Corriere 6.2.15
venerdì 6 febbraio 2015
Gli articoli di Lombroso per il Corriere della sera
Cesare Lombroso: Scritti per il «Corriere» 1884-1908, a cura di Damiano Palano, Fondazione Corriere
Risvolto
Attraverso il «Corriere», Cesare Lombroso (1835-1909) fece scuola. In
senso proprio, ospitando i contributi dello studioso e dei suoi allievi,
le colonne del quotidiano giocarono un ruolo importante nella battaglia
intorno alle nascenti scienze sociali. In senso più esteso, le ricerche
lombrosiane sulle connessioni tra genio e follia, sull’atavismo, sulla
malattia mentale, sui fenomeni ipnotici aprirono la strada a un nuovo
modo di affrontare la cronaca nera, contribuirono alla nascita del
romanzo giudiziario, forgiarono un immaginario capace di imprimersi
profondamente nella memoria collettiva. Se il suo pensiero risulta oggi
“figlio del suo tempo”, e appare a noi spesso inattuale, gli esiti della
sua popolarizzazione, soprattutto attraverso la stampa quotidiana,
furono apprezzabili e di lunghissimo periodo, muovendosi sul crinale,
sottilmente sfumato, fra scienza e letteratura.
L’altro Lombroso: criticava i professori e studiava la magia
Non si occupava soltanto di classificare i criminali
Corriere 6.2.15
Corriere 6.2.15
«Non v’è solo la camorra nel golfo di Napoli e fra i cocchieri e i
rivenduglioli: purtroppo ve n’è pure, e di terribile nel seno delle
Facoltà e nelle regioni governative, se non proprio nel Governo, così
forte, in ogni modo, da forzare a questo la mano».
Lo scrive,
scandalizzato per come vanno in cattedra certi colleghi universitari,
Cesare Lombroso. È il 16 maggio 1901, il padre dell’antropologia
criminale è da decenni lo scienziato italiano più celebre nel mondo e il
«Corriere» ospita i suoi interventi, non frequentissimi, dando loro il
massimo risalto. Anche quando prende a martellate il mondo
dell’accademia.
Certo, scrive lo studioso invocando il pubblico
concorso anche per gli «straordinari», c’è chi dice che questi
«straordinari» hanno solo un incarico provvisorio. Ma non ce n’è uno poi
«che perda il suo posto». Anzi: «Quanto più è scarso di ingegno e di
cultura, tanto più egli si arrabatta colle arti dell’intrigo per restare
nella sua nicchia, per avere favorevole quella maggioranza della
Facoltà che non manca mai agli indotti e agli intriganti, e restare per
lo meno a perpetuità straordinario». Un secolo fa…
Sono pepite d’oro,
a rileggerli oggi, gli interventi dello scienziato pubblicati dal
nostro giornale e raccolti nel libro Cesare Lombroso. Scritti per il
«Corriere» 1884-1908 , edito dalla Fondazione Corriere e curato dal
docente della Cattolica Damiano Palano, con una prefazione dell’ex
ministro Lorenzo Ornaghi.
Molti articoli, come è ovvio, sono dedicati
alla grande passione dello scienziato. E cioè, per dirla con Giorgio
Ieranò dell’Università di Trento, all’«illusione di poter offrire di
ogni aspetto, anche minuto, dell’universo una spiegazione scientifica,
la ferma convinzione di poter misurare quantitativamente ogni fenomeno.
Lombroso era un utopista che credeva nella missione redentrice della
scienza». Con risultati tragicamente capovolti, spesso. Al punto d’esser
presi a sostegno delle tesi più razziste sui neri, gli zingari, gli
arabi, i meridionali o addirittura gli ebrei come lo stesso Lombroso…
Certo,
lascia sbalorditi leggere oggi che il detenuto calabrese Giuseppe
Villella era un «criminale» perché aveva nel cranio una «fossa
occipitale mediana» che dimostrava l’appartenenza a uno stadio evolutivo
precedente: «Questa particolarità manca nelle scimmie superiori
(antropomorfe) e si vede solo appena accennata nei platirrini, nei
macachi, nei cinocefali e ben distinta nelle più infime specie dei
lemurini…».
Per non dire di certe generalizzazioni: «In genere, i
ladri hanno notevole mobilità della faccia e delle mani, l’occhio
piccolo, errabondo, mobilissimo, obliquo di spesso, folto e ravvicinato
il sopracciglio, il naso torto o camuso (…). Negli stupratori, quasi
sempre l’occhio è scintillante, fisionomia delicata, le labbra e le
palpebre tumide, e per lo più sono gracili e qualche volta gibbosi (…);
gli omicidi abituali hanno lo sguardo vitreo, freddo, immobile, qualche
volta sanguigno e iniettato, il naso spesso aquilino o meglio
grifagno…». Ma quello, che già divideva gli scienziati dell’epoca, è il
Lombroso più conosciuto.
La raccolta di articoli sul «Corriere» è
preziosa perché recupera anche un «altro» Lombroso. Curioso di tutto,
appassionato a tutto, deciso a dir la sua su tutto. Dalla vaccinazione
contro il colera all’esaurimento del genio, dove cerca di dimostrare che
i grandi genii vivono sì più a lungo perché Michelangelo e Petrarca
«vissero fino a novant’anni, Hobbes a 92, Tiziano 99…», ma che il meglio
lo diedero da giovani.
E accanto a piccoli e ustionanti saggi sulla
criminalità della Barbagia o sui suicidi nelle carceri dove denuncia la
cella d’isolamento come «il più atroce e insieme il più inutile dei
supplizî (…) perché l’uomo, essendo un animale socievole, ha più bisogno
della vita sociale che del pane; supplizio inutile, perché, invece di
preparare il delinquente ad una nuova vita, lo inasprisce nel male»,
ecco apparire un lungo pezzo sui miliardari americani, dove spiega che
non hanno «quasi mai caratteri del genio» ma «grande equilibrio mentale e
spirito di risparmio che va fino all’avarizia». O perfino un intervento
su «Le stalattiti e l’arte indiana e moresca» dove afferma che le
origini «si possono cercare nell’imitazione dei blocchi stalattitici»,
giacché un sacco di templi buddisti sono ospitati in grandi e antiche
grotte.
Le chicche, però, sono soprattutto tre pezzi. Nel primo
illustra estasiato le invenzioni delle «macchine alleate del pensiero»
come la macchina per scrivere, il «contometro» padre della calcolatrice,
il «tachiantropometro» costruito per misurare il cranio delle persone…
Nel secondo racconta l’improvvisa scoperta della magia: «Ora io che ero
così avverso allo spiritismo da non accettare per molti anni, nemmeno,
di assistere ad un esperimento, dovetti nel marzo 1891 presenziarne uno
in pieno giorno, da solo a solo, coll’Eusapia Paladino, in un albergo di
Napoli, in cui vidi alzarsi ad una grande altezza un tavolo e
trasferirsi in aria oggetti pesantissimi; e d’allora accettai di
occuparmene».
Restò tanto impressionato che a un certo punto chiese
alla donna di incontrare sua madre, che gli parlava in dialetto veneto:
«Subito dopo vidi (… ) staccarsi dalla tenda una figura alquanto bassa
come era quella della mia mamma, velata, che fece il giro completo del
tavolo fino a me, sussurrandomi delle parole da molti udite, non da me,
sordastro; tanto che io quasi fuor di me dalla emozione la supplicai di
ripeterle, ed essa ripeté: “Cesar, fio mio”», Cesare, figlio mio…
Ma
come dimenticare gli ambasciatori? «La maggior parte degli uomini che
giudica così alla grossa sulle cose umane, vedendo i diplomatici, sempre
in cilindro e frack, carichi come un cimitero di croci, gravemente
sdraiati in cocchi ricchissimi, accigliati come uomini a cui pesi il
pondo di immense responsabilità, tenaci a non sbottonarvisi se non a
monosillabi, a parole tronche, a gesti sobrî, non si sognano nemmeno che
si tratti spessissimo, invece che di genii latenti, di uomini di una
fenomenale leggerezza che dànno più importanza alla ricchezza e ai
titoli di nobiltà che non alla più superficiale coltura; né immaginano
mai che quei gravi pensieri da cui pare debba dipendere il fato degli
umani si risolvano al più in qual cavallo sia per vincere al Derby e
quale sarà l’uomo preferito della ballerina X».
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