domenica 22 marzo 2015
Miliardario giustificatore di tutte le guerre, nella Torah del Dio degli Eserciti trova il fondamento della pace!
L’autore
di «Guerre giuste e ingiuste» e di «Esodo e rivoluzione» analizza sei
diverse idee di pace contenute nella Bibbia. Ecco quella più attuale
di Michael Walzer Il Sole Domenica 22.3.15
«Alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore sarà eretto sulla
cima dei monti, e sarà più alto dei colli; ad esso affluiranno tutte le
genti. Verranno molti popoli e diranno: “Venite, saliamo sul monte del
Signore, al tempio del Dio di Giacobbe, perché ci indichi le sue vie, e
possiamo camminare nei suoi sentieri”. Poiché da Sion uscirà la legge, e
da Gerusalemme la parola del Signore. Egli sarà giudice fra le genti, e
sarà arbitro fra molti popoli. Forgeranno le loro spade in vomeri, e le
loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro
popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra» (da
Isaia,capitolo 2,1-4).
Questa splendida visione ricorre anche nel libro di Michea. Non mi
interessano le discussioni accademiche su chi abbia per primo descritto
le molte nazioni affluire a Gerusalemme – Isaia o Michea o un ignoto
profeta che fu la fonte per entrambi; e neppure cercherò di capire
quando la descrizione venne pronunciata o scritta. Queste non sono
questioni rilevanti in questa sede.
Il secondo capitolo di Isaia è chiaramente un testo messianico, poiché
descrive gli ultimi giorni, non i nostri giorni, eppure le sue profezie
non suggeriscono la rottura radicale descritta invece nel capitolo
undici (se si accetta l’interpretazione “forte”). Al contrario, è la
visione di un mondo che è differente ma non così difficile da
immaginare; di certo non è un mondo innaturale o denaturato. Sebbene il
testo possa non suonare realistico alla prima lettura – è una visione,
dopotutto – voglio difendere il suo realismo. Voglio anche convincere
chi legge che questa è la migliore delle concezioni della pace bibliche,
e che è il resoconto di una società internazionale che potremmo persino
ambire a realizzare.
La descrizione maimonidea del tempo messianico, con la sua alternativa a
un’interpretazione letterale dei versetti sui lupi e gli agnelli,
probabilmente è conseguente alla lettura ravvicinata di testi come
questo. La visione di Isaia, comunque, non comincia con l’accettazione
da parte di tutta l’umanità della vera religione – in questo senso è
come il trattato di pace fra Acab e Ben-Hadàd, che non richiede la
conversione di Ben-Hadàd. Il secondo capitolo di Isaia comincia più
modestamente parlando di «molti popoli» (non tutti i popoli) che si
esortano l’un l’altro a imparare le vie del Signore: «Venite, saliamo…
ci indicherà le sue vie». Il profeta immagina una disponibilità ad
apprendere che ovviamente non esisteva al suo tempo, ma è una
disponibilità e non ancora la fede ciò che le sue parole descrivono. Non
è proprio trionfalismo religioso (sebbene vi si avvicini) e, cosa che è
di maggiore importanza per noi, non vi è qui alcun trionfalismo
politico. Israele non è vittorioso in battaglia, né domina in modo
imperiale nella visione di Isaia. Ci sono passaggi profetici – proprio
in Isaia – che descrivono i re israeliti mentre ricevono il tributo dei
vicini sconfitti, ma qui non vi è niente di tutto ciò. In effetti
sarebbe difficile formulare un resoconto biblico di un dominio imperiale
universale – persino per un re davidico – poiché è solo Dio che può
essere, come dice il profeta Zaccaria, «re su tutta la terra». Maimonide
intende questo secondo testo di Isaia giustamente quando insiste sul
fatto che i profeti «non desideravano i giorni del Messia affinché
Israele potesse esercitare il dominio sul mondo o governare sulle
nazioni, o essere esaltato dalle nazioni».
Il Dio che insegna e la legge che viene insegnata nella visione di Isaia
sono singolari in natura ma i popoli che salgono sono al plurale, e la
loro pluralità è la chiave, credo, per intendere il significato profondo
del testo. Il pluralismo è espresso nel pieno della sua forza nella
versione di Michea della profezia, quando conclude con un passaggio che
ha provocato molti commenti:
«Tutti gli altri popoli camminino pure ognuno nel nome del suo dio, noi
cammineremo nel nome del Signore Dio nostro, in eterno, sempre».
Ciò sembra essere incoerente con il versetto precedente «e noi
cammineremo sui suoi sentieri», dove “suoi” è riferito al “Dio di
Giacobbe”. Al contrario, in questo versetto del libro di Michea “suo” si
riferisce decisamente ad altri dei. Tuttavia il testo include anche il
riferimento al Dio di Giacobbe, quindi dobbiamo immaginare i popoli
camminare simultaneamente nel nome di diversi dei, presumibilmente in
diverse direzioni, cosa che è impossibile persino nel tempo messianico,
fintantoché il mondo segue il suo corso normale. Michea offre quello che
credo sia il riconoscimento più radicale del pluralismo religioso
nell’intera Bibbia. Focalizzerò l’attenzione, tuttavia, solo sul testo
di Isaia, dove il pluralismo non è di carattere religioso ma etnico o
nazionale.
Vi saranno ancora “molte nazioni” nell'era messianica. Questo fatto
segue al rifiuto dei profeti di assicurare un dominio universale a
Israele. Dato il programma di riduzione degli armamenti che Isaia
descrive – spade riconvertite in vomeri, lance in falci – queste nazioni
dovranno vivere in pace, non perché abbiano un deterrente rispetto al
combattere, ma perché non avranno armi con cui combattere. Niente spade
né lance, e neppure carri, né carri armati. Tuttavia non vivranno in
armonia.
Vi saranno ancora conflitti e dispute fra loro, che richiederanno i
giudizi di Dio e i suoi rimproveri. Egli «sarà arbitro fra molti
popoli». Questo è un versetto straordinario: che cosa stanno facendo per
richiedere l’attenzione critica di Dio? Non sappiamo a che cosa stia
pensando qui Isaia, probabilmente non al commercio internazionale,
sebbene gli affari commerciali possano fornire anche occasione per
giudizi e rimproveri. In ogni caso, Isaia non immagina certamente
l’armoniosa coesistenza di lupi e agnelli. Eppure ci viene chiesto di
credere che questa non è solo una condizione migliore rispetto a quella
che conosciamo; questa è la promessa di Dio per gli ultimi giorni – non
vi sarà niente meglio di questo.
Quando leggo gli scienziati politici contemporanei descrivere «la fine
del sistema di Westfalia», il prossimo «superamento dello Stato-Nazione»
e argomentare una forma o l’altra di governance globale, penso sempre
al secondo capitolo di Isaia. Il profeta descrive effettivamente un tipo
di governo universale, ma include solo uno dei tre poteri
convenzionali: Dio da Gerusalemme ha solamente la funzione di giudice in
una corte mondiale. Suppongo che lo si debba immaginare come giudice
nell’applicazione dei suoi regolamenti – «arbitro» dovrebbe voler dire
questo. Tuttavia egli agisce solo dopo il fatto, come fa ogni corte;
lascia le decisioni (il legislativo) e l’autorità esecutiva di
prim’ordine nelle mani delle molte nazioni, che è proprio ciò che gli
odierni fautori della “fine della sovranità” non intendono fare.
Nella visione di Isaia, il pluralismo è una caratteristica permanente
della vita umana e della società internazionale, e le molte nazioni
tutte sono, e saranno persino negli ultimi giorni, sovrane e
autodeterminate – altrimenti non potrebbero a buon diritto essere
rimproverate per ciò che fanno. Sebbene questo non sia in alcun modo
esplicito un testo sulla libertà, è proprio la libertà il suo tema
profondo. La pluralità delle nazioni e la libertà delle nazioni stanno
assieme. La visione di Isaia è volontarista fin dal principio: «Venite,
saliamo» è un invito, non un comando.
E i conflitti che richiedono il giudizio di Dio devono essere nondimeno opera di popoli liberi.
Isaia è un universalista, ma il suo universalismo lascia molto spazio alla particolarità.
Molte nazioni libere che vivono liberamente sotto un’unica legge –
questa è la sua visione. Dobbiamo farla nostra? Potremmo preoccuparci di
una corte mondiale nella quale i giudici sono umani piuttosto che
divini – una corte di sette, o nove, o ventuno uomini e donne piuttosto
che un singolo Dio onnisciente che applica una sola legge; potremmo
voler porre dei limiti all’estensione e all’energia dei suoi
“rimproveri”.
Potremmo anche voler lasciare spazio all’insegnamento e
all’apprendimento descritti dal profeta. Tuttavia questa è una visione
con cui fare i conti. Non siamo in grado di far andare d’accordo
pacificamente lupi ed agnelli, ma siamo in grado di far vivere “molti
popoli” insieme nella pace? Questa è almeno una possibilità.
(Traduzione di Thomas Casadei e Gianmaria Zamagni)
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