L’uscita dal tunnel della fine degli anni Settanta si connette rapidamente a uno sviluppo dell’azienda incentrato su due assi. Da un lato un risanamento profondo, con una «violenta razionalizzazione manageriale », una forte ristrutturazione finanziaria, un «controllo di gestione che diventa una sorta di ossessiva, ed efficace, filosofia di impresa», e una riduzione drastica del personale che infrange quel «mito della narrazione olivettiana che rendeva il posto di lavoro un diritto intangibile ». E dall’altro un riorientamento verso l’elettronica in parte già avviato, e poi la piena e precoce immersione in quella dimensione informatica — a partire dai primi personal computer dell’azienda, nel 1982 e soprattutto nel 1984 — che segna in profondità gli an- Ottanta (anni che vedono maturare nel nostro paese la crisi della grande impresa pubblica e privata).
domenica 2 novembre 2014
Berlinguer e Carlo De Benedetti
L’Ingegnere e l’Olivetti la trasformazione di un’impresa nella crisi di fine Novecento
Dalle macchine da scrivere all’informatica e alla telefonia mobile Nel
saggio di Paolo Bricco le vicende della fabbrica di Ivrea fra il 1978 e
il 1996, quando alla sua guida c’era Carlo De Benedetti
di Guido Crainz Repubblica 4.11.14
FA
pienamente parte della “storia d’impresa” il libro che Paolo Bricco ha
dedicato a L’Olivetti dell’ingegnere (Il Mulino, pagg. 426, 20 euro) ma
conduce in molti altri campi: la più generale storia economica del
paese, il nesso fra economia e politica, o fra industria e sistema
finanziario, e così via. Ha anche un ambito temporale definito
(1978-1996), segnato appunto nella storia dell’azienda da Carlo De
Benedetti. Anni di grandi trasformazioni: il loro inizio si colloca in
un’Italia già segnata dal declinare della grande fabbrica (e con essa
del sindacalismo tradizionale: è del 1980 la “marcia dei quarantamila”
alla Fiat) mentre il sistema dei partiti inizia a mostrare i segni di
una crisi drammatica (ed è del 1978 la cesura più traumatica,
simboleggiata dall’assassinio di Aldo Moro). Nella fase finale invece
siamo già oltre il crollo della “prima repubblica”: o meglio, siamo
all’avvio di quella “stagione di Berlusconi” che si nutre delle peggiori
tare degli anni Ottanta.
Nel
1978, dopo i lunghi anni trascorsi «nella camera iperbarica allestita
da Mediobanca», per dirla ancora con Bricco, la Olivetti è «un’impresa
senza imprenditore», con «un’organizzazione slabbrata» e un diffuso
«senso di sradicamento da sé». In salute dal punto di visto produttivo,
anche se fondamentalmente legata a una meccanica declinante, ma con una
situazione debitoria pesantissima (siamo in uno scorcio d’anni in cui
l’inflazione oscilla fra il 15 e il 20 per cento, e molte altre nubi si
addensano). Inizia qui la storia della “Olivetti dell’ingegnere”, cui
Visentini propone l’acquisto, e il libro è davvero “storia di impresa”,
con una ricostruzione amplissima, quasi monumentale: sin troppo, in
qualche tratto, per il lettore non specialista, che qua e là rischia di
smarrirsi (e con una presenza talora eccessiva, forse, della “voce”
dello stesso De Benedetti, anche se non manca qualche significatini vo
controcanto).
L’uscita dal tunnel della fine degli anni Settanta si connette rapidamente a uno sviluppo dell’azienda incentrato su due assi. Da un lato un risanamento profondo, con una «violenta razionalizzazione manageriale », una forte ristrutturazione finanziaria, un «controllo di gestione che diventa una sorta di ossessiva, ed efficace, filosofia di impresa», e una riduzione drastica del personale che infrange quel «mito della narrazione olivettiana che rendeva il posto di lavoro un diritto intangibile ». E dall’altro un riorientamento verso l’elettronica in parte già avviato, e poi la piena e precoce immersione in quella dimensione informatica — a partire dai primi personal computer dell’azienda, nel 1982 e soprattutto nel 1984 — che segna in profondità gli an- Ottanta (anni che vedono maturare nel nostro paese la crisi della grande impresa pubblica e privata).
Nel 1985 il Time può
dedicare la copertina a L’incredibile ritorno della Olivetti, e l’anno
successivo l’azienda sale al decimo posto fra le aziende informatiche.
Diventa qui centrale lo scenario internazionale, e il libro lo
scandaglia su più versanti: la competizione e al tempo stesso la ricerca
di differenti sinergie, ma anche le occasioni perdute, le intraprese
difficili, le intuizioni solo parzialmente concretizzate. E poi il
passaggio dalla rapidissima ascesa ad un declino quasi altrettanto
rapido, in un contesto scandito dalla crisi internazionale delle aziende
informatiche di matrice fordista e al tempo stesso dal tracollo del
nostro sistema paese (in una degenerazione del rapporto fra politica e
imprese che tocca anche “l’Olivetti dell’ingegnere”). Si collocano in
questo scenario sia la “tempesta perfetta” che travolge l’azienda fra la
fine degli anni Ottanta e l’inizio del decennio successivo, sia
quell’intuire le potenzialità della telefonia mobile che le permetterà
di sopravvivere a se stessa, per così dire, a differenza di altri
gruppi. Mutando radicalmente ruolo, fisionomia e assetti: e questo
passaggio all’economia della conoscenza e dei servizi pone più generali
domande sulla traiettoria dell’informatica e sulla fuoriuscita
produttiva dal Novecento.
Marco Girardo Avvenire 5 novembre 2014
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