sabato 24 gennaio 2015
Da Giannantonio Stella le periodiche palate di merda non solo sull'Università ma anche sulla scuola pubblica
Quasi tutto vero, per carità. Ma la conclusione per Stella è che bisogna privatizzare e abolire il valore legale ecc. ecc. Quando invece bisogna investire soldi stroncando l'evasione fiscale [SGA].
I docenti ordinari sotto i 40 anni sono una
rarità. Nessun professore ne ha meno di 35. L’età media è di 60. Le
donne sono il 36,5%
di Gian Antonio Stella Corriere 22 gennaio 2015
I professori più vecchi d’Europa Più della metà sono «over 50»
di Gian Antonio Stella Corriere 24.1.15
«Mi
mandano un ragazzino quando ho bisogno di un uomo con grinta, baffi e
barba da Mangiafoco…»: così si lagnò corrucciato il direttore scolastico
accogliendo tanti anni fa il maestro Giovanni Mosca, che «aveva
vent’anni ma ne dimostrava sedici». Il quale proprio grazie all’età
riuscì a impadronirsi della sua classe abbattendo in volo un moscone con
la fionda. Oggi non c’è pericolo che accada: dicono i recentissimi dati
Ocse che nella scuola primaria (le elementari) gli insegnanti sotto i
trent’anni sono talmente pochi da essere percentualmente irrilevanti. E
così nelle medie e nelle superiori. Quelli sotto la quarantina sono il
12% alle elementari, il 13 alle medie, l’8 alle superiori. Sono dati
immensamente diversi da quelli del resto del mondo. Basti dire che
maestri e professori sotto i cinquant’anni («in due occasioni di
compleanno ci si sente improvvisamente decrepiti: a diciannove anni e a
cinquanta», ha scritto Gesualdo Bufalino) non arrivano ad essere secondo
l’Ocse, nel complesso della nostra scuola, neppure la metà: il 48%.
Tutti gli altri stanno sopra. E quelli sopra la sessantina sono
addirittura l’11% alle elementari, il 13% alle superiori e il 15% alle
medie. Tanto per capirci: 6 punti sopra la media dei Paesi Ocse e 7
(quasi il doppio) sopra la media delle altre nazioni europee. Per non
dire della Spagna, del Giappone, dell’Irlanda, del Canada o del Belgio: i
nostri «vecchi» sono il quadruplo.
L’«Annuario scienze società» 2015
di Observa curato da Giuseppe Pellegrini e Barbara Saracino, che uscirà
a metà febbraio per il Mulino, ha una tabella su dati Eurostat-Teaching
staff che mette i brividi. È sugli insegnanti con meno di quarant’anni
nelle scuole secondarie di primo e secondo grado (tradotto nel
linguaggio comune: medie e superiori) in tutta Europa. Con un umiliante
10,3% siamo ultimissimi. Austria e Germania ne hanno due volte e mezzo
più di noi, Spagna e Francia il triplo abbondante, il Belgio il
quadruplo, la Gran Bretagna il quintuplo.
«La struttura per età»,
spiega l’associazione TreeLLLe presieduta da Attilio Oliva, «ci racconta
la storia delle politiche di reclutamento del corpo insegnante. I dati
mostrano una più ampia incidenza della quota dei 50-59enni evidentemente
entrati negli anni ‘80, che “schiaccia” gli ingressi delle corti più
giovani, costituite dai neolaureati. Stupisce che anche la scuola
primaria, in passato luogo d’ingresso di giovani insegnanti meno che
trentenni, oggi a seguito dell’introduzione dell’obbligo di possesso di
un titolo universitario in combinazione con la mancata apertura dei
canali di reclutamento, vede la scomparsa di insegnanti giovani».
Nel
decennio dal 1998 al 2009 i maestri britannici e francesi sono
«ringiovaniti» da un’età media di 41 anni e mezzo a 40 e mezzo, i nostri
invecchiati da 44,5 a 47,5. E dal 2009 a oggi questa età media è salita
ancora fino a 53 anni e 3 mesi nella scuola primaria e addirittura a 54
in quella dell’infanzia. Il che significa un gran numero di «nonne»
sessantenni, magari con le caviglie gonfie e il fiatone, chiamate
ciascuna per ore a gestire venti «nipotini». A volte, un inferno.
La
rivista Tuttoscuola ha messo a confronto le fasce d’età negli ultimi tre
lustri. Nel 1997/98, spiega il direttore Giovanni Vinciguerra, «oltre
un quarto degli insegnanti, esattamente il 26,2%, aveva un’età inferiore
ai 40 anni. E solo il 2,4% passava i sessanta: uno su venti. Da allora
si sono succedute varie riforme previdenziali che hanno avuto effetti
determinanti sul turn over del pubblico impiego e del personale della
scuola». Prima conseguenza, appunto, l’invecchiamento dei docenti.
Vistosissimo nel 2014, quando il documento governativo sulla «Buona
Scuola» confermava che l’età media degli insegnanti statali era 51 anni:
«Un invecchiamento medio di quasi 6 anni, che è come dire che ogni anno
l’età media si è andata innalzando di cinque-sei mesi». Tanto più che
«nello stesso periodo delle riforme previdenziali la mancanza di
concorsi, congelati per oltre un quinquennio, non consentiva di
attingere a nuove leve più giovani e le chiamate dalle graduatorie ad
esaurimento privilegiavano i precari più anziani».
Esattamente quello
che accadrà anche quest’anno con l’assunzione promessa da Renzi di
154.561 precari che, come spiegava qualche settimana fa Orsola Riva,
tutto saranno fuorché «insegnanti freschi di laurea e abilitazione
perché le graduatorie sono chiuse dal 2007. I più giovani sono i maestri
laureati in Scienze della formazione primaria, ma il grosso è
rappresentato dai vincitori del penultimo concorso (parliamo del 1999!) e
dagli abilitati di vecchio conio (Ssis e abilitazioni riservate)».
L’età
media, dice «La buona scuola», è di 41 anni e «diventa chiaro che la
loro assunzione consentirà di ringiovanire sensibilmente il corpo
docente». E anche di renderlo, viste le percentuali di donne, ancora più
femminile. Difficile definirla però, come ricordava il Corriere ,
«un’iniezione di giovinezza». Lo dice lo stesso grafico del documento
governativo, dove spiccano le assunzioni anche di precari
sessantacinquenni... Persone che sono certamente in credito con lo Stato
chiamato a saldare il suo debito, come ci ha ricordato l’Europa, dopo
decenni di caos, rattoppi e sanatorie. Ma anche, stando alle denunce del
sito voglioilruolo.it , maestri e professori che ormai se l’erano messa
via e magari hanno perduto da anni la confidenza con le aule, la
lavagna, il rapporto con gli allievi. Si sono aggiornati? Possiedono le
competenze d’inglese e informatica richieste dalla legge Profumo? Hanno
continuato incessantemente a studiare o hanno buttato rabbiosamente i
libri in un angolo?
E proprio qui è il nodo: fermi restando i torti
dello Stato e la legittimità delle aspettative di centinaia di migliaia
di insegnanti precari, hanno diritto o no, i nostri bambini e i nostri
ragazzi, a una scuola che dia la precedenza a loro, gli utenti? E cioè
una scuola che offra loro un corpo docente ricco di entusiasmo e che sia
il meglio del meglio in modo che poi quei giovani possano affrontare ad
armi pari i «concorrenti» stranieri in un mondo sempre più competitivo?
Questo è il tema. E se non viene affrontato di petto, subito, sono guai
seri…
(2 — fine)
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