giovedì 16 ottobre 2014

Renzi si scrolla i tocci di dosso e fa bene

“Voi sparirete, perché siete antropologicamente diversi”

Pd alla resa dei conti: l’obiettivo è la cancellazione della sinistra interna

di Wanda Marra il Fatto 16.10.14

C’è un problema di coerenza nella classe dirigente del Pd”. Parola del responsabile economico del partito, Filippo Taddei. Che a Rainews24 la mette così: “Nel partito ci sono anime, correnti e culture politiche divergenti. C’è una difformità antropologica e una delle due componenti è destinata a sparire. È quella che prima era impegnata nell’antiberlusconismo e poi è stata travolta da Renzi”. Mai dichiarazioni furono più esplicite di come la maggioranza renziana vede le minoranze. Persino gli uomini del presidente si stupiscono: “Ha detto così?” Ma spingere fuori dal partito chi si ostina a opporsi è un obiettivo.
ULTIMO terreno di scontro, la fiducia sul jobs act. Prossimo, la manifestazione della Cgil a Piazza San Giovanni, con mezzo partito (da Civati a D’Attorre, passando per Fassina e Damiano) che sarà in piazza. “Chi nel Pd sceglie di manifestare contro il governo dovrà prendersi la responsabilità di spiegare questa scelta ai cittadini”, commentano duri dagli alti piani dem. Perplessità e rabbia nelle minoranze: “Ma che me la deve mettere in mezzo Taddei l’antropologia? Posso discutere con Levy Strauss”, dice Bersani. E D’Attorre: “Questo partito è più mio che loro”. Idem, Cesare Damiano. A proposito di difformità antropologica, i renziani ragionano più o meno così: tranne che nello Spi, nelle organizzazioniterritoriali del sindacato ormai i dirigenti Pd sono minoranza rispetto a quelli di Sel e Prc. E pronosticano sconfitte della Cgil come accadde al sindacato con la marcia dei quarantamila nell’80, o con la scala mobile nell’85. Polemizza Dario Parrini, renzianissimo segretario toscano: “C’è una sinistra molto acrimoniosa, e per fortuna molto minoritaria, che ha sempre cercato di indebolire il riformismo di governo”. E alla Cgil: “Polemizzate col Pd; polemizzate con Renzi. Ma mantenetevi fermi contro questa misera demagogia”. Che “la sparizione” di un certo dissenso (antico, marginale, “piccolo” ) la vorrebbe Renzi è chiaro. Per schiacciarlo, la strategia è raffinata quanto diabolica.
SCONVOCATA l’Assemblea dei senatori prevista per oggi che deve valutare il non voto sul lavoro di Ricchiuti, Mineo e Casson. I tre non saranno espulsi (“figuriamoci se Matteo gli regala lo status di martiri”, spiegano i renziani), ma “avvertiti”. Un ammonimento. Ci sarà martedì, dopo la direzione in programma lunedì per discutere la forma partito. Una richiesta della stessa minoranza che Renzi ha accolto. E che sfrutterà a suo vantaggio. I gruppi parlamentari sono sollecitati a serrare i ranghi. Nessun nuovo regolamento immediato. Ma un percorso verso un partito più aperto, in cui contino tanto gli elettori, quanto i tesserati. Un partito funzionale al governo (lo raccontano così). Nel frattempo, si pensa a modifiche dello Statuto, per rendere meno larghe le maglie in cui si può votare in dissenso dalle decisioni della maggioranza (per ora, si parla di questioni etiche e principi fondamentali della Costituzione). E poi, si ricorda la circolare di Bersani, che ai futuri candidati fece sottoscrivere l’impegno a votare secondo mandato. Sanzioni possibili? Se si vota no alla fiducia, l’espulsione è automatica, ragionano i renziani. E chi non partecipa al voto? Misure allo studio. Tra cui quella di cancellare i ribelli ostinati dall’anagrafe degli iscritti e togliergli la tessera. La minaccia, sotterranea, per Renzi, è quella che funziona di più. E la principale è la condanna all’irrilevanza. Ancora i renziani. “Ma Civati perché non va in Sel? Perché nel Pd da oppositore ha un palcoscenico maggiore”. Poi, c’è la certa espulsione dalle liste future.
QUANTO FUTURE? Nella strategia di Renzi, il voto è un’opportunità sempre aperta. Nella road map che partirà con la direzione di lunedì, l’approdo è un’Assemblea nazionale (in programma tra 3 o 4 mesi, ma chissà). Che voterà un Pd a immagine e somiglianza del leader. Pronto all’uso per eventuali elezioni.

Sinistra, raccolta firme anti-austerità
Lanciata a Roma la raccolta firme per l’abrogazione del pareggio di bilancio in Costituzione. Presenti diversi esponenti della sinistra, da Vendola a Civati
Corriere 16.10.14


Fassina “Troppi tagli al sociale, non è di sinistra”
intervista di Giovanna Casadio 
Repubblica 16.10.14
ROMA . «Sono insostenibili i tagli che riguardano la spesa sociale. Vanno corretti». Per Stefano Fassina, ex vice ministro all’Economia, esponente della sinistra dem, nella legge di stabilità sono più le ombre che le luci.
Fassina, non è convinto dalla manovra di Renzi? Non crede ci siano novità positive?
«Ci sono molti aspetti da chiarire. E novità positive sono sul fronte della riduzione delle imposte. Ma il segno espansivo della manovra che già sulla carta era modesto rispetto alla gravità della situazione del paese e con i tagli pesanti alla spesa, viene cancellato».
Alle Regioni si chiede un risparmio di 4 miliardi e 1,2 miliardi ai Comuni, 6 allo Stato. Una cura da cavallo?
«Sono tagli insostenibili, non si chiedono alle Regioni ma alle famiglie per le mense scolastiche; si chiedono ai pendolari che utilizzano il trasporto pubblico; alle persone che hanno bisogno di assistenza; agli studenti che avevano le borse di studio. Si chiedono alle mamme e ai papà per gli asili nido dei figli. Significano anche minori prestazioni nella sanità. E l’impatto recessivo degli interventi sui servizi sociali fondamentali supera l’impatto espansivo connesso alla minore tassazione».
Quindi vede il rischio che il welfare sia in pericolo?
«Non un rischio, ma la certezza. I tagli previsti per gli enti territoriali e per lo Stato colpiscono i servizi fondamentali. Sono un ulteriore colpo all’equità che avrà inevitabilmente effetti recessivi sull’economia».
Per Renzi è la manovra più di sinistra che si potesse fare nelle condizioni date.
«No, non lo è. È una manovra che, unita all’intervento sul mercato del lavoro, sta nel solco del mercantilismo liberista che ha portato l’Europa a una recessione sempre più grave».
Ammetterà tuttavia che gli imprenditori non avranno più alibi per le assunzioni, anche grazie alla decontribuzione per i neoassunti?
«Singolare che il governo reintroduca la stessa misura che aveva previsto nel 2013 il governo Letta ed era stata poi archiviata dal governo Renzi. Ma le imprese non assumono perché non c’è domanda. Il limite della manovra appena approvata dal consiglio dei ministri è che non è concentrata sul sostegno alla domanda, agli investimenti in particolare dei comuni in piccole opere».
Cosa si sarebbe dovuto fare?
«Si sarebbe dovuto allentare il deficit di un punto in più rispetto a quello previsto dal governo e concentrare le risorse sul patto di stabilità interno per i Comuni, su misure di contrasto alla povertà, si sarebbero dovuti pagare i debiti in conto capitale alle imprese... Inoltre il taglio dell’Irap si sarebbe dovuto concentrare per venire in aiuto ai piccoli imprenditori, mentre ne beneficiano in larghissima misura le grandi aziende».
Lei pensa a modifiche?
«Sì, sulla parte che riguarda i tagli alla spesa sociale. Ripeto: quei tagli non sono sostenibili e quella parte va corretta».


Il dissenso «responsabile» del senatore Tocci
Un anacronismo che smaschera le anomalie della politicadi Paolo Franchi 
Corriere 16.10.14
Non sarà l’uomo che morde il cane. Ma un «uomo di partito» che vota la fiducia su un provvedimento (il Jobs act) dopo averlo stroncato nel suo intervento e, subito dopo, si dimette dal Senato perché considera quel provvedimento e quella fiducia in contrasto con il mandato ricevuto dagli elettori, è comunque una notizia. Sul web in questi giorni se ne è parlato parecchio. Sui giornali e in tv poco o nulla. Al più si è almanaccato, probabilmente a sproposito, su cosa farà il senatore in questione, Walter Tocci (che nel frattempo ha «salvato» il governo anche sul Def), quando l’Aula ne respingerà le dimissioni. Peccato. Perché una contraddizione c’è, e non riguarda solo né soprattutto Tocci. Che per motivare il suo voto si è richiamato a quella che andava nota, nel Novecento, come disciplina di partito. Nel Pci del centralismo democratico («Manifesto» docet) era ferrea. Ma, in forme diverse, valeva per tutti. Compresi i socialisti: quando, nel ‘63, votarono contro il primo centro-sinistra, i parlamentari che poi dettero vita al Psiup sapevano bene che se ne stavano andando. Compresa anche la Dc dei franchi tiratori. Prima che un vincolo, la disciplina era la garanzia di un’unità per la quale valeva la regola del chi rompe paga. I partiti c’erano, eccome. Anche troppo. Ma adesso, come si fa a disciplinare qualcosa che resta vivo nella memoria (non solo quella di Tocci), ma non esiste più? E perché a invocare misure disciplinari verso i dissidenti, scimmiottando il lessico comunista, sono i colonnelli di Matteo Renzi, fautori del partito leggero, anzi, «liquido», del leader, e comunque dell’archiviazione del modello novecentesco? E perché non si discute dei pesi e dei contrappesi necessari a bilanciare il potere (crescente, straripante) dell’esecutivo e la libertà del parlamentare? Venissimo a sape’ che so’ misteri, avrebbe forse chiosato Gioachino Belli. Misteri che il gesto politicamente e intellettualmente onesto di Tocci certo non svela, ma quanto meno segnala. Di questi tempi, è già molto.
 

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