sabato 21 marzo 2015
Empiriocriticismo oggi. Sul metodo scientifico
Claudio Bartocci: Dimostrare l’impossibile. La scienza inventa il mondo, Raffaello Cortina Editore, Milano, pagg. 272, € 23,00
Risvolto
Una
serie di scorribande nel mondo della scienza ma anche dell’arte e
dell’etica: fra intrecci di esistenze talvolta straordinarie e scontri
di idee che hanno mutato la concezione stessa della realtà, questo libro
prospetta in modo inedito l’avventura della conoscenza. Fra i
protagonisti spiccano i matematici, che spesso trovano cose che non
stanno cercando semplicemente perché queste non esistono da sempre, ma
prendono forma nel percorso dell’intelligenza. I matematici ignorano i
confini sia nella politica sia nel sapere. Ma se i pedanti si arroccano
nel loro specialismo, Claudio Bartocci, matematico e filosofo, fa suo il
detto di Popper: “Siamo studiosi di problemi, e non di discipline”. La
matematica si permette il lusso di “inventare il mondo” e può costruire
il nuovo perché sa distruggere i vecchi pregiudizi. E quando un problema
sfida il senso comune, l’intuizione creativa rovescia il motto di
Sherlock Holmes: non bisogna più abbandonare l’impossibile per
l’improbabile, ma dimostrare proprio quello che non pare possibile a
coloro che si sentono “padroni del pensiero”. - See more at:
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Una serie di scorribande nel mondo della scienza ma anche dell’arte e
dell’etica: fra intrecci di esistenze talvolta straordinarie e scontri
di idee che hanno mutato la concezione stessa della realtà, questo libro
prospetta in modo inedito l’avventura della conoscenza. Fra i
protagonisti spiccano i matematici, che spesso trovano cose che non
stanno cercando semplicemente perché queste non esistono da sempre, ma
prendono forma nel percorso dell’intelligenza. I matematici ignorano i
confini sia nella politica sia nel sapere. Ma se i pedanti si arroccano
nel loro specialismo, Claudio Bartocci, matematico e filosofo, fa suo il
detto di Popper: “Siamo studiosi di problemi, e non di discipline”. La
matematica si permette il lusso di “inventare il mondo” e può costruire
il nuovo perché sa distruggere i vecchi pregiudizi. E quando un problema
sfida il senso comune, l’intuizione creativa rovescia il motto di
Sherlock Holmes: non bisogna più abbandonare l’impossibile per
l’improbabile, ma dimostrare proprio quello che non pare possibile a
coloro che si sentono “padroni del pensiero”.
Storia della scienza Un puzzle, non una linea retta
di Anna Li Vigni Il Sole Domenica 15.3.15
Se
si provasse a chiedere a un liceale che cosa è il «progresso
scientifico», probabilmente ne offrirebbe una visione idealistica, come
di una “retta” che attraversa per lungo l’intero corso della storia
umana dalle origini fino ai tempi nostri. Dal punto di vista etimologico
non fa una grinza: progredior, in latino, significa “avanzare”. Vale la
pena, però, fermarsi a riflettere, usando gli stessi strumenti critici
coi quali il concetto di “progresso” fu smontato da Walter Benjamin
nelle Tesi di filosofia della storia: l’avvicendarsi degli eventi che
hanno caratterizzato la scienza, così come il susseguirsi di quelli che
hanno determinato la storia, sono entrambi frutto di una serie – spesso
causale e non controllabile – di incalcolabili circostanze singolari, i
cui protagonisti sono gli uomini, le loro intelligenze, i loro
sentimenti, i condizionamenti in cui vivevano immersi. Si cominci col
dire agli studenti che, quando si parla di storia della scienza, l’idea
del puzzle è più adatta rispetto a quella della linea. Una riuscita
operazione di critica alla storia della scienza la leggiamo oggi nel
volume del matematico e collaboratore di questo supplemento Giulio
Bartocci. Nel suo Dimostrare l’impossibile, ci regala la narrazione di
numerosi “casi” – di alcune tra le principali scoperte storiche nel
campo della matematica, della fisica, di ogni ambito scientifico –
secondo una prospettiva che è al contempo elegantemente letteraria e
filosoficamente ineccepibile, una narrazione divulgativa nella quale il
gusto per l’aneddotica si fonde con la precisione descrittiva di
svariate evidenze.
Prendiamo a esempio la cosiddetta «rivoluzione
scientifica», un luogo comune di cui si scrive tanto nei libri di
scuola: il concetto, introdotto da Alexandre Koyré nel 1934, induce
l’idea di un “sisma” epistemologico che avrebbe fatto crollare
all’istante l’edificio della cosmologia tradizionale tolemaica agli
esordi della modernità. Ma ciò non rende giustizia alla complessità
dell’ampio ed eclettico tessuto culturale che ha contribuito alla
creazione di quella nuova sensibilità, pronta a inglobare, sebbene in
modo drammatico, le conseguenze teoriche delle osservazioni astronomiche
fatte da Galilei; si pensi alla realistica rappresentazione della luna
presente in un affresco del pittore amico di Galilei, il Cigoli, che di
sicuro osservò il cielo col cannocchiale dello scienziato. Leggendo la
biografia dell’americano George Starkey, che nel 1650 a Londra diviene
amico di Sir Robert Boyle, scopriremo che l’arte alchemica, tanto
denigrata dagli storici, non è poi così lontana dalla moderna chimica.
Ci arrampicheremo sulle barricate parigine durante i moti rivoluzionari
del 1830 con Evariste Galois. Ipotizzeremo che la teoria della
relatività di Einstein possa aver preso forma dalle sue letture
giovanili delle avventure di Lumen, supereroe letterario che infrange le
leggi del tempo viaggiando per il cosmo. Ci innamoreremo, con Paul
Valéry, della matematica, una forma di “poesia” costruita nella ricerca
del possibile in condizioni di impossibilità. Leggendo le vicissitudini
biografiche e teoriche di tanti studiosi, impareremo che la vera scienza
«si rivolge – deve rivolgersi – a tutti. Solo non venendo meno a questa
imprescindibile condizione il discorso scientifico – articolato in una
pluralità di voci, anche discordanti – può essere considerato un esempio
di ciò che Kant nel saggio Che cos’è l’Illuminismo? definisce fare
pubblico uso della propria ragione». L’iperspecialismo in cui versano le
scienze contemporanee – ciascuna ermeticamente chiusa nel suo bunker
epistemologico – è un male gravissimo di cui soffre la cultura odierna.
Il risultato è un sempre maggiore disinteresse da parte delle persone
nei confronti della scienza e una sempre minore vigilanza critica da
parte dell’opinione pubblica sulle decisioni politiche che implicano
l’utilizzo della scienza. Un male anacronistico, considerato che oggi la
rete permetterebbe una diffusione sconfinata e immediata dei risultati
scientifici, e non solo presso gli addetti ai lavori – nel 2009, ad
esempio, Tim Gower ha proposto un difficile quiz matematico
indistintamente a tutti i lettori del suo blog. Forse è un male ancora
guaribile.
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