giovedì 19 febbraio 2015

Il carteggio tra Norberto Bobbio e Claudio Pavone sulla guerra civile italiana


Norberto Bobbio e Claudio Pavone: Sulla guerra civile. La Resistenza a due voci, introduzione e cura di David Bidussa, Bollati Boringhieri Anno 2015

Risvolto
Guerra patriottica di liberazione dall'esercito tedesco invasore; guerra civile contro la dittatura fascista; guerra di classe per l'emancipazione sociale. Nella Resistenza furono combattute tre guerre insieme. E "Le tre guerre" era il titolo che all'inizio Claudio Pavone aveva concepito per la sua opera uscita nel 1991 presso Bollati Boringhieri. Poi è prevalsa coraggiosamente la decisione di intitolarla "Una guerra civile. Saggio sulla moralità nella Resistenza", e quella scelta si è rivelata dirompente per la storiografia contemporanea. Adottare la categoria interpretativa di guerra civile ha comportato innanzi tutto la rottura del senso comune resistenziale cresciuto sulla agiografia dei vincitori, ma ha significato anche togliere terreno all'uso strumentale che della lotta fratricida perdurava nella pubblicistica neofascista degli sconfitti, e disattivare l'alibi attendista di chi allora si era tenuto al riparo dagli eventi, cercando legittimazioni postume della propria ignavia. Si è trattato, per Pavone, di un'adozione problematica e dibattuta, maturata in oltre trent'anni, durante i quali il suo grande interlocutore è stato Norberto Bobbio. In entrambi, la riflessione sulla Resistenza ha preso corpo e si è affinata attraverso le sollecitazioni del loro dialogo ininterrotto intorno alla guerra civile, che ha visto impegnati l'uno a scomporre da storico l'evento fondante dell'Italia repubblicana, l'altro a illuminare da filosofo gli orizzonti concettuali...

Quando Bobbio scrisse a Pavone “Ma in Italia fu guerra civile?”Nel carteggio tra il filosofo e lo storico la genesi di una visione rivoluzionaria della Resistenza
di Norberto Bobbio e Claudio Pavone Repubblica 18.2.15

Torino, 14 aprile 1987
Caro Pavone, grazie dell’estratto del tuo articolo, molto interessante, che avevo già adocchiato (ndr si tratta dell’intervento di Pavone alla Fondazione Micheletti in cui per la prima volta formula in modo organico la sua tesi sulla Resistenza anche come “guerra civile”). Ma c’è differenza tra adocchiare e leggere: gli estratti servono proprio per questo. Il tema da te affrontato è di grande interesse: non avevo ancora chiaro quanto esteso fosse il riconoscimento della guerra di liberazione come guerra civile: da una parte e dall’altra. Avevo sempre avuto l’impressione che fosse più grande la rimozione da parte degli antifascisti.
E invece non è vero, almeno per quel che riguarda i tempi della lotta medesima (ndr Pavone spiega che la censura della nozione di “guerra civile” era più diffusa nel dopoguerra di quanto fosse stata tra gli stessi resistenti).
La rimozione da parte degli antifascisti è avvenuta sostituendo il concetto di «guerra partigiana » a quello di «guerra civile »: la guerra partigiana non è nel linguaggio tecnico o tecnicizzato una guerra civile, perché è una guerra contro lo straniero, se pure interno, o combattuta internamente. Guerra civile poteva essere soltanto quella contro i fascisti, ma una guerra di liberazione nazionale (di libertà dallo straniero) non può essere considerata nel senso rigoroso della parola una guerra civile. E la guerra dei partigiani fu, nella storia scritta dai vincitori, interpretata esclusivamente come una guerra di liberazione nazionale, un’interpretazione in cui si fece prevalere l’aspetto di lotta contro lo straniero su quello di lotta dell’alleato italiano (considerato come un servo e uno strumento del più potente alleato tedesco). È così?
Grazie ancora e cordiali saluti Norberto Bobbio Roma, 12 maggio 1987 Caro Bobbio, ti ringrazio molto per l’attenta lettura che hai fatto della mia relazione sulla «guerra civile». Quella relazione fu come l’estratto anticipato, e concentrato, di un capitolo del lavoro più ampio per concludere il quale avevo chiesto un anno di congedo (ma mi sono fratturato un ginocchio, e più che biblioteche e archivi ho dovuto frequentare ospedali). L’idea di questo lavoro mi venne dopo il seminario che tenni qualche anno fa al vostro Centro Gobetti. Poi si è sviluppato e anche aggrovigliato. Ho in mente un titolo provvisorio: «Saggio storico sulla moralità della Resistenza italiana». Oltre a intitolare alcuni capitoli a temi quali la scelta, il tradimento, la violenza, ne ho previsti tre che dovrebbero costituire proprio un trittico: la guerra patriottica, la guerra civile, la guerra di classe. Ti scrivo questo per comunicarti che i dubbi che tu esprimi nella tua lettera sulla piena liceità dell’uso del concetto di guerra civile per designare la resistenza sono anche i miei, nel senso che non considero quel concetto esaustivo. Penso invece che esso si combini in modo vario, talvolta nelle stesse persone, con il carattere patriottico (guerra di liberazione) e con il carattere «di classe» che ebbe la lotta. Per un «badogliano» il carattere patriottico poteva essere tutto; per un operaio comunista il nemico ideale e riassuntivo sarebbe stato un padrone fascista e servo dei tedeschi (ma non sem- pre i padroni davano questa soddisfazione agli operai...).
Ti ringrazio ancora e ti ricambio tanti cordiali saluti Claudio Pavone Torino, 10 aprile 1991

Caro Pavone, eccoti il discorso sulla Resistenza, inedito, di cui ti ho parlato ieri alla fine del seminario. Ricordavo di aver parlato delle tre guerre, ma non l’avevo mai più riletto, neppure quando scrissi l’articolo sulla «Stampa» che fu intitolato Le tre guerre, e scrivendo il quale probabilmente avevo in mente, pur senza averle rilette, le cose scritte da te, e lo scambio di lettere che vi fu tra noi due qualche anno fa, e di cui però ho un vago ricordo. Confrontando le tre guerre d’ora con le tre guerre del discorso del 1965 ci sono delle differenze, che mi paiono retrospettivamente di un certo interesse: la seconda guerra nel discorso del 1965 non viene mai chiamata «guerra civile»: segno evidente che allora questa espressione non si poteva ancora usare per una sorta di autocensura; la terza guerra non viene chiamata guerra di classe ma eufemisticamente di «emancipazione popolare» o d’«emancipazione sociale». (...) Cambia così anche il giudizio finale sulla terza guerra: completamente fallita nell’articolo di qualche mese fa, non fallita del tutto ma ancora in fase d’attuazione, nel discorso del 1965. Superfluo precisare che tra il 1965 e il 1990 c’è stato l’evento catastrofico della fine dei regimi comunisti. Il che spiega l’inconsapevole aggiustamento. (...) Norberto Bobbio Roma, 14 luglio 1991 Caro Bobbio, (...) mi sembra che nel discorso del 1965, a parte la diversa terminologia usata per designare le tre guerre, vi sia una meno rigida distinzione dei soggetti che combattono le tre guerre. (...). Ti unisco la premessa e il sommario del volume. Il titolo è frutto di lunghe discussioni con Bollati. La guerra civile ha finito col fare aggio sulle altre due. (...) Claudio Pavone



La nuova Italia nata dalla guerra civile

La triplice vittoria della Resistenza in un inedito del ’65 Che, nella parte finale, evoca il tabù poi infranto da Pavone
di Norbero Bobbio La Stampa 18.2.15

Dobbiamo giudicare i risultati di un’azione dagli scopi che questa azione si era proposta. Poiché gli scopi del movimento di liberazione erano molteplici, dobbiamo giudicare i risultati della Resistenza tenendo conto di questi diversi piani su cui si dispose l’azione di coloro che vi parteciparono, cioè, ripeto, come guerra patriottica, come guerra per la libertà politica e come lotta per il rinnovamento sociale. Nel suo primo aspetto, la Resistenza mirò a liberare l’Italia dal dominio straniero, e fu un anello della lotta impegnata dagli eserciti alleati per la sconfitta della Germania e il crollo definitivo del nazismo. Sotto questo aspetto, il principale scopo della Resistenza fu quello di staccare le sorti dell’Italia da quelle della Germania e di evitare le tragiche conseguenze di una sconfitta che sarebbe stata, come infatti fu per la Germania, terribile. [...]  

Conseguenze decisive 
Come guerra antifascista, cioè nel suo secondo aspetto, le conseguenze della lotta di liberazione sono state ancor più decisive e risolutive. Il fascismo è stato debellato, e gli Stati fascisti, che negli anni intorno al ’40 dominavano quasi tutta l’Europa, sono scomparsi (sopravvivono nella Penisola Iberica, che si sottrasse al conflitto mondiale). Non diciamo che sia stato merito soltanto della guerra di liberazione: la Resistenza italiana ebbe il merito di inserirsi nella direzione giusta della lotta al momento giusto. Questo risultato è, per quel che riguarda l’Italia, definitivo: la storia non torna indietro, nonostante la sopravvivenza di gruppi fascisti politicamente attivi ancor oggi in alcune città italiane, soprattutto nella capitale. Che vi siano gruppi politici che si ricollegano sentimentalmente e passionalmente a un regime che ha dominato per vent’anni, non deve sorprendere. Ci sarebbe da restar sorpresi se non ce ne fossero più. Che esistano non vuol dire che abbiano un peso politico. Ci furono per tanti anni in Italia, dopo l’Unità, nostalgici del Regno borbonico o dello Stato pontificio: poi furono sommersi dalle ondate della storia che spazzano via i relitti dei naufragi. Il problema più interessante che nasce sul terreno storico è quello che riguarda il terzo aspetto della Resistenza, la Resistenza come moto tendente alla trasformazione radicale della società italiana (e dei rapporti di forza tra le classi). Qui i giudizi sono disparati. Coloro che avevano riposto speranze rivoluzionarie nella guerra di liberazione sostengono che la Resistenza è fallita, e i morti sono morti invano. Al lato opposto, ci sono coloro che, trascinati volenti o nolenti dalla retorica celebrativa, si lasciano andare a panegirici senza limiti, quasi che attraverso la Resistenza sia sorta una nuova Italia. La verità, come sempre, sta nel mezzo: la Resistenza è stata una riscossa, non una rivoluzione; un risveglio da un cattivo sonno popolato da incubi, non una completa metamorfosi. Ha creato una macchina in gran parte nuova; ma il funzionamento di una macchina dipende dall’abilità e dalla audacia dei manovratori.  
La Costituzione 
Usciamo dalle metafore: sul piano delle strutture politiche e sociali, il grande risultato della Resistenza è stata la Costituzione. La Costituzione è stato il risultato di un compromesso democraticamente raggiunto tra le nuove forze politiche, nate o rinate dopo lo sfacelo del fascismo, di due grandi forze, soprattutto, quella del movimento operaio (diviso tra il Partito comunista e il Partito socialista che ebbero alle prime elezioni del ’46, congiuntamente, circa il 40% dei voti) e quella del movimento cattolico (il cui partito, il partito della Democrazia cristiana, ebbe, nelle stesse elezioni, da solo, il 35%dei voti). Fu un grande risultato perché portò la democrazia italiana molto più innanzi di quella che era stata prima del fascismo: repubblica invece di monarchia; anche la seconda Camera democraticamente eletta e non più nominata dall’alto; il suffragio esteso alle donne; il riconoscimento dei partiti, senza i quali nessuno Stato democratico è in grado di funzionare; l’affermazione dei più ampi diritti sociali accanto alla riaffermazione dei tradizionali diritti di libertà (ammessi nella loro accezione più ampia); l’istituzione di una Corte costituzionale chiamata a garantire anche contro il Parlamento i diritti dei cittadini dichiarati nella Costituzione. Dallo Statuto Albertino alla Costituzione repubblicana del 1948 il passo è stato lungo: non è stato un rovesciamento radicale, perché la nostra Costituzione resta pur sempre nel solco delle Costituzioni ispirate ai principi della democrazia parlamentare, ma non è stata neppure una restaurazione dell’antico, come pur da molte parti si chiedeva.  
Un punto di partenza 
La nuova Costituzione ha rappresentato un avanzamento decisivo pur nel rispetto della tradizione, in una parola rinnovamento nella continuità. Dalla Costituzione è cominciata una nuova storia civile d’Italia. Anche per questo terzo aspetto, dunque, il significato storico della Resistenza è stato importante. Come movimento patriottico, come movimento antifascista, come rivoluzione democratica, dobbiamo riconoscere che la Resistenza ha vinto. Questa è storia, la nostra storia, piaccia o non piaccia. Chi rifiuta la Resistenza, rifiuta questa storia: si mette fuori dell’Italia vivente, invoca un’Italia di fantasmi o peggio di spettri.  
La Costituzione non è solo un punto di arrivo; è anche un punto di partenza. Dalla Costituzione in poi, poste le basi del nuovo Stato, la nostra storia non appartiene più se non indirettamente alla Resistenza: è la storia della nuova democrazia italiana, di cui la Resistenza ha posto le basi, e tracciato a grandi linee il cammino. Il merito della Resistenza è stato di gettare le basi di una nuova piattaforma su cui si sarebbe dovuto erigere l’edificio della nuova democrazia italiana. Nonostante le crisi di sviluppo la piattaforma è solida; ha dimostrato di saper resistere all’usura del tempo e al logorio delle forze avverse. È avvenuto della Resistenza quel che avvenne del Risorgimento all’indomani dell’Unità: si disse anche allora che il Risorgimento era fallito perché l’Italia non era quella che i suoi padri avevano sognato: eppure il Risorgimento aveva raggiunto il suo scopo che era l’Unità, e l’Unità era una piattaforma su cui si sarebbe sviluppata la futura storia d’Italia. Il Risorgimento, come la Resistenza, che è stata spesso chiamata il secondo Risorgimento, aveva posto le premesse per la nuova storia: l’Unità d’allora, come la riconquistata unità della nuova Costituzione, non era soltanto un punto d’arrivo; sarebbe stata anche un punto di partenza per una nuova storia che non era più, allora, quella del Risorgimento, così come non è più, ora, negli anni trascorsi dalla Costituzione, quella della Resistenza. A mio parere - ma qui esprimo un’opinione personale - il modo più giusto di considerare il significato storico della guerra di liberazione è quello di vederla come una mediazione tra l’Italia prefascista e l’Italia di oggi e di domani, l’anello di congiunzione che permette di stabilire una continuità tra la storia passata e quella futura oltre la rottura operata dal fascismo: una saldatura, là dove la catena era stata interrotta. Il Risorgimento finì e si esaurì con la Prima guerra mondiale che ricongiunse all’Italia Trento e Trieste. Alla fine della Prima guerra mondiale, le prime elezioni politiche del 1919 furono dominate dai due partiti che rappresentavano le forze sociali, rimaste al di fuori del processo di formazione dello Stato unitario italiano: i socialisti e i cattolici. Uniti, avrebbero avuto la maggioranza in Parlamento; divisi, lasciarono aperta la strada a combinazioni anacronistiche, ad alleanze labili, a giochi parlamentari effimeri che spianarono la strada al fascismo.  
La storia ricomincia 
Tra coloro che volevano un ordine nuovo, e coloro che volevano ripristinare l’ordine antico, vinsero coloro che volevano puramente e semplicemente l’ordine (e finirono per gettare il Paese nel disordine di una sconfitta e di una guerra civile). La Resistenza ha permesso all’Italia di riprendere la propria storia là dove era stata bruscamente interrotta: ha rimesso la storia d’Italia nella storia del mondo, ci ha fatto di nuovo procedere all’unisono col ritmo con cui procede la storia delle nazioni civili. Rispetto al fascismo è stata una svolta, rispetto all’Italia prefascista, un ricominciamento su un piano più alto: insieme frattura e rinnovamento.

Il filosofo e lo storico, il coraggio di chiamare le cose col loro nome

di Maurizio Assalto La Stampa 18.2.15
In cauda venenum, si dice, ma invece qui, nella coda, c’è il coraggio intellettuale di infrangere un tabù. Confinata in una parentesi, verso la fine del discorso che Norberto Bobbio tenne a Vercelli nel ventennale della Liberazione, c’è l’espressione rivelatrice: là dove, a proposito di Mussolini e dei suoi, osserva che «finirono per gettare il Paese nel disordine di una sconfitta e di una guerra civile».
«Guerra civile», a proposito del conflitto (anche) fratricida che si insanguinò l’Italia tra il ’43 e il ’45, era a metà degli Anni Sessanta, come già negli Anni Cinquanta e ancora in tutti i Settanta, una locuzione proibita, almeno a sinistra. Non che fosse ignota, anzi era stata correntemente usata dagli azionisti: Franco Venturi la considerava l’unica guerra che, per il suo valore etico, meritasse di essere combattuta; Dante Livio Bianco, nella sua corrispondenza con Giorgio Agosti, ne parlava come di una guerra della civiltà e per la civiltà. I comunisti invece preferivano parlare genericamente di guerra patriottica. Ma l’interdetto scattò quando l’espressione cominciò a essere agitata a fini polemici dai neofascisti. E quando negli Anni Ottanta Claudio Pavone prese a rimetterla in circolo, su basi storiograficamente argomentate - in un seminario su «Etica e politica» al Centro Gobetti di Torino, nell’aprile 1980; in un convegno a Brescia nell’ottobre ’85 - subito si levarono le voci di dissenso dell’Anpi e di vecchi combattenti come Giancarlo Pajetta.
Il fatto è che «questa espressione non si poteva ancora usare per una sorta di autocensura», come avrebbe riconosciuto Bobbio in una lettera del 10 aprile ’91 a Claudio Pavone, che in quei mesi stava ultimando il suo epocale lavoro intitolato proprio Una guerra civile (con il significativo sottotitolo Saggio storico sulla moralità nella Resistenza). Nella risposta, datata 14 luglio, lo storico osservò tra l’altro che le tre guerre (patriottica, antifascista e di classe) «spesso convivono, non senza contraddizioni, negli stessi soggetti individuali e collettivi. Si potrebbe anche dire che le tre guerre sono disposte una dentro l’altra: la scatola più grande è la guerra patriottica, la media è quella civile antifascista, la terza quella di classe».
Nelle lettere che Bobbio e Pavone si scambiarono tra il 1983 e il 2001 - ultima parte del volume Sulla guerra civile, in uscita da Bollati Boringhieri, che raccoglie scritti vari, in larga parte inediti, dei due studiosi - si può seguire il cammino sofferto, non privo di dubbi e ripensamenti da parte di entrambi, di una nozione storiografica oggi acquisita. Ma che per riemergere aveva bisogno di personalità capaci di superare le sterili ottiche degli schieramenti.

Storia d’italia. Una Resistenza civile
Lettere, testimonianze, memorie e discorsi dedicati da Norberto Bobbio e Claudio Pavone alla lotta per la liberazionedi Raffaele Liucci Il Sole Domenica 14.6.15
Norberto Bobbio (1909-2003) e Claudio Pavone (1920): un filosofo del diritto e uno storico che, dopo avervi partecipato, non hanno mai smesso di interrogarsi sulla Resistenza. Lo attestano tre recenti libri. Il primo racchiude scritti di entrambi, a cura di David Bidussa, con un’appendice di sedici lettere (1983-2001) dal loro carteggio. Il secondo è una silloge di testimonianze e discorsi del solo Bobbio, redatta da Pina Impagliazzo e Pietro Polito. Il terzo è uno stralcio delle memorie inedite di Pavone, incentrato sul 1943-45. In tutte queste pagine si rispecchiano le speranze e le inquietudini di quella minoritaria galassia terzaforzista che scorse nella Resistenza una felice eccezione italiana.
Diciamolo subito: nel confronto, Pavone brilla più di Bobbio. Il filosofo torinese è spesso convenzionale e a tratti persino retorico, nonostante il proverbiale pessimismo. Pavone, invece, ragionando sempre da storico, è più penetrante. È vero che un lontano intervento di Bobbio del 1965 sembra quasi prefigurare la tripartizione della Resistenza in guerra patriottica, civile e di classe, introdotta da Pavone nel suo ormai classico tomo del 1991 (Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza). Ma è anche vero che il miglior scritto di Bobbio sul tema è proprio una densa recensione del volume di Pavone, spartiacque nel campo degli studi storici. Quel libro monumentale sdoganò fra gli antifascisti il termine «guerra civile», verso il quale il filosofo s’era mostrato a lungo tiepido, come risulta anche dal loro epistolario («la guerra partigiana – scriveva ancora nel 1987 – non è una guerra civile, perché è una guerra contro lo straniero, se pure interno»). Del resto, l’antifascismo sabaudo è rimasto per anni appiattito su un lavoro di Guido Quazza, Resistenza e storia d’Italia (1976), che, riletto oggi, si rivela quantomeno datato.
Furono entrambi resistenti senz’armi, Bobbio e Pavone: separati non soltanto da undici anni d’età, ma anche da due biografie intellettuali non sovrapponibili. Quando il 6 dicembre ’43 il trentaquattrenne Bobbio fu arrestato a Padova, dove insegnava, e trattenuto in carcere per un paio di mesi, era già un professore affermato. Invece Pavone conoscerà la celebrità solo a settant’anni suonati, grazie alla citata monografia sulla guerra civile, dopo una vita come archivista di Stato. Nemmeno in queste asciutte Memorie di una giovinezza rinuncia all’abito schivo. La sua Resistenza – prima a Roma, poi a Milano – diventa un’attività clandestina «molto modesta», in cui «è più facile essere uccisi che uccidere». Spiccano gli incontri con uomini del calibro di Eugenio Colorni e Delfino Insolera, senza dimenticare il sofferto addio al cattolicesimo, proprio in quei mesi. All’epoca simpatizzante del Partito socialista, dopo il ’45 Pavone si definirà «azionista postumo». Alcuni lampi sui nodi più scabrosi – l’8 settembre, il dilemma della scelta, la moralità della violenza, l’«acquiescenza passiva» dei burocrati, Piazzale Loreto con la sua folla «non degna della tragicità di quello spettacolo» – sono un distillato delle sue future ricerche al riguardo. A riprova di quanto, per lui, studiare la Resistenza abbia significato «fare i conti con la mia esperienza in essa».
Non mancano i momenti involontariamente grotteschi. Una sera d’ottobre del ’43, Pavone si disfa di alcuni fogli compromettenti, gettandoli all’interno di una grossa auto nera parcheggiata con il finestrino aperto. Ma l’auto è sorvegliatissima, essendo quella di Guido Leto, già capo dell’Ovra e poi vice-capo della polizia repubblichina. Una leggerezza che gli costerà l’arresto e lunghi mesi di prigione, tra Regina Coeli (dove conosce Leone Ginzburg, portato via dai tedeschi sotto i suoi occhi) e il penitenziario di Castelfranco Emilia.
Il carcere è un abisso di ozio e brutalità. I geloni, la presenza «disgustosa e umiliante» del bugliolo, la paura dell’insonnia (vinta recitando nella sua mente vasti brani della Divina Commedia), i dialoghi con i detenuti comuni, «espressione di un mondo a me ignoto». Un giorno, le autorità fasciste prelevano venti prigionieri, da fucilare in rappresaglia ad un’azione partigiana. Pavone è uno dei cinque risparmiati. Fu straziante: «sperare di non essere scelto e sapere che questo significava la morte di un altro al posto mio».
Liberato a fine agosto ’44, approda fortunosamente a Milano, scaricato da una camionetta davanti a Palazzo Reale, «proprio dove molti anni dopo sarei passato tante volte per andare all’Istituto Nazionale per la storia del movimento di Liberazione in Italia». Il successivo 25 aprile la città si risvegliava in una bolla d’euforia, con il nostro narratore finalmente fuori dalla clandestinità e felice di «non aver ammazzato nessuno».

Vite parallele di Pavone e Bobbio uniti dall’etica, divisi dall’utopia Lo storico della Resistenza riconosceva con il celebre collega il pericolo delle idee totalizzanti ma ne apprezzava gli slanci Franco Sbarberi Stampa 10 3 2017
L’evento resistenziale e il suo ripensamento critico come si sono riflessi nei rapporti tra Bobbio e Pavone, il primo nato nel 1909 e il secondo nel 1920? Partiamo da Bobbio. In uno dei passi più noti del suo De senectute e altri scritti autobiografici, curato nel 1996 da Pietro Polito, egli ha ricordato che i «venti mesi della Guerra di Liberazione, che seguirono dal settembre 1943 all’aprile 1945, furono, per la storia della mia generazione, decisivi. Divisero, anzi spaccarono, il corso della vita di ciascuno di noi in un “prima” e in un “dopo”: un “prima”, in cui abbiamo cercato di sopravvivere con qualche inevitabile compromesso con la nostra coscienza e sfruttando anche i più piccoli spazi di libertà che il regime fascista, dittatura più blanda di quella nazista, ci concedeva; un “dopo” in cui, attraverso una guerra civile, a volte spietata, è nata la nostra democrazia». 
Nell’aprile del 1965, sulla rivista Resistenza, Bobbio era stato ancora più netto: «La mia generazione, salvo poche nobilissime eccezioni è maturata a trent’anni. Quando siamo usciti alla luce, abbiamo dovuto camminare a tentoni come un cieco che acquista improvvisamente la vista» . A quale cecità allude Bobbio? Il 5 ottobre del 1977 egli ricorderà con grande franchezza per via epistolare a Giancarlo Pajetta di aver «vissuto in una famiglia fascista» e di essere stato «ancora filofascista» quando al leader comunista avevano «appioppato vent’anni di galera» . Queste parole evidenziano una differenza significativa tra l’approccio storico di Bobbio, che riflette sui passaggi interni alla sua generazione, e quello di Pavone, che sottolinea invece i nessi con le generazioni future.
Ma la fase di passaggio ricordata da Bobbio aveva in parte segnato anche la vita di Claudio Pavone. Di formazione cattolica e più giovane di undici anni rispetto a Bobbio, egli aveva infatti vissuto differenti inquietudini etiche ed esistenziali nel primo decennio del regime di Mussolini, ma analoghe speranze di riscatto negli anni della Liberazione. L’antifascismo etico-culturale di Bobbio era maturato a Siena nel 1939, a contatto con gli amici di «Giustizia e Libertà», come Piero Calamandrei. 
Pavone ha ricordato invece che la sua distanza dal regime di Mussolini era maturata sin dall’infanzia all’interno della famiglia paterna, di estrazione liberale, anche se durante la guerra di Etiopia erano in lui affiorati «momenti di adesione sentimentale al fascismo» . Nel 1942 Bobbio aveva incominciato a militare nel Partito d’Azione, Pavone nel Partito socialista di unità proletaria. Nel dicembre del 1943 Bobbio era stato arrestato a Padova dalla «polizia repubblichina» e trasferito nel carcere di Verona, dove era rimasto sino al febbraio del 1944. Pavone lo aveva preceduto nel carcere di Roma nell’ottobre del 1943 ed era poi passato a quello di Castelfranco Emilia, dove fu custodito sino all’agosto del 1944. Uscito dalla prigione, Pavone aveva letto attentamente la Prefazione bobbiana alla Città del sole di Campanella, riflettendo sul tema delle utopie. Ne parlerà nella seconda sezione dei suoi Ricordi e riflessioni, stilati nel biennio 2009-10. Di Bobbio aveva condiviso i dubbi sull’astrattezza e sulla rigidità comportamentale di ogni «ideologia normativa». 
«Oggi abbiamo imparato - scrive Pavone - che su questa strada si arriva allo Stato organico e totalitario, cosa che il nostro slancio di allora nel voler eliminare le doppiezze che ci avevano disgustato nel fascismo e nel costume borghese ci impediva di vedere». Ma, a differenza di Bobbio, non credeva che fatalmente «le utopie abbiano quegli sbocchi disastrosi che le renderebbero tutte distopie. Le utopie rivelano esigenze umane, coltivano semi di libertà e di eguaglianza che talvolta danno frutti indiretti in tutt’altri contesti: adottando un motto evangelico: altri semina e altri raccoglie».  BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI

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