si parla dei fenomeni e delle istituzioni politiche. Secondo Ryan, molte delle parole e delle espressioni che governi, commentatori e cittadini comuni impiegano per discutere di politica hanno ben poca sostanza. Alcune forse avevano un senso in passato, ma l’hanno perso quasi del tutto.Riflettendo sul dibattito che si è scatenato sulle "riforme" proposte dal governo Renzi, verrebbe la tentazione di dare ragione allo studioso britannico. La parola "riforma" acquista un ruolo importante nel lessico politico europeo nell’Ottocento, quando se ne afferma l’uso per presentare – e implicitamente difendere, grazie al sottinteso riferimento religioso – provvedimenti legislativi che correggono diseguaglianze che appaiono ingiustificabili all’opinione pubblica. Esempi paradigmatici di "riforma" in questo senso sono i diversi "Reform Bill" (ovvero leggi di riforma) che nel corso del diciannovesimo secolo modificarono il sistema elettorale britannico per estendere la rappresentatività della camera bassa. A questo primo uso di "riforma", che si colloca concettualmente nello spazio ideale di contrapposizioni centrali del lessico politico, come quella tra eguaglianza e privilegio, o quella tra progresso e conservazione, se ne associa un altro, più recente, che emerge nel corso della storia del movimento operaio e socialista: in questo caso, la "riforma" è il metodo di cambiamento della società difeso da chi rifiuta la rivoluzione. Di conseguenza, "riformisti" saranno quei socialisti che credono nella possibilità di migliorare le condizioni degli svantaggiati senza ricorrere alla forza. Nel nostro Paese questo secondo senso associato all’uso della parola "riforma" ha avuto un grande rilievo nel dibattito politico a sinistra, dovuto all’ambigua natura del Partito Comunista Italiano, e alla lunga rivalità che questa formazione ebbe con i socialisti. Di quelle polemiche oggi rimane poco che non sia di esclusiva competenza degli storici. Tanto che si fatica a trovare un politico, di qualunque schieramento, che non rivendichi per sé la qualifica di riformista. Che dire del primo senso di "riforma"? Non c’è dubbio che esso sia ancora presente nel dibattito odierno. Quando un governo illustra all’opinione pubblica i propri programmi per quel che riguarda l’amministrazione pubblica, i rapporti di lavoro, la struttura del processo legislativo, l’istruzione o il funzionamento dei tribunali, essi sono immancabilmente presentati come "riforme". L’uso di questa espressione vuole suggerire, attraverso il rimando implicito alle grandi riforme del passato, che si tratta di provvedimenti di ampio respiro, il cui scopo è migliorare le condizioni di vita dei cittadini. Sotto questo profilo, annunciare una "riforma" può essere visto come un modo per richiedere consenso.
L’uso della parola, tuttavia, non è sufficiente a garantire l’effetto desiderato. Specie se, come ammonisce lo stesso Ryan, si è diffuso un profondo scetticismo anche nei confronti delle motivazioni e delle capacità dei governanti. In effetti, da alcuni anni assistiamo nel nostro Paese a un fenomeno che sembra confermare le perplessità dello studioso britannico. A fronte di problemi seri e innegabili, si asserisce la necessità di "riforme" – provvedimenti strutturali e di ampio respiro – ma nella gran parte dei casi, dopo le inevitabili mediazioni tra interessi contrapposti, il risultato è qualcosa di più modesto. Ciò nonostante, le esigenze del consenso spingono i politici a continuare a usare l’espressione fino renderla sempre meno efficace sul piano retorico.
Una conseguenza spesso trascurata di questa irrazionalità del processo politico è stata messa in evidenza da Ines Marini, un magistrato che presiede i Tribunali di Crema e Cremona recentemente accorpati. La Marini la descrive come l’effetto della «tela di Penelope». Di cosa si tratta? Molte riforme in questo momento sono in realtà il risultato di un compromesso, non sempre ben riuscito, tra genuine aspirazioni di riforma – rendere un’istituzione più efficiente, più giusta, o entrambe le cose – e vincoli di bilancio. Per via dello stato dei conti pubblici, il secondo tipo di considera-
Barack Obama e Cass Sunstein, per 27 anni docente alla University of Chicago Law School e teorico della «spinta gentile» Lo scorso 9 marzo Matteo Motterlini e Alberto Alemanno sulla Domenica lanciarono un appello al Governo italiano: creare una unità che progetti interventi a basso costo per semplificare la vita e ridurre le spese zioni ha acquistato un tale peso nell’ordine di priorità dei governi da essere dominante. Ciò finisce per produrre una straordinaria dispersione di esperienze, e costringe i decisori locali – per esempio, i responsabili degli uffici giudiziari – a compiere le proprie scelte in una situazione di incertezza relativamente alle risorse umane e finanziarie disponibili. Di qui, l’espressione «effetto tela di Penelope». Non ci vuole molto per rendersi conto che, in una situazione del genere, non solo risulta difficile cambiare le cose in meglio, ma non si riesce nemmeno a consolidare i risultati positivi conseguiti. Così può avvenire che una misura di "riforma" giustificata sulla base di considerazioni di efficienza, come l’accorpamento di due strutture, rischia di produrre un risultato negativo. Un risparmio contabile non genera necessariamente un impiego migliore del capitale (lo stesso discorso vale anche per altre istituzioni pubbliche, come una scuola, un’università, un ospedale o un carcere).
C’è, in casi come quello cui abbiamo accennato, un insegnamento. Se, come sembra, il termine "riforma" appare logorato dall’uso, sarebbe il caso di esprimersi in maniera diversa, più sobria, per evitare il contraccolpo delle aspettative deluse, che tanto contribuisce allo scetticismo evidenziato da Ryan. Ciò non vuol dire che la politica sia condannata esclusivamente a interventi di corto respiro dettati da esigenze di bilancio. Negli ultimi anni, sulla scia degli studi pionieristici di studiosi di economia cognitiva come Amos Tversky, Daniel Kahneman e Richard Thaler, si è sviluppato un settore di indagini relative al comportamento umano di grande interesse, che suggerisce un nuovo approccio alla regolazione. L’idea è che una migliore conoscenza del funzionamento concreto della mente umana renda più facile intervenire sull’ambiente istituzionale in cui vengono prese le scelte individuali per spingerle "dolcemente" (l’espressione usata da Thaler e dal giurista Cass. S. Sunstein è infatti nudge, ovvero "spinta gentile") verso esiti migliori sia dal punto di vista del benessere delle persone sia da quello del benessere collettivo.
A diversi liberali questa soluzione, che Thaler e Sunstein chiamano «paternalismo libertario», non piace. Proprio in questi giorni, un attacco alle tesi "paternaliste" è venuto dalle pagine della «New York Review of Books» a opera del filosofo Jeremy Waldron.
Altri, per esempio Alberto Alemanno e Matteo Motterlini su queste pagine (9 marzo 2014), le hanno difese sostenendo che esse potrebbero dare un contributo a scelte più responsabili da parte dei consumatori e a un rapporto più amichevole e trasparente tra cittadini, imprese e pubbliche amministrazioni. La discussione accademica è aperta, e probabilmente destinata a durare a lungo, ma ciò non dovrebbe impedire al governo italiano di prendere in considerazione le esperienze di «riformismo cognitivo» che si stanno accumulando in tal senso in Paesi come il Regno Unito e gli Stati Uniti. Ma anche in Germania, Francia; Danimarca; Norvegia; Australia e Canada. In alcuni casi, le «spinte gentili» potrebbero rivelarsi più efficaci degli interventi di razionalizzazione della spesa.
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