giovedì 5 febbraio 2015
Le ragioni di lunga durata dell'arretratezza meridionale contro il populismo revisionistico neoborbonico
E contro le puttanate di tanti storici improvvisati che furoreggiano da qualche tempo [SGA].
Giuseppe Galasso (a cura di): Alle origini del dualismo italiano. Regno di Sicilia e Italia Centro-Settentrionale dagli Altavilla agli Angiò (100-1350), Rubbettino, pp. 312, e 15
Risvolto
Il 150° anniversario dell’unità italiana era un’ovvia occasione di
parlare del Mezzogiorno e della “questione meridionale”, e, infatti,
molto se n’è parlato in relazione al momento dell’unificazione e alle
posteriori vicende dello Stato nazionale unitario uscito dal
Risorgimento. Il presente volume, nato da un convegno organizzato dal
Centro Europeo di Studi normanni in Ariano Irpino (12-13-14 settembre
2011), è anch’esso dedicato al dualismo fra Nord e Sud, dal quale
l’Italia è così fortemente caratterizzata fra tutti gli altri paesi
europei. Il dualismo italiano vi è, però, trattato con un’angolazione
millenaria, che vuole risalire alle origini stesse di tale dualismo,
evitando di restare, nella considerazione del problema, schiacciati,
come suole avvenire, sui pochi decenni che precedono e seguono
l’unificazione nel secolo XIX. Il guadagno di prospettiva storica è
tanto maggiore in quanto l’estensione cronologica dello studio di un
tema così dibattuto si rivela del tutto corrispondente alla genesi e
alla natura del problema, e consente di superare – attraverso i
contributi di alcuni dei maggiori esperti italiani ed europei degli
argomenti qui trattati – le angustie e le banalità sia celebrative che
polemiche tanto consuete nella considerazione del dualismo italiano, di
comprenderne a fondo la genesi originaria e le ragioni delle sua
persistenza e delle sue varie vicende nel corso dei secoli, con
importanti apporti a tutta la storia non solo dell’Italia, ma anche del
Mediterraneo e dell’Europa, che sono l’ineludibile e naturale contesto
della storia del Mezzogiorno.
Nord e Sud divisi dal Medioevo. Non prendetevela con GaribaldiUn volume a cura di Giuseppe Galasso (Rubettino)di Marco Demarco Corriere 5.2.15
C’ è chi ha dato la colpa ad Annibale. Chi ancora punta l’indice su
Federico II e sulla sua idiosincrasia per le città. Chi addirittura tira
in ballo la mancata partecipazione meridionale alle Crociate. E chi,
saltando un bel po’ di secoli, arriva diritto diritto ai Savoia,
accusandoli di colonialismo ai danni del Sud. Ma quando, in buona
sostanza, è nato davvero il problema del dualismo italiano? Quando il
Nord è diventato Nord, cioè manifatturiero, commerciale e finanziario, e
il Sud è rimasto Sud, cioè prima tendenzialmente agrario e poi
insufficientemente sviluppato rispetto al resto del Paese?
Il tema resta d’attualità, sebbene oggi si usi poco parlare di questione
meridionale e di questione settentrionale e ci sia una crescente
condivisione delle emergenze. La stagnazione colpisce ovunque, gli
speculatori fanno danni a Rapallo come ad Agrigento, le periferie si
infiammano a Milano come a Napoli, e perfino la mafia e la camorra non
sono più un’esclusiva meridionale. In più ci sono da considerare
l’attenuarsi della passione federalista, che solo una stagione fa aveva
preso la politica; la svolta nazionalista della Lega, non più
antimeridionale; e la novità del decisionismo centralista di Renzi, che
tende a declassare le differenze territoriali. Ma tutto ciò non annulla
il dualismo, come annualmente confermano i rapporti Svimez.
Del resto, anche in passato l’Italia ha alternato tensioni locali a
momenti di «unità nazionale». È già successo negli anni della Belle
Époque, quando incontestato era il respiro europeo di Napoli; o in
quelli della Prima guerra mondiale, con i soldati di Gela e di Pordenone
stretti nelle stesse trincee e accomunati da un identico destino; o nel
ventennio fascista, per via della retorica nazionalista che tendeva a
rimuovere le diversità localistiche; o nell’Italia della contestazione
sessantottina, quando la polemica ideologica e il conflitto di classe
facevano di fatto decadere le presunte distinzioni antropologiche tra
nordisti e sudisti. Ciò che accade oggi per effetto della crisi
economica, delle migrazioni imponenti e della lenta modernizzazione del
Paese, altro non è che uno di questi momenti.
Del dualismo italiano gli storici discutono almeno dal Seicento, da
quando Antonio Serra, già allora superando una visione puramente
naturalistica, si chiese come mai i genovesi avessero «tanti denari» pur
avendo un paese «sterilissimo» e il Regno meridionale fosse invece così
povero pur essendo «tanto abbondante». Un nuovo impulso alla
riflessione viene ora da un libro di recente pubblicazione ( Alle
origini del dualismo italiano , a cura di Giuseppe Galasso, Rubbettino,
pp. 312, e 15) che raccoglie gli atti di un convegno svoltosi nel
settembre del 2011; un convegno di studi internazionali programmato da
Galasso e organizzato dal Centro europeo di studi normanni e svevi di
Ariano Irpino. È proprio Galasso a offrire la periodizzazione più chiara
e la sintesi più efficace di un fenomeno duraturo è assai complesso. Il
dualismo, spiega, comincia a maturare tra il 1000 e il 1350, e poi
durante il «lungo Cinquecento», e non già con Garibaldi e Cavour nel
1860. Tuttavia, aggiunge, è una realtà «per nulla immobile, ed è invece
pienamente esposta a tutti i venti delle circostanze storiche». Vuol
dire che il dualismo c’era e c’è, ma sempre è stato tale «da non
impedire mai il costituirsi di una struttura lato sensu unitaria della
penisola». Da David Abulafia a Henri Bresc, tutti i massimi esperti
convocati ad Ariano Irpino lo confermano: nel presente come nel passato,
il dualismo è fatto di scambi ineguali, ma anche di vincoli di
reciprocità.
La prima finestra a vetrate è testimoniata a Palermo solo nel 1476,
all’arcivescovado, mentre è presente a Bologna dal 1335 e a Firenze alla
fine del Trecento. Ma già da molti anni, queste stesse città, come
Genova e Pisa, campavano solo grazie al grano siciliano. Viceversa, il
ritrovamento nel 1999, ad opera di Alfredo Stussi, di una pergamena con
versi d’amore potrebbe autorizzare l’ipotesi di una scuola poetica
italiana già attiva prima della Scuola siciliana di Federico II. È la
riprova che il mondo gira. Viaggiano le merci, le persone. E le parole.
Il dualismo italiano è parte di questo grande mercato. Impossibile
venirne a capo, scrive Galasso, senza considerare «la globalità della
realtà storica».
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