sabato 24 gennaio 2015

Le congetture sul meccanismo della riproduzione umana nella storia della medicina


Masculin / Féminin 

Ultraoltra. Seme virile, seme muliebre: la sua funzione riproduttiva è evenienza arcaica, favolosa 
Raffaele K. Salinari, il Manifesto 24.1.2015 

Il Medi­ter­ra­neo, «intriso di san­gue e di sperma», come lo defi­ni­sce nei suoi Dia­lo­ghi con Leucò Cesare Pavese, rimanda imme­dia­ta­mente all’idea gene­ra­tiva di entrambi que­sti liquidi, uno di ori­gine fem­mi­nile, il san­gue mestruale, l’altro maschile: lo sperma. 
Ascen­dente mitico e cosmo­lo­gico di que­sta rela­zione è cer­ta­mente la nascita di Venere, che viene creata dallo sperma di Urano evi­rato da Giove. Il suo stesso nome, Afro­dite, deriva infatti da afros che signi­fica sia spuma del mare che liquido semi­nale; Afro­dite è, per que­sto, ana­dio­me­non, rina­sce cioè con­ti­nua­mente dalle bian­che spume del mare; Esiodo nella sua Teo­go­nia (vv. 188–90) dice: «Attorno alla bianca schiuma dell’immortale mem­bro tra­spor­tato verso il largo, per tanto tempo (pou­lùn chró­non), una fan­ciulla crebbe». 

Sperma e anima 
E dun­que la rela­zione tra il liquido semi­nale e la sua fun­zione ripro­dut­tiva è eve­nienza arcaica, pre­lo­gica, favo­losa, imma­gine fon­dante di una evi­denza scien­ti­fica che si affer­merà solo dopo due mil­lenni con lo stu­dio dell’embriologia moderna pas­sando attra­verso i pre­giu­dizi reli­giosi del cat­to­li­ce­simo e le sva­riate fun­zioni che a que­sto «san­gue puris­simo», come lo defi­ni­sce Dante, furono attri­buite nel corso dei secoli. 
Per ren­dere l’idea della disputa dot­tri­nale attorno alla fun­zione dello sperma nell’atto della ripro­du­zione basti dire che, in pieno XVIII secolo, cento anni dopo Gali­leo, le lenti dei primi micro­scopi che già inda­ga­vano gli sper­ma­to­zoi — erano infatti stati sco­perti nel 1677 dall’olandese Anto­nie Van Leeu­we­n­hoek — si discu­teva ancora se l’anima di ogni nuovo essere umano fosse già stata creata, se esi­stesse cioè dall’inizio dei tempi per poter poi scen­dere all’interno di ogni corpo al momento stesso del con­ce­pi­mento, o fosse di volta in volta ema­nata da Dio e solo dopo infusa in ogni feto: «Prima si costrui­sce la casa, poi ci si abita», dice Sant’Agostino (354–430); in que­sto caso aprendo una ulte­riore que­stione di non poco momento ed ancora attua­lis­sima: a che punto dello svi­luppo embrio­nale que­sto avviene? 
Ancor prima, gli scien­ziati del Siglo de Oro, allora stret­ta­mente sot­to­po­sti ai dik­tat dell’Inquisizione, si divi­de­vano tra il Santo di Ippona che pur con­vinto della seconda ipo­tesi ammet­teva can­di­da­mente: «Ignoro quando inci­piat homo in utero vivere», e l’idea crea­zio­ni­sta di Ori­gene di Ales­san­dria (185–254), ama­tis­simo e cita­tis­simo da Bor­ges per il prin­ci­pio della mol­ti­tu­dine dei mondi, che soste­neva invece come Dio avesse creato tutto l’universo e tutti gli uni­versi pos­si­bili dal e per l’eternità e dun­que anche le mol­te­plici anime che poi avreb­bero abbrac­ciato i loro corpi futuri. 
L’idea del grande diret­tore del Dida­ska­leion ales­san­drino di una divi­nità che, ora­mai sepa­rata dalla sua Crea­zione, lasciava ai viventi il libero arbi­trio, si scon­trava così con quella ago­sti­niana soste­ni­trice della posi­zione che Dio con­ti­nuasse a creare il mondo ogni momento, inter­ve­nendo in ogni sin­golo istante nelle cose del Creato per insuf­flare una nuova anima nei corpi, ma solo al momento da Lui rite­nuto oppor­tuno: al qua­ran­te­simo giorno per i maschi ed al novan­te­simo per le fem­mine? Si chie­dono i medici dell’epoca. Il mistero della vita doveva comun­que per­ma­nere poi­ché «Ut non inve­niat homo opus quod ope­ra­tus est deus» dice ancora il Dot­tore della Chiesa. 
Quest’ultima ipo­tesi aveva delle con­se­guenze capi­tali, ad esem­pio, sul trat­ta­mento oste­trico, dato che solo nel momento in cui l’anima entrava nel corpo esso veniva con­si­de­rato com­pleto e dun­que degno di pro­te­zione e di cura. La disputa inve­stiva così il ruolo del liquido semi­nale per un suo sup­po­sto ruolo di «potenza in atto» poi­ché poteva forse rac­chiu­dere in sé tutto l’insieme della nuova crea­tura, sia il suo corpo che la sua anima. Iro­nia del destino, Ori­gene, si dice per poter inse­gnare anche ad allieve donne senza destare dice­rie, o per altri motivi a noi sco­no­sciuti, pare si evi­rasse, esclu­den­dosi in que­sto modo da quella crea­zione di cui tanto aveva discet­tato nel suo De Prin­ci­piis. 

Le ori­gini: Ari­sto­tele e Galeno 
Noi risa­li­remo allora il filo del tempo sino all’antichità pre e pro­to­cri­stiana, per con­fron­tarci in pri­mis con colui il quale ha trat­tato com­piu­ta­mente dello sperma sia dal punto di vista filo­so­fico che empi­rico: l’immancabile Ari­sto­tele. A que­sto spe­cia­lis­simo «distil­lato del san­gue» lo Sta­gi­rita rivolse il suo acuto spi­rito di osser­va­zione. Oltre ad indi­vi­duare la lun­ghezza otti­male del pene in ere­zione, dai dieci ai venti cen­ti­me­tri durante l’eiaculazione per non raf­fred­dare troppo lo sperma o, al con­tra­rio, sur­ri­scal­darlo, ren­den­dolo così in entrambi i casi inef­fi­ciente, e a decre­tare il numero mas­simo delle sue emis­sioni, sette, per le sette cavità ute­rine atte a rice­vere il feto, Ari­sto­tele aveva anche ela­bo­rato una serie di osser­va­zioni sulla sua fun­zione riproduttiva. 
L’evidenza empi­rica che un nuovo essere traesse ori­gine da un altro della stessa spe­cie rispon­deva ad un prin­ci­pio gene­rale della sua Meta­fi­sica per cui, nel suo De gene­ra­tione et cor­rup­tione, sostiene che tutte le cose ten­dono alla loro con­ser­va­zione: «Poi­ché in tutte le cose la natura desi­dera sem­pre il meglio, e l’essere è meglio del non essere… e poi­ché è impos­si­bile che que­sto possa veri­fi­carsi in ogni cosa, per il fatto di tro­varsi troppo lon­tano dal suo prin­ci­pio, in altro modo Dio ha recato a com­pi­mento que­sto desi­de­rio, dispo­nendo che la gene­ra­zione sia continua». 
A par­tire da que­sto postu­lato Ari­sto­tele arriva nel De anima a soste­nere: «La cosa più natu­rale, negli essere per­fetti e non muti­lati… è di fare un’altra cosa simile a se stessi… per poter par­te­ci­pare quanto pos­sono di ciò che è immor­tale e divino». L’affermazione ari­sto­te­lica che un prin­ci­pio divino è rac­chiuso nello sperma come «seme umano» è alla base di quella con­ce­zione fina­li­stica del mondo, assunta anche dagli Stoici, che domina la fisica e la medi­cina anti­che in con­trap­po­si­zione al mec­ca­ni­ci­smo democriteo. 
A que­sto punto dob­biamo dare un occhio all’anatomia antica degli appa­rati ripro­dut­tivi per dire che, secondo Ari­sto­tele, i testi­coli non erano il luogo depu­tato alla pro­du­zione dello sperma essedo, secondo lui, solo dei pesi che ser­vi­vano a man­te­nere in ten­sione i con­dotti semi­nali, «come quelli dei telai fanno con la tela». Chec­ché ne pen­sasse lo Sta­gi­rita, Galeno (129–199) era invece con­vinto che i testi­coli fos­sero gli organi di pro­du­zione del liquido semi­nale. Il medico di Per­gamo, nelle sue osser­va­zioni, aggiunge nel De semine il par­ti­co­lare di un liquido «inter­me­dio tra lo sperma e l’acqua del sudore, che il maschio avverte talora distil­lare al con­tatto della fem­mina, e la fem­mina al con­tatto del maschio». Il per­ga­mese, ripreso quasi un mil­len­nio dopo da Avi­cenna, si rife­ri­sce al liquido pro­sta­tico nell’uomo ed a quello pro­dotto dalle ghian­dole del Bar­to­lino nella donna. 
Egli ci informa che que­sto liquido maschile è pro­dotto da un organo che, essedo posto più innanzi degli altri venne chia­mata da Ero­filo, pro­state. Per Galeno la fun­zione del liquido pro­sta­tico è tri­plice: oltre che ad ecci­tare il coito, suscita il pia­cere e lubri­fica il canale uri­na­rio, attra­verso il quale avviene così una eia­cu­la­zione più efficiente. 
Que­sta neces­sità di un fiotto ben diretto e sotto giu­sta pres­sione, dice Galeno, era dovuta all’idea che la matrice durante il coito si aprisse per rice­vere lo sperma e poi si chiu­desse per non lasciarlo uscire: «Al momento del coito la matrice si spinge verso l’orifizio della vulva, quasi si fac­cia innanzi mossa dal desi­de­rio di attrarre a sé lo sperma… il collo della matrice, infatti, è di carne musco­losa, quasi fosse car­ti­la­gi­neo, e vi sono rughe l’una sopra l’altra… in esso vi è un con­dotto oppo­sto all’orifizio esterno della vulva: per mezzo di quello deglu­ti­sce lo sperma». 
Da parte di ricer­ca­tori che, sprov­vi­sti di ogni mezzo stru­men­tale, scor­ge­vano solo ciò che la dis­se­zione met­teva loro sotto gli occhi, non si pos­sono pre­ten­dere ipo­tesi fisio­lo­gi­che più defi­nite; se poi le para­go­niamo a quelle di deri­va­zione stret­ta­mente ari­sto­te­lica, la scuola di Galeno segna un indub­bio passo avanti. Vedremo in seguito come, per que­sto medico dell’antichità, esi­stesse anche uno «sperma mulie­bre», con fun­zioni impor­tanti nella riproduzione. 
Per Galeno infine, come per Abu Bakr Moham­mad Ibn Zaka­riya al-Razi (865–930), il liquido semi­nale aveva anche un ruolo nell’erezione, sti­mo­lata, oltre che dalle «ven­to­sità forti, recate nei corpi caver­nosi dallo spi­rito desi­de­ra­tivo gros­so­lano», dalla «mor­da­cità» dello sperma sui canali seminali. 

Seme virile, seme muliebre 
Ora­mai radi­cata la teo­ria di Galeno che i testi­coli aves­sero una fun­zione fon­da­men­tale nella pre­pa­ra­zione del seme virile, dob­biamo ora cer­care di capire di cosa fosse com­po­sto per gli anti­chi que­sto liquido, non avendo essi nes­suna idea né dello sper­ma­to­zoo, né della cito­lo­gia degli orga­ni­smi viventi. Tor­niamo per un momento ad Ari­sto­tele per il quale lo sperma è «un escre­mento utile dell’ultimo ali­mento». In que­sto modo lo Sta­gi­rita ricon­du­ceva il ruolo del liquido semi­nale a quello della nutri­zione poi­ché, ancor prima di chie­dersi in che modo un essere vivente si forma, si era con­cen­trato sul suo accrescimento. 
E allora, per quale pro­cesso avviene la nutri­zione e l’accrescimento della nuova crea­tura umana? I fisio­logi anti­chi, pro­ce­dendo anche su que­sto argo­mento dalle sue idee, distin­gue­vano tre o quat­tro «dige­stioni» attra­verso le quali il cibo inge­rito deve pas­sare, prima per essere assi­mi­lato, poi per tra­sfor­marsi in sperma. 
La prima di que­ste avviene nella bocca, prima dige­stio fit in ore, con l’aiuto della sali­va­zione, e ter­mina nell’intestino con la for­ma­zione della «massa tisa­na­ria» o chilo. A que­sta segue la seconda, che avviene nel fegato, in cui il chilo si tra­muta in san­gue. Que­sto non è ancora un liquido per­fetto, ma «pieno di impu­rità»: esso ha dun­que biso­gno di una terza dige­stione. Que­sta avviene attra­verso il potere fil­trante dei reni che assor­bono l’«acquosità» super­flua facendo sì che esso final­mente si rac­colga nel «talamo del cuore» come dice Ari­sto­tele. Da qui, o dal fegato secondo Galeno, par­tono le «arte­rie quiete» che hanno il com­pito di vei­co­lare il nutri­mento, dive­nuto nel frat­tempo «san­gue grosso», per tutto il corpo. 
Ma, per essere assi­mi­lato, que­sto «san­gue grosso» ha biso­gno di una ulte­riore dige­stione che per Galeno ed Avi­cenna si com­pie nelle vene, dove esso depone le ultime impu­rità. Puri­fi­cato così di tutte le «super­fluità» e fat­tosi «sot­tile», que­sto san­gue comin­cia a «distil­lare dalle vene nelle mem­bra» sin­ché si coa­gula e si «fissa» in ognuna di esse dando nutri­mento al corpo. 
Ma non tutto il «san­gue sot­tile» si fissa negli organi; quello che rimane viene sot­to­po­sto ad una quinta dige­stione, quinta come la quint’essenza, dive­nendo pro­prio nei testi­coli e nei vasi sper­ma­tici il seme atto ad ali­men­tare la gene­ra­zione; «quasi ali­mento che di mensa lieve», dice Dante che, nel canto XXV del Pur­ga­to­rio (vv. 37–39), lo defi­ni­sce ancora «san­gue per­fetto», ora­mai tra­sfor­man­dosi da rosso a bianco ad opera dello spi­rito (pneuma). 
Qui la sim­bo­lica erme­tica è evi­dente, e rien­tra in quel com­plesso sistema di ana­lo­gie e rimandi che il mondo medioe­vale ha svi­lup­pato al mas­simo grado par­tendo dal neo­pla­to­ni­smo e dall’idea dello spi­rito ari­sto­te­lico come ele­mento di unione tra forma e mate­ria. La Grande Opera parte dal Nero (Nigredo), colore della Prima Mate­ria in putre­fa­zione e dun­que dal «san­gue grosso», per poi arri­vare alla fase Rossa (Rubedo), quella del «san­gue sot­tile» ed infine all’Opera al Bianco (Albedo) che cor­ri­sponde alla tra­smu­ta­zione del san­gue in sperma. 
Anche lo «sperma mulie­bre» verrà sot­to­po­sto alle stesse dige­stioni prima di poter eser­ci­tare il suo ruolo ripro­dut­tivo. Il corpo umano è così una for­nace alche­mica, un ata­nor, e lo sperma, sia virile che mulie­bre, la sua Pie­tra Filosofale. 
E dun­que, per com­pren­dere appieno que­sta fase fon­da­men­tale della tra­smu­ta­zione del san­gue in sperma ad opera dello spi­rito, dob­biamo accen­nare alle con­ce­zioni filo­so­fi­che dei pre­so­cra­tici come Empe­do­cle, Leu­cippo e Demo­crito che, con impo­sta­zioni diverse, ave­vano una visione mec­ca­ni­ci­sta dell’accrescimento cor­po­reo. Empe­do­cle, in par­ti­co­lare, soste­neva che gli ele­menti con­trari si attrag­gono e da que­sto sca­tu­ri­sce l’accrescimento. Egli era con­vinto che nulla nascesse o morisse ma che gli ele­menti prin­ci­pali, i quat­tro rizo­mata o radici, si ricom­bi­nas­sero peren­ne­mente; non nati (ἀγένητα) ed eter­na­mente uguali (ἠνεκὲς αἰὲν ὁμοῖα), essi diven­gono (γίγνεται) ogni cosa: fuoco (πῦρ), aria (αἰθήρ), terra (γαῖα), acqua (ὕδωρ). Da ciò nasce­vano e mori­vano i corpi. Pur avendo una visione mistica molto spic­cata, il filo­sofo di Agri­gento mostrava così un certa con­ce­zione fisica della gene­ra­zione, che non chia­mava in causa prin­cipi supe­riori ma solo il gioco tra i quat­tro ele­menti e le due forze che li ani­ma­vano: l’Odio e l’Amore: «Ma un’altra cosa ti dirò: non vi è nascita di nes­suna delle cose mor­tali, né fine alcuna di morte fune­sta, ma solo c’è mesco­lanza e sepa­ra­zione di cose mesco­late, ma il nome di nascita, per que­ste cose, è usato dagli uomini». 
Con­tro que­sta con­ce­zione Ari­sto­tele sostiene invece che gli ele­menti con­trari non si uni­scono ma si divi­dono e che, dun­que, affin­ché un corpo possa nascere e cre­scere, debba agire lo «spi­rito» (pneuma) come ponte tra mate­ria e forma. Qui entra in gioco la con­ce­zione fina­li­stica del mondo, cioè ordi­nato da un Prin­ci­pio tra­scen­dente o imma­nente alla natura, a seconda delle con­ce­zioni filo­so­fi­che, ma pur sem­pre supe­riore. Per gli Stoici, ad esem­pio, que­sto Prin­ci­pio è nel mondo, è l’anima mundi stessa, per Pla­tone ed Ari­sto­tele è il Motore Immo­bile che pre­siede alla rego­la­zione del tutto. Ma è pro­prio a que­sto punto che le con­ce­zioni tra i due grandi filo­sofi diver­gono: per lo Sta­gi­rita il Prin­ci­pio agi­sce sulla mate­ria infor­man­dola di sé attra­verso la fun­zione dello spi­rito, men­tre per Pla­tone esso rimane sepa­rato ed agi­sce attra­verso un Demiurgo «senza il quale è impos­si­bile che ogni cosa abbia nasci­mento» (Timeo 28,c), che attua così la media­zione tra l’iperuranio immu­ta­bile ed incor­rut­ti­bile delle idee e la materia. 
E dun­que, con la teo­ria della forma e della mate­ria unite dallo spi­rito, Ari­sto­tele si oppo­neva egual­mente al mec­ca­ni­ci­smo di Empe­do­cle ed al fina­li­smo tra­scen­den­tale di Pla­tone, soste­nendo invece che il prin­ci­pio del dive­nire va ricer­cato nel seno stesso della realtà che diviene, e non pen­sato come estra­neo ad essa. La mate­ria è un prin­ci­pio poten­ziale ed inde­ter­mi­nato che ha biso­gno di essere deter­mi­nato ed attuato dalla forma (l’idea). Per que­sto lo sperma, prin­ci­pio di nutri­zione del nuovo essere, deve distil­larsi attra­verso l’infusione dello spi­rito che, tra le sue attri­bu­zioni, ha anche quella dell’accrescimento degli esseri. 
Dopo la quinta dige­stione, dun­que, lo sperma è infine maturo gra­zie alla «virtù accre­sci­tiva dello spi­rito» che gli deriva, in que­sto spe­ci­fico caso, dice ancora un Dante molto coe­rente con la sua appar­te­nenza ai Seguaci d’Amore, «dal cuor del gene­rante», e non attende altro che essere eia­cu­lato in vagina. 
A que­sto punto però, dob­biamo accen­nare ad una que­stione che, par­tendo dai pre­so­cra­tici, venne dibat­tuta sino al Rina­sci­mento ed oltre, come si evince anche dalle testi­mo­nianze con­te­nute nel testo Embrio­lo­gia sacra, del pre­lato Ema­nuele Can­gia­mila, paler­mi­tano, pub­bli­cato a Milano nel 1751: cosa vei­cola il seme? 
Anche qui la con­tro­ver­sia trae ori­gine dalla discus­sione che Ari­sto­tele intra­prese con­tro Empe­do­cle ed Anas­sa­gora, se cioè esso sia for­mato di par­ti­celle invi­si­bili stac­ca­tesi sol­tanto dalle mem­bra simili ed omo­ge­nee, come i muscoli, le ossa o i nervi, o anche da quelle dis­si­mili e com­plesse come la mano o il volto. Il Can­gia­mila, nel suo testo (Libro I capi­tolo 4), riporta la testi­mo­nianza di un certo Delem­pa­zio che, sotto le lenti del suo micro­sco­pio, avrebbe visto «coi pro­pri occhi svi­lup­pato da ver­metto nel seme maschile un uomo». 
Secondo la teo­ria accen­nata alla fine del Timeo pla­to­nico (91 D), «il seme inse­mi­ne­rebbe la matrice pronta ad acco­gliere ani­mali invi­si­bili per la loro pic­co­lezza e non ancora for­mati». Que­sto fa dire a Win­centy Luto­sla­w­ski nel suo The ori­gin and growt of Plato’s logic (Lon­dra 1905, pag. 484) che il filo­sofo aveva intuito la pre­senza degli sper­ma­to­zoi molti secoli pima della loro effet­tiva sco­perta: «There are amid all the mythi­cal fic­tion of the Timaeus some won­der­ful glimp­ses of deep insight which betray Plato’s genius». 
Anche ad Ippo­crate è attri­buita l’ipotesi che la mate­ria dello sperma venga da tutte le parti del corpo; nel suo De geni­tura sostiene che il seme deriva da tutta l’«umidità che è con­te­nuta nel corpo»; però aggiunge che da tutta que­sta umi­dità si separa la parte migliore e che da essa si stacca ancora un «sem­plice» che lui clas­si­fica come «spu­moso»: la mate­ria essen­ziale dello sperma richiama così il mito della nascita di Afrodite. 
Dun­que la solu­zione data da Ari­sto­tele si inspira alla sua filo­so­fia: tutto ciò che nasce comin­cia ad essere per l’impulso di un agente che lo trae dalla potenza all’atto. Quindi lo sperma maschile è dotato di «virtù for­ma­tiva», men­tre il mestruo di «virtù infor­ma­tiva», cioè capace di restare impresso. Un rove­scia­mento com­pleto dell’idea stessa di matrice. Per altri, invece, lo sperma con­ter­rebbe una dis­so­lu­zione, o meglio una solu­zione, in cui sono pre­senti minu­tis­sime par­ti­celle che ripro­du­cono in pic­colo ogni parte del corpo. Dun­que per lo Sta­gi­rita lo sperma maschile non è mate­ria crea­zio­nale ma solo causa agente, men­tre per Galeno, Ippo­crate ed altri medici sino al Rina­sci­mento, esso è il vero prin­ci­pio gene­ra­tore, con­te­nendo in sé tutte le parti del corpo da svi­lup­pare nella matrice col con­corso dello «sperma muliebre». 
Da qui il ruolo della donna nella ripro­du­zione, essendo le ovaie, a quel tempo, rite­nute solo testi­coli fem­mi­nili atte a pro­durre il mestruo, che ser­viva solo a «cuo­cere» la mate­ria vivente. Que­sta tesi fu soste­nuta da Galeno che infatti distin­gue tra san­gue mestruale e «sperma mulie­bre», inten­dendo con que­sto il secreto dei testi­coli mulie­bri, cioè delle ovaie che scen­de­rebbe lungo i canali semi­nali fem­mi­nili, cioè le tube, per mesco­larsi con lo sperma virile e dare così ini­zio al pro­cesso di for­ma­zione del nuovo essere. 
È dun­que merito del medico di Per­gamo aver intuito il ruolo attivo della donna nella ripro­du­zione, sep­pure con una visione ana­to­mica che descri­veva l’apparato geni­tale fem­mi­nile come spe­cu­lare a quello maschile. La vagina, infatti, è solo un pene intro­verso, le ovaie sono i testi­coli interni e le tube l’equivalente dei dotti sper­ma­tici. Ovvia­mente, in tutto que­sto, il seme maschile è più «forte», e quello fem­mi­nile ha biso­gno del suo «con­forto» per atti­varsi. Con Avi­cenna anche i medici del primo Medioevo con­ti­nuano a par­lare di «sperma mulie­bre» distinto dal mestruo, del quale peral­tro era un deri­vato, in quanto quest’ultimo è anch’esso una «super­flui­dità» del san­gue non ancora dige­rito e puri­fi­cato; lo «sperma mulie­bre», allora, è for­mato dallo stesso san­gue che ha com­piuto tutte le fasi dige­stive. Per effetto dell’ultima il mestruo perde il colore san­gui­gno e ne assume uno bian­ca­stro (humor deal­ba­tus), e diventa mate­ria atta e dispo­sta a rice­vere l’azione dello sperma virile. Sara con gli studi di Gaspare Bar­tho­lin, medico danese, di Mal­pi­ghi e Gabriele Fal­lop­pio ita­liani, che que­ste con­ce­zioni ver­ranno final­mente sra­di­cate per dare vita ad una netta inte­ra­zione dei ruoli tra lo sper­ma­to­zoo e l’ovulo. 

Il naso maschile ed il piede femminile 
Le pole­mi­che con­ti­nue­ranno dun­que sino al XVIII secolo quando, con la sco­perta e l’utilizzo del micro­sco­pio ed una visione Illu­mi­ni­sta dell’embriologia, ai pen­sieri dei filo­sofi clas­sici si sosti­tui­ranno i mezzi dell’osservazione scien­ti­fica anche se, come abbiamo visto in ape­rura, la Chiesa cer­cherà di man­te­nere sul mistero della vita e dell’anima inef­fa­bile l’ultima parola, men­tre il mito della nascita di Afro­dite intorno allo sperma fuo­riu­scito dai geni­tali di Urano governa ancora il nostro imma­gi­na­rio erotico. 
Con­clu­diamo que­sta digres­sione con un poe­metto della scuola medica saler­ni­tana che riprende il sistema di ana­lo­gie tra mate­ria e forma, con par­ti­co­lare riguardo alle cor­ri­spon­denze tra il naso virile ed il mem­bro, e tra il piede mulie­bre e l’organo fem­mi­nile: «Ad for­mam nasi digno­sci­tur hasta Priapi; Ad for­mam pedis cogno­sces vas mulie­ris. Nosci­tur ex pede quan­tum sit vir­gi­nis antrum; Nosci­tur ex naso quanta sit hasta viri». Ognuno si diver­tirà a tra­durre dal latino i ter­mini di que­sto noto detto popo­lare che parla della rela­zione tra il naso virile, la dimen­sione e la forma del mem­bro, e tra il piede fem­mi­nile, la forma e la pro­fon­dità della vagina… così è se vi pare.

Figli senza unioni uomo-donna La scienza e il dilemma del futuro
Partenogenesi e staminali, così la procreazione potrà cambiare la societàdi Edoardo Boncinelli
Si sente dire spesso che i filosofi cambiano il mondo, e a più breve termine i politici. Ma da quando ci sono io, è stata la scienza a cambiare il mondo: l’allungamento incredibile della nostra vita, l’aumentata prevedibilità delle vicende del mondo e la liberazione da molte sinistre condizioni di partenza, sono altrettanti esempi, per non parlare dell’enorme impatto che ha avuto l’invenzione della pillola anticoncezionale. E non è certo finita. Anzi, per qualcuno il bello deve ancora venire. In questo periodo si parla di gameti e di riproduzione, con l’apertura di orizzonti prima inimmaginabili.
Qualche giorno fa ho parlato di una cosa abbastanza naturale, la stimolazione di una cellula-uovo, in modo che dia luogo a una nuova vita senza l’intervento di uno spermatozoo maschile. L’abbiamo definita partenogenesi, un fenomeno di grande naturalezza, ottenibile con una stimolazione minima. Per ottenere una figlia da una mamma. Ora si parla di produrre gameti maschili e femminili utilizzando cellule adulte di certi individui. È ovvio che stiamo entrando nel grande capitolo delle cellule staminali. Con le quali si possono fare cellule somatiche di tutti i tipi, e ora anche gameti, cioè cellule germinali. In anfibi e topi ciò è possibile da tempo, ma ora anche nella nostra specie.
Una nuova scoperta fatta a Cambridge permette appunto la produzione di gameti umani da cellule qualsiasi. L’ultimo passo in questa direzione è stato compiuto grazie all’individuazione di un gene specifico, un membro della famiglia Sox, una delle tante che controllano l’operato di diversi geni-architetto, i regolatori della generazione della forma vivente negli animali superiori. È un traguardo atteso, ma non per questo meno ambito, un traguardo che promette — o minaccia — di cambiare per sempre il rapporto genitori-figli. Millenni fa ci riproducevamo per abitudine, «un po’ per celia e un po’ per non morire», come fanno tutti gli animali. Vivevamo pochissimo, molti dei nostri figli ci premorivano e quelli che sopravvivevano ci seppellivano. Le donne dovevano partorire 15-16 figli per portarne uno o due alla maggiore età. Era tutto naturale e tutto convulso e confuso. Poi, a poco a poco, le cose sono cambiate e si è avuta una procreazione più responsabile, ma sempre appoggiata su grandi numeri per colpa dell’azione del Triste Mietitore.
In tempi relativamente recenti le morti dei bambini sono drasticamente diminuite e si è cominciato a parlare di famiglia e pianificazione delle nascite. Ma ci siamo accorti che ci sono molte persone che non riescono in questa che è la funzione più naturale del mondo: non possono avere figli. Molto, moltissimo è stato fatto in questo campo, con lo sviluppo di una ginecologia specializzata e grazie ai diversi metodi di fecondazione assistita. L’ultimo grido prima di adesso è stata l’introduzione direttamente nel nucleo di una cellula-uovo di uno spermatozoo che non è riuscito a maturare del tutto. Ora i gameti, cellule-uovo e spermatozoi, si potranno creare in laboratorio a piacimento .
Questa sarà un’arma eccezionale contro ogni forma di infertilità, ma anche contro ogni forma di condizionamento, sia questo di natura biologica, psicologica o sociale. Saremo ancora più liberi. Di fare cosa? Non è facile dirlo. Potremo decidere noi quando, dove, con chi, come e perché procreare. E forse anche che cosa generare, se mettere al mondo un essere vivente con queste o quelle caratteristiche. Chi parla di eugenetica, usa questo termine con una connotazione negativa, che spesso nella storia ha avuto, ma scorda che la parola contiene la particella «eu» che in greco vuol dire «bene» e «buono». Quello che era buono ieri non lo è oggi e si può scommettere che domani sarà ancora un’altra cosa. Non commettiamo l’errore di sbarazzarci troppo in fretta del futuro per paure che provengono da un lontano passato. Naturalmente sempre a ragion veduta, e ho detto «ragione» non a caso. 

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