giovedì 6 novembre 2014

"La lunga strada di sabbia": "il viaggio in Italia di Pasolini e Séclier

Pier Paolo Pasolini. La lunga strada di sabbia
Non ho mai amato il populismo regressivo di Pasolini. Ma questo non toglie... [SGA].

Philippe Séclier: Pier Paolo Pasolini. La lunga strada di sabbia, Contrasto, pp. 197, € 24,90

Risvolto
Estate 1959. Per la rivista Successo, Pier Paolo Pisolini percorre la costa italiana al volante di un Fiat Millecento per realizzare "La lunga strada di sabbia" un ampio reportage sull'Italia tra cambiamento e tradizione, vacanza borghese e residui di un dopoguerra difficile. A quarant'anni di distanza, il fotografo Philippe Séclier ha ripercorso quello stesso itinerario, ritrovando tracce, immagini e memoria del grande scrittore e del suo memorabile ritratto dell'Italia. Questo libro presenta il testo "La lunga strada di sabbia" nella versione integrale scritta da Pasolini con numerosi passaggi inediti, accompagnato dal manoscritto originale oltre a documenti, manoscritti, lettere e fotografie di Sèclier. 

Pasolini viaggio al termine dell’Italia felice 
Nel 1959 lo scrittore realizzò un reportage venato di nostalgia nel Paese del boom. Ora i suoi articoli sono riuniti in volume, con le foto di Philippe Séclier che ha ripercorso gli stessi luoghi

Marco Belpoliti La Stamp  5 11 2014
«Sono felice. Era tanto che non potevo dirlo: e cos’è che mi dà questo intimo, preciso senso di gioia, di leggerezza? Niente. O quasi. Un silenzio meraviglioso è intorno a me: la camera del mio albergo, in cui mi trovo da cinque minuti, dà su un grosso monte, verde verde, qualche casa modesta e normale». Così scrive su carta intestata dell’Albergo Savoia di Casamicciola Terme, a Ischia, Pier Paolo Pasolini nel luglio del 1959. Partito da Ventimiglia, sta esplorando le coste e le spiagge italiane scendendo fino in Sicilia per poi risalire a Trieste. Si tratta di una serie di articoli, tre in tutto, che il settimanale Successo dell’editore Palazzi, diretto da Arturo Tofanelli, gli ha commissionato. 
L’idea è del fotografo Paolo di Paolo e Tofanelli ha pensato subito a Pasolini quale compagno di viaggio. Nel mese di maggio ha pubblicato Una vita violenta, suo secondo romanzo dopo la scandaloso Ragazzi di vita; il riscontro di critica e di pubblico è positivo, come racconta Nico Naldini in Pasolini, una vita, biografia del poeta riedita da poco in forma accresciuta (Tamellini Edizioni). Si tratta di uno dei primi reportage sull’Italia del boom, che scopre le vacanze e si stende al sole sotto gli ombrelloni nelle spiagge. I due, lo scrittore e il fotografo, partono insieme dalla città di confine con la Francia. 
Come racconterà molti anni dopo Paolo di Paolo, Pasolini siede taciturno accanto a lui in automobile e la conversazione langue. Raggiunta la prima meta, Viareggio, salgono nelle loro camere d’albergo. Di Paolo propone di vedersi a cena. Pasolini accetta, ma subito precisa: dopo però ci separiamo. Alla sorpresa del suo accompagnatore, Pasolini spiega che probabilmente lui, il fotografo, ha gusti diversi, e magari dopo cena avrà sicuramente voglia di divertirsi con una donna. Cenano, poi Pasolini si congeda. Di Paolo si alza e fa in tempo a vederlo lì fuori, in mezzo a un gruppo di ragazzi vocianti, come se tra loro ci fosse già una grande intesa. Sembravano, racconta, amici da una vita. 
Il viaggio prosegue verso Genova, dove si presenta uno dei ragazzi di Viareggio. Fotografo e scrittore si separano, ciascuno farà il suo lavoro da solo. Il risultato è sulle pagine di Successo. Di Paolo fotografa, racconta, come se lavorasse per il Mondo, Pasolini scrive come solo Pasolini sa scrivere. Anche se tempo dopo in un articolo definirà il reportage «un piccolissimo, stenografato Reisebilder: in cui sono andato non oltre la prima cute», questi fogli di viaggio descrivono l’Italia e le sue coste come un luogo meraviglioso e incantato, dove non è ancora esplosa la speculazione edilizia e non è avvenuta la «mutazione antropologica», che lo strazierà quindici anni dopo, e di cui racconterà in Scritti corsari. La rivista fece alcuni tagli, probabilmente motivati da ragioni di spazio, sebbene in un caso, quello di un concorso di bellezza maschile sulla costa veneta dell’Adriatico, la riduzione suggerisca l’ipotesi di una piccola censura nell’Italia sessuofoba degli anni Cinquanta.
Il dattiloscritto integrale è stato ripristinato e raccolto in un volume, La lunga strada di sabbia (Contrasto, pp. 197, € 24,90), mentre figura incompleto nelle opere di Pasolini (Romanzi e racconti, 1946-1961, Mondadori). L’ha realizzato un fotografo francese, Philippe Séclier. Nel 2001 Séclier ha ripercorso la strada di Pasolini scattando delle fotografie nei luoghi delle sue soste, come racconta nella presentazione. Dopo l’incontro con la nipote dello scrittore, Graziella Chiarcossi, nel 2005, ha avuto in mano il dattiloscritto originale; ha cercato Paolo di Paolo e recuperato un ritratto di Pasolini, l’unico scatto di quel viaggio che lo raffigura: in piedi a Genova, sul lungomare, maglioncino, camicia bianca e cravatta, sguardo serio e fiero. Le foto di Séclier sono color seppia, morbide, pastose, evocano quello spazio e quei luoghi, visti oggi. Ma con l’occhio di ieri. 
Sono immagini malinconiche e nostalgiche, dotate di un’energia e di una vitalità che richiama le pagine di Pasolini. Sono il ritratto di quell’umile Italia che il poeta aveva cantato qualche anno prima durante il suo transito sulle coste, nelle Ceneri di Gramsci. Se fino al litorale romano Pasolini ritrova in quell’estate del 1959 i suoi amici, che cita, e con cui s’accompagna (Fellini, Elsa de Giorgi, Moravia ecc.), quando invece s’immerge nel Sud la sua prosa sembra lievitare: uno stato di grazia che scaturisce dal paesaggio, ma anche dai corpi delle ragazze e dei ragazzi che vede. La sua prosa rivela qui una sensualità differente, separando con cura l’incanto di un mondo visto e immaginato nel proprio passato e il «grande fritto misto all’italiana» attuale. Ci sono luoghi dove dichiara di aver lasciato «un pezzetto sanguinante di cuore» e, anche se non lo dice, sono i corpi dei ragazzi, mescolati al paesaggio, a dargli tutta quella felicità cui si sente vocato come uomo e come poeta.
Arrivato sull’Adriatico, conosciuto anni prima nel corso dell’infanzia, mette subito a fuoco l’artificiosità delle spiagge, delle costruzioni, stigmatizza il colore «cacca di bambini» con cui sono tinteggiate le nuove case. Si lascia andare anche al racconto di «una avventuretta» giovanile a Riccione, con una allieva ballerina, a quattordici o forse quindici anni. La storia parte da una fotografia che ha conservato e s’allarga con forza visiva all’addio della giovinetta rinnovato nella sua memoria. Sta per diventare regista. La prosa di Pasolini è scarna, sincopata, ma non priva di eleganza, anche se poi la definirà «ron ron rondista», l’unico stile, dice, a disposizione per quella esperienza giornalistica. Ma è uno dei suoi soliti gesti blasé, perché ci sono frasi che sconfinano nella poesia, e il modello è piuttosto quello del simbolismo tardo romantico con un tocco alla Biagio Marin; il tono è quello della confidenza diaristica, non certo dell’articolo di giornale.
A Trieste va a Lazzaretto, ultima spiaggia italiana prima del confine jugoslavo, e tende l’orecchio per cogliere la parlata del luogo: «Presteme el petine!», «Speta». «Giovanota!», «Da dove vignìu?», «Da quela barca lavìa?», «A me mi ocoressi un petine, questo el xè roto!». Termina il viaggio: «Sulle povere voci, sulla povera spiaggetta, il temporale getta un’ombra leggera, biancastra. Qui finisce l’Italia, finisce l’estate».

Quel Grand Tour in Italia lontano dalle scomuniche e in cerca solo di felicitàAlla fine degli anni Cinquanta lo scrittore raccolse le cronache di un viaggio lungo la penisola
Pasolini 
PAOLO MAURI Rep 28 3 2017
L’immagine che, volere o no, ha racchiuso Pasolini come una mosca nell’ambra è quella dell’intellettuale corsaro e luterano che cerca, con la forza della sua intelligenza e della sua passione, di fermare il mondo impedendo quella omologazione che lo avrebbe sottratto al perpetuarsi di una meraviglio
sa, anche se spesso drammatica, innocenza.
In realtà Pasolini cercava la felicità. L’aveva inseguita, da poeta, nel dialetto friulano in cui le parole e le cose si coniugavano perfettamente dandogli una sensazione di compiutezza mai più raggiunta così pienamente, e l’aveva cercata, da scrittore, nel mondo per lui nuovo delle borgate romane dove i ragazzi, vivendo come sempre al di qua della storia, recitavano il loro copione con una autenticità assoluta di cui Pasolini si faceva portavoce e quasi sacerdote. Poi c’era stato
Accattone, il trasporto della borgata non più sulla pagina ma sullo schermo: voci vere, volti veri, senza filtri. La felicità era immergersi in quelle esperienze, secondando l’estro poetico e il fluire di un eros incendiario, sempre pronto a risorgere dalle proprie ceneri. (...) Il sogno di Pasolini, ed è storia notissima, si era scontrato con la morale e la cultura veteroborghesi diversamente interpretate dalla destra cattolica e dalla sinistra comunista in cerca di realismi ortodossi. C’erano stati i processi, i tribunali e, non meno dure, le parole degli intellettuali-compagni. Pasolini però cresceva presso il pubblico, scomunica dopo scomunica. Cresceva nel dolore e nella rabbia. Per questo fa una strana impressione incontrare un Pasolini in viaggio lungo le coste italiane nell’anno di grazia 1959. Perché è un Pasolini felice. La commissione del viaggio gli viene dalla rivista Successo, che pubblicherà in tre puntate il suo reportage con le fotografie di Paolo di Paolo (il 4 luglio, il 14 agosto e il 5 settembre). Pasolini ha trentasette anni ed è ormai un intellettuale famoso. (...) Tutto comincia al confine con la Francia che passa, poco oltre Ventimiglia, in mezzo al rio San Luigi, in quel momento completamente secco. Lì sopra si intravede la villa Voronoff di cui Pasolini non dice nulla perché era allora molto più celebre di adesso: scienziato utopista, Serge Voronoff pretendeva di ridare vigore agli uomini anziani trapiantando testicoli di scimpanzé... Ma ecco subito San Remo dove lo scrittore visita il Casinò. «Entro come Charlot, cercando di farmi piccolo sotto gli sguardi monumentali dei custodi». Poi di nuovo lungo la costa a indovinare la gioia della gente che affolla le bellissime spiagge «in una sagra d’amore». «A Spotorno è mio dovere fermarmi, e non mi fermo.» Ci abita un poeta vero, col quale Pasolini è in corrispondenza: Camillo Sbarbaro. Forse Pasolini pensa che sia troppo presto per una tappa letteraria, ma gli incontri non mancheranno a viaggio già inoltrato. E Pasolini dirà al lettore di sé, registrerà di volta in volta le proprie reazioni: più che scrivere si direbbe che «giri» con una macchina leggera a spalla. Spiaggia dopo spiaggia, ecco la Versilia, ecco il Cinquale. Qui villeggia Bertolucci (il poeta), qui, aggiunge Pasolini, ci fu D’Annunzio. A Forte dei Marmi gli Agnelli possiedono una grande villa e sotto un tendone color ruggine lo scrittore avvista Gianni Agnelli, «grasso, fiorente, abbronzato». Il fotografo gli si avvicina e chiede: «Le dispiace se le faccio qualche fotografia? » E, «con cortesia celestiale, Gianni Agnelli risponde: “Moltissimo!” » È un Pasolini in vacanza, in vacanza anche dalle proprie ire e nevrosi, quello che scrive allora. A Fregene corre subito a salutare Moravia, che sta scrivendo il suo nuovo romanzo La contemplazione e la noia, che poi diventò più semplicemente La noia. Poi va anche da Fellini, che sta girando un episodio della Dolce vita. Ha, Pasolini, qualcosa da farsi perdonare: doveva aiutare il regista a scrivere alcuni dialoghi e invece ecco che va in giro per le spiagge. «Un giorno», racconta, «da non so che città del mondo, Fellini mi ha scritto una cartolina chiamandomi “fedelissimo Paolino” (il fondo pascoliano di Fellini lo porta al diminutivo)».
Bellissimo è l’attacco del pezzo su Ostia: «Arrivo a Ostia sotto un temporale blu come la morte ». È luglio. L’attrice Elsa de’ Giorgi è in macchina con lui: si stanno dirigendo verso il Circeo e lei parla, parla... (...) La de’ Giorgi scende e Pasolini va avanti da solo: «Il cuore mi batte di gioia, di impazienza, di orgasmo. Solo, con la mia millecento e tutto il Sud davanti a me. L’avventura comincia».
L’arrivo a Napoli è una vera sceneggiatura: il personaggio chiave è ancora Pasolini, che cena da Ciro e poi fa due passi ed è subito circondato dai venditori di fiori, dai ragazzini che chiedono: «Dieci lì, dieci lì». Lui gliene dà cinquanta: «l’esercito dei poveri pidocchi mi è attorno». Presto scopre che il capo di quella ciurma è un nano. «Songo piccolo... Songo nano! Tutti nella famiglia mia siamo nani!» Ubriaco di Napoli, lo scrittore passa la notte in bianco: «Ho fatto l’aurora, ho visto il Vesuvio, vicino che si poteva toccarlo con la mano, contro un cielo, ormai rosso, avvampante, come non riuscisse più a nascondere il Paradiso».
L’entusiasmo è quello di un ragazzo, il gusto quello dello scrittore antropologo che si avventura in un mondo tutto da scoprire o riscoprire, ma c’è anche il giornalista pronto a intervistare personaggi noti. A Ischia gli dicono che in albergo c’è il conte Visconti e lui lo cerca, ma subito non lo trova. Lo vedrà più tardi sul molo di Casamicciola. «Mi avevano detto che mi cercava Pratolini!» Sta aspettando un battello, devono arrivare un po’ di attori ed ecco Lorella De Luca, «poverina, come un agnello, una pannocchietta nella tempesta... Ecco Franca Valeri, con un magnifico vestito verde che la rende quasi quadrata, con un sorriso da statua etrusca, e due enormi limoni in mano ». A Maratea, l’ultima scoperta degli industriali milanesi, si annoia, anche se guarda la costa con una certa ammirazione. Però è ancora una volta la gioia la vera misura del viaggio: una gioia che cresce man mano che ci si inoltra nel profondo Sud. «Avevo sempre pensato e detto che la città dove preferisco vivere è Roma, seguita da Ferrara e Livorno. Ma non avevo visto ancora, e conosciuto bene, Reggio, Catania, Siracusa. Non c’è dubbio, non c’è il minimo dubbio che vorrei vivere qui: vivere e morirci, non di pace, come con Lawrence a Ravello, ma di gioia». E poco più avanti: «il viaggio da Messina a Siracusa può fare impazzire». (...) Non c’è che dire: il tono, l’enfasi, la gioia degli incontri restituiscono un Pasolini ragazzo, pronto a correre incontro al mondo, specie in quel Sud dove tutto gli sembra più autentico. Poi incomincia la risalita della costa italiana. (...) Nel frattempo il suo viaggio si era compiuto: risalendo la costa Adriatica si era pian piano riavvicinato ai luoghi delle sue vacanze infantili. A Venezia aveva incontrato due pittori, Turcato e Santomaso. È una lamentela scherzosa, la loro: il mare è uno schifo, la vita notturna non c’è. A Caorle tutto è andato in malora: «Era uno dei più bei paesi del mondo: lo giuro» scrive Pasolini ed è il grido del ragazzo tradito, tradito nei suoi ricordi. «Squallide, tristi pensioni, in folla, per un nuovo lungomare che sa ancora di calce fresca, hanno soffocato l’antico paese, mostro di colorata purezza». E siamo, di nuovo, oltre Trieste al confine. Questa volta con la Jugoslavia. Pasolini registra le voci di alcuni bagnanti: «Presteme el petine!» dice una e il giovanotto risponde: «Speta!» «Qui finisce l’Italia, finisce l’estate», conclude Pier Paolo.

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