giovedì 5 febbraio 2015

"O la borsa o la vita, o l'ordine borghese o la fame": l'Unione Europea dirige la lotta di classe dei ricchi

La Bce chiude alla Grecia "Sospenderemo finanziamenti
Tsipras: "No a ricatti"
ma la Borsa di Atene crolla
Repubblica

Il ministro greco non convince Draghi «Non possiamo aiutarvi ancora»L’incognita per gli istituti di credito ellenici: risorse solo dalla banca centrale nazionaledi Danilo Taino Corriere 5.2.15
BERLINO La questione greca sta iniziando a prendere contorni più chiari. Dietro a una retorica forte, il governo di Atene è ora alla ricerca di un compromesso con l’eurozona: i cambiamenti più radicali li farà a casa, dove ha un mandato popolare. Anche l’incontro di ieri tra il ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis e Mario Draghi, a Francoforte, è stato condotto sul piano delle cose possibili: non dichiarazioni di principio pro o contro una ristrutturazione del debito ellenico.
La situazione rimane comunque critica: a tarda sera la Banca centrale europea ha tolto alle banche greche la possibilità di utilizzare i titoli di Stato di Atene nonostante abbiano un rating di «junk bond», ma ha anche assicurato che gli istituti potranno continuare a finanziarsi per altre vie presso le banche centrali. «La sospensione è in linea con le regole dell’Eurosistema perché al momento non è possibile presumere una conclusione positiva della valutazione del programma» scrive la Bce. Che poi aggiunge: «La sospensione non ha effetto sullo status di controparte delle istituzioni finanziarie greche». Draghi ha chiarito al ministro greco la posizione della Banca centrale europea: non sarà essa a risolvere i problemi di Atene, perché non può; ma non farà nemmeno nulla contro, perché non vuole. Oggi, Varoufakis incontrerà a Berlino anche il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble, uno dei politici europei più decisi nell’escludere la rinegoziazione del debito greco. Potrebbe risultarne un colloquio importante, forse distensivo: il ministro greco si è fatto precedere da un’intervista al settimanale «Die Zeit» nella quale riconosce il ruolo centrale della Germania (vorrebbe un Piano Merkel simile al Piano Marshall); promette riforme, ma contro il cartello di ricchi greci che non pagano le tasse e alimentano «nepotismo e corruzione»; assicura che non firmerà «mai, mai, mai» un bilancio in rosso (interessi sul debito a parte). Detto questo, la situazione rimane complicata.
Nell’incontro di ieri, Draghi ha sottolineato a Varoufakis i limiti operativi della Bce e — secondo una fonte della banca citata dall’agenzia «Reuters» — ha invitato il governo di Atene a impegnarsi «costruttivamente e velocemente con l’Eurogruppo per assicurare la continuazione della stabilità finanziaria», cioè a misurarsi con i ministri delle Finanze e dunque con i governi europei. Due i punti chiave del colloquio. Il primo riguarda la proposta fatta circolare dai greci di scambiare i loro titoli di Stato posseduti dalla Bce con titoli «perpetui», cioè sempre emessi dalla Grecia, che pagano gli interessi ma non vanno mai a scadenza. Una soluzione che la Bce non può prendere in considerazione: si tratterebbe del «finanziamento monetario» di un Paese dell’eurozona, così come lo sarebbe un allungamento delle scadenze del debito ellenico e i trattati lo vietano.
Una soluzione a questo problema di cui si parla a Francoforte — ma non è dato sapere se sia stata discussa da Draghi e Varoufakis — sarebbe un intervento dell’Esm, il Meccanismo di stabilità europeo creato dai governi per intervenire nelle situazioni di crisi. I partner dell’eurozona potrebbero decidere di fare comprare all’Esm i circa 27 miliardi di titoli di Stato greci in mano alla Bce: a quel punto, potrebbero farne quello che credono. Improbabile, ma comunque un’ipotesi da discutere semmai nell’Eurogruppo, che sulla vicenda greca terrà una riunione straordinaria l’11 febbraio.
Il secondo punto del colloquio avrebbe riguardato i dieci miliardi di buoni del Tesoro (a breve scadenza) che Atene vorrebbe emettere per dotarsi di un finanziamento ponte per i mesi successivi a quando il vecchio programma di aiuti finirà, con febbraio: dal momento che il nuovo governo non lo vuole prolungare, la Grecia non riceverà più denaro dai creditori e quindi rischia di essere insolvente di fronte ad alcune scadenze. Anche su questo aspetto, Draghi avrebbe chiarito a Varoufakis che non può fare nulla. Ovviamente, il governo di Atene può emettere i titoli, con il fine di farli comprare alle banche elleniche che poi li userebbero come collaterale per ricevere finanziamenti dalla Bce. Il problema è che i titoli greci hanno un rating troppo basso (junk bond) e per accettarli la banca centrale deve avere una dispensa speciale (waiver). Ma la dispensa, eliminata ieri, viene accordata come parte degli accordi di salvataggio di Atene, proprio quegli accordi che il governo greco dice che rifiuterà dalla fine del mese. Altra materia da discutere nell’Eurogruppo, insomma. Perché — ieri lo si è visto bene a Francoforte — la soluzione è politica, tutta politica.


L’ultimatum di Draghi solo una settimana e poi stacca la spinadi Federico Fubini Repubblica 5.2.15
ROMA La Banca centrale europea dà sei giorni alla Grecia. Se il nuovo governo di Atene non cambia strada, se non rinuncia al radicalismo della sua prima settimana, rischia di soffocare finanziariamente. A quel punto l’uscita dall’euro potrebbe diventare una prospettiva più concreta, non fosse per le linee di emergenza che la banca centrale di Francoforte continua a riaprire ogni due settimane a favore delle banche elleniche.
Adesso la Grecia è appesa a un filo di cui l’Eurotower tiene saldamente l’altra estremità. Questa volta Mario Draghi, il presidente italiano della Bce, non aveva altra scelta. L’istituto di emissione presta denaro alle banche dell’area euro solo in base a regole precise: in cambio di quei finanziamenti, queste ultime devono portare in garanzia a Francoforte delle obbligazioni (di solito titoli di Stato) di qualità almeno accettabile. Se quei titoli sono classificati come “spazzatura” (formalmente “non-investment grade”), perché sono emessi da governi in insolvenza o vicini ad essa, la Bce può accettarli solo a condizioni molto precise. In particolare, quei governi devono impegnarsi ad attuare un programma economico di aggiustamento in cambio di finanziamenti dall’Europa o dal Fondo monetario. In sostanza, quando i titoli di un governo diventano “spazzatura”, la Bce li accetta come garanzie solo se quel governo accetta quella che – fino a ieri – è stata la troika.
È in questo modo che banche greche hanno continuato ad alimentarsi di liquidità in Bce dopo il default del 2011. Avevano in bilancio quasi solo titoli di Atene da presentare in garanzia a Francoforte in cambio di prestiti, ma Francoforte li accettava unicamente perché Atene a sua volta aveva sottoscritto un piano europeo di riforme e risanamento.
Non più. Yanis Varoufakis, il neo-ministro dell’Economia, in assenza di Draghi dice che la Bce «specula contro la Grecia come uno hedge fund». In pubblico e certamente anche ieri nel suo incontro con Draghi, Varoufakis aggiunge anche qualcosa di più: il governo di Atene non vuole più un programma europeo di aggiustamento ed è pronta a rinunciare ai prestiti degli altri governi europei e del Fmi che sono legati ad esso. Propone di risolvere il problema del suo debito semplicemente rifiutandosi (per ora) di saldarlo nei termini previsti. Inevitabile dunque che Draghi e gli altri banchieri centrali, a partire dall’11 febbraio, non possano più garantire ossigeno finanziario alle banche greche in cambio di titoli “spazzatura”. Per loro restano solo le linee di liquidità di emergenza, che l’Eurotower deciderà ogni due settimane se rinnovare o meno. La fragilità finanziaria del Paese, la sua dipendenza dal resto d’Europa, finisce così crudamente sotto i riflettori.
Il nuovo governo di Alexis Tsipras ha fino a mercoledì prossimo per decidere se rientrare nei ranghi e accettare che l’attuale programma europeo per Atene sia prolungato. Certo alcuni aspetti di esso andranno rinegoziati. Ma nella scelta di Draghi c’è un implicito messaggio politico, lo stesso emerso dal relativo isolamento nel quale Tsipras si è trovato in questi giorni nel suo viaggio fra Roma, Parigi e Bruxelles. Il messaggio è che la Grecia è un drammatico caso a sé. Non è l’apripista di un confronto europeo fra Roma, Parigi o Berlino. E il radicalismo o gli attacchi a testa bassa sono sì legittimi se servono a vincere un’elezione in un Paese in crisi profonda. Ma il giorno dopo, bisogna cominciare a muoversi in Europa come tutti gli altri. Alla ricerca del compromesso, non dei colpi a effetto.
La spallata a Syriza e le ragioni di un'intesadi Carlo Bastasin Il Sole 5.2.15
C’è una speciale ragione che spiega la durezza degli altri governi nel respingere le richieste greche di revisione degli accordi europei. Se disinnescano il tentativo di spallata di Syriza, i governi in carica dimostrano che anche le promesse degli altri partiti euro-scettici – radicali o populisti a seconda dei punti di vista – sono irrealistiche. Per molti leader, dalla Francia alla Finlandia, dalla Spagna alla Germania, è una questione di sopravvivenza politica dimostrare che le regole europee andranno rispettate da chiunque governi, a cominciare da Syriza.
Tuttavia sbaglierebbero a tirare troppo la corda. Per ragioni sia etiche – gli errori della troika coinvolgono i creditori nella responsabilità dei problemi greci – sia pratiche: a gennaio i risparmiatori greci hanno ritirato 11 miliardi di depositi dalle banche. Ne avevano già ritirati quattro a dicembre. Il sismometro dei depositi greci è forse l’indicatore seguito con più apprensione in Europa. Le banche sono estremamente fragili e secondo Reuters due istituti hanno già richiesto fondi alla Banca di Grecia. In assenza di accordi politici, per ragioni legali la Bce potrebbe sospendere l’assistenza di emergenza con cui provvede liquidità al Paese. Atene rimarrebbe appesa a una moneta elettronica creata dalla Banca centrale nazionale che darebbe vita a qualcosa di diverso dall’euro. Sarebbe l’inizio della fine.
Per questa ragione l’incontro di ieri del ministro delle Finanze greco Varoufakis con il vertice della Bce era tanto importante. Poteva finire in uno scambio di ricatti: se non rispettate il programma della troika non vi finanziamo; se non ci finanziate, si rompe l’euro. Ma il linguaggio sembra essere stato invece conciliante, Varoufakis ha promesso di rispettare le regole mentre cerca una soluzione con i partner sul debito. Il governo dispone ancora di risorse fino a giugno, ma chiede alla Bce di non abbandonare le banche e di costruire un contratto-ponte per un paio di settimane. La Bce, esposta a una responsabilità politica non sua, ha chiesto che Atene trovi un accordo con l’Eurogruppo entro il 16 febbraio.
Per allora l’accordo va trovato. Oltre all’interesse politico nel disinnescare i partiti anti-europei, i governi hanno interessi economici che non si misurano solo in miliardi di crediti da recuperare. L’economia europea si trova di fronte al più classico dei bivi, già descritto il 23 gennaio su queste colonne come un’alternativa bipolare tra “euforia e depressione”. Una crisi in Grecia potrebbe portare dalla parte sbagliata. L’allentamento quantitativo della Bce, per esempio, può rilanciare l’economia o isolare i Paesi indebitati. Al tempo stesso l’economia si trova nell'alternativa tra uno scenario di stagnazione secolare o invece un forte impatto ciclico alla crescita. Senza incidenti - la crisi greca, un aggravarsi del fronte ucraino o una nuova dimensione dell’instabilità della sponda sud del Mediterraneo - l’Europa sembra pronta a prendere il bivio dalla parte giusta. Il calo del prezzo del petrolio, il deprezzamento dell’euro, il miglioramento delle condizioni di credito e il fatto che la politica di bilancio nel 2015 non sia più restrittiva, possono dare il forte impulso alla crescita che manca da anni.
L’Italia è particolarmente esposta a questa alternativa. È il Paese che ha più beneficio dal superamento della frammentazione del mercato finanziario europeo, inoltre per la natura della propria produzione è molto favorita dal calo del petrolio e dell’euro. Ma è anche il Paese che subirebbe i danni maggiori se prevalesse lo scenario sfavorevole: si trova tuttora in una trappola debito-deflazione, con la discesa dei prezzi che pregiudica la sostenibilità del debito, e continua a soffrire di bassa produttività. Senza un forte impulso dal lato della domanda, le riforme che rendono la struttura del mercato del lavoro più rispondente alle necessità degli investitori non darebbero i benefici sperati.
Ci vorrebbe in Europa una politica di stimolo molto vigorosa, ma come ha dimostrato il modesto piano Juncker, non ci sono le condizioni politiche perché questo avvenga. Una crisi dell’euro riaccesa da Atene annullerebbe anche i progressi degli ultimi mesi.

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