I DRAMMATICI avvenimenti parigini, che già vengono chiamati l’11 settembre francese, danno l’ultima tragica conferma di quanto il Medio Oriente resti la malefica fornace da cui si irradiano i più pericolosi movimenti mossi dal fanatismo politico e dal fondamentalismo religioso. Affrontarli pensando che si tratti di scontri di “civiltà” significherebbe sancire il trionfo dello spirito di Osama bin Laden e del nuovo barbaro Califfo, poiché i conflitti sono non tra le civiltà ma all’interno di esse. Nel contesto mediorientale che abbiamo di fronte, motivi di grande apprensione sono l’ulteriore deterioramento delle relazioni tra i palestinesi e gli israeliani e la strategia che sta mettendo in atto Netanyahu nel suo paese. All’offensiva diplomatica di Abu Mazen — che ha sottoscritto numerose convenzioni internazionali ottenendo il clamoroso successo di fare accettare la Palestina come il 123esimo membro della Corte penale dell’Aja e il diritto di sottoporre ad essa la questione dei crimini di guerra e contro l’umanità nei territori occupati militarmente — Israele ha replicato congelando il trasferimento all’Anp di circa 100 milioni di euro dovuti a dazi doganali e decretando la fine degli accordi di Oslo del 1993 con l’Olp. Entrambe le parti hanno messo in difficoltà gli Stati Uniti, che, dando un colpo al cerchio e uno alla botte, hanno sia criticato Israele per il congelamento dei 100 milioni e sia protestato per l’accoglimento della Palestina, non Stato sovrano, nella Corte, minacciando di ridurre gli aiuti all’Anp. Tutto ciò sullo sfondo di due processi in corso di primaria importanza: da un lato il consenso sempre più largo al riconoscimento di uno Stato palestinese, dall’altro il disegno di Netanyahu di trasformare lo Stato di Israele in uno “Stato ebraico”. Il crescente consenso alla formazione di uno Stato palestinese rispecchia l’ineludibile diritto di un popolo a vedere formalmente riconosciuta la propria esistenza e il bisogno di porre termine ad una guerra infinita. Ma non si può evitare di domandarsi quale tipo di Stato sarà quello palestinese. Non vorremmo vederlo, il giorno dopo la sua nascita, dilaniato dallo scontro tra i fanatici integralisti politico-religiosi ancor sempre nemici giurati di Israele e le correnti moderate e portatrici di una concezione favorevole alla tolleranza e alla reciproca convivenza. È questo un timore giustificato dall’osservare gli scriteriati guerrieri di Hamas, che, incapaci di fare tesoro delle guerre sistematicamente perdute, continuano a gonfiarsi il petto di un bellicismo senza limiti e a promettere la distruzione di Israele: ripugnante obiettivo che essi per fortuna possono solo irresponsabilmente sognare. D’altro canto, molto preoccupante è non solo il fatto che Netanyahu e i suoi sodali proseguano nella pratica impietosa di cento denti per ogni dente, promuovano l’ulteriore espansione degli illegali insediamenti di coloni ma addirittura perseguano con intendimenti teocratici la trasformazione del proprio Stato da “israeliano” in “ebraico”. Trasformazione che aggraverebbe la divisione dei suoi abitanti in cittadini di serie A e cittadini di serie B, per realizzare la quale Netanyahu ha chiamato il popolo alle urne, non esitando a spaccare il suo stesso governo e a estraniare la componente che respinge l’idea che base della legittimazione dello Stato diventi un fondamentalismo religioso cementato con il radicalismo politico della destra e la potenza militare.
Alla richiesta che si addivenga al riconoscimento di uno Stato palestinese e che Israele rientri nei confini del 1967, Netanyahu ha risposto abbinando l’ira al disprezzo, dichiarando che per buona sorte può contare sull’appoggio indefettibile dell’America e che l’Europa, preda della propria ipocrisia, ora dimentica i milioni di ebrei periti durante la Shoah. Una brutta uscita, che rivolge contro Netanyahu stesso il boomerang da lui lanciato. La Shoah è stata il più grande e orribile crimine commesso nel continente nel quadro dell’immenso crimine che ha altresì provocato la strage di intere altre popolazioni, anch’esse pareggiate a “sottoumanità”. Lo sterminio degli ebrei non è stata colpa degli europei senza aggettivi: per combattere i delitti del nazismo tanti europei hanno sacrificato la vita. Ma il dato più significativo su cui Netanyahu dovrebbe riflettere è che l’indicibile crimine contro gli ebrei è stato opera di un regime che — invocando una promessa immutabile trasmessa dalla storia, il diritto intoccabile alla propria supposta terra e l’unità di coloro che considerava eletti al di là di ogni confine — divideva e assoggettava le popolazioni e gli individui alla luce dell’appartenenza o meno ad una “qualità” originaria delle persone non scalfibile dal diritto all’eguale cittadinanza; dovrebbe riflettere sul fatto che uno “Stato ebraico” ridurrebbe ancor più i palestinesi in esso presenti in una condizione di degradante inferiorità. Gli integralismi rappresentano una mina che, se mai potrà essere disinnescata, lo sarà unicamente dal prevalere nei due campi di una civile reciproca accettazione animata da uno spirito di laicità rispettosa delle diverse fedi religiose e culture.
Attendiamo con ansia i risultati delle elezioni in Israele da cui Netanyahu si aspetta un plebiscito a favore della sua linea. Speriamo che, contro tutti i pronostici, possa perderle. Se vincerà, spetterà alla minoranza sconfitta prendere nelle proprie mani l’onore e la speranza di Israele e in Israele, accompagnata dall’ammirazione e dal sostegno delle persone ragionevoli del mondo. I figli migliori di Israele hanno dimostrato nei secoli di saper superare tanti deserti. Vi è da essere convinti che sapranno superare anche quello che va creandosi nella loro stessa casa.
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