domenica 22 marzo 2015
Pragmatismo e confusione in Checco Varoufakis
“Ci serve Marx, ma un po’ corretto” “Ma
i socialisti che volevano fare la rivoluzione sbagliarono tutto Non
cambiarono il mondo, migliorarono le loro condizioni personali”
di Janis Varoufakis La Stampa TuttoLibri 21.3.15
Forse perderà il braccio di ferro con Berlino. Ma sul piano mediatico
Varoufakis ha già vinto. Con la sua verve, il suo cranio smerigliato che
buca lo sguardo, i messaggi pugnaci ha colorato il grigio mondo dello
spread. In «Confessioni di un marxista irregolare» (di cui pubblichiamo
un brano) l’economista-ministro greco delinea un’autobiografia
intellettuale e militante. Che diventa un manifesto
politico-filosofico-esistenziale per l’europrogressismo radicale. La
posta in gioco - dice - è il futuro dell’Europa. Perché se l’attuale
capitalismo neoliberista, entrato in una «ripugnante» crisi, verrà
semplicemente «stabilizzato», si trasformerà in un bagno di sangue, sia
per i lavoratori, che per i banchieri. Con la stessa vis polemica che
usa per fiorettare con Schäuble, Varoufakis passa dall’«Invasione degli
ultracorpi» (film) alla definizione del debito, del plusvalore, del
risparmio. Fustiga Keynes, il thatcherismo, e torna a Marx. Ma in modo
«eretico». Ovvero smascherando il suo errore principe: l’eccessive
fiducia nelle formule matematiche per governare l’economia (da cui
conseguì la fiducia scientificamente sanguinaria dei comunisti di
cambiare il mondo con falce e martellate, senza peraltro mutar nulla).
Varoufakis recupera invece l’attualissima critica marxista alle
ingiustizie del capitalismo, che sperpera risorse, produce in serie
infelicità, schiavitù, crisi.... In termini di libertà, razionalità,
umanità, non di rivoluzione. Altrimenti la partita con il neoliberismo è
persa.
[b. v.]
Le élite europee si stanno comportando oggi come una sventurata
compagnia di leader incompetenti che non capisce nulla né della natura
della crisi cui sta presiedendo né delle sue implicazioni per il loro
stesso destino – per non parlare di quello del futuro della civiltà
europea. Spinti dai loro istinti atavici, i leader europei stanno
scegliendo di saccheggiare le ricchezze in diminuzione dei poveri e
degli sfruttati allo scopo di turare le voragini provocate dai loro
banchieri falliti, rifiutando di accettare l’impossibilità del
tentativo. Dopo aver creato un’unione monetaria che A) ha rimosso dalla
macroeconomia europea tutti i possibili strumenti in grado di attutire
gli shock e B) ha assicurato che, all’arrivo dello shock, questo sarebbe
diventato di enormi proporzioni, si stanno prodigando nel negare la
realtà, sperando, irrazionalmente, in qualche miracolo provocato dagli
dei dopo il sacrificio di un numero sufficiente di vite umane
sull’altare dell’austerità e della competizione.
Ogni volta che gli ufficiali giudiziari della troika visitano Atene,
Dublino, Lisbona, Madrid; a ogni pronunciamento della Banca Centrale
Europea o della Commissione Europea sulla prossima fase dell’austerity
che dovrà essere messa in pratica da Parigi o da Roma, tornano in mente
le parole di Bertolt Brecht: “la forza bruta è passata di moda. Perché
mandare sicari prezzolati quando gli ufficiali giudiziari possono fare
lo stesso lavoro?”. Il punto è: come resistergli? Sempre consapevole
della colpa collettiva della sinistra per il feudalesimo industriale cui
abbiamo condannato per decenni milioni di persone in nome di…politiche
progressiste, vorrei nonostante questo formulare un parallelo tra
l’Unione Sovietica e l’Unione Europea. Nonostante le loro grandi
differenze, esse hanno una cosa in comune: l’uniforme linea di partito
che scorre senza soluzione di continuità dal vertice (il Politburo o la
Commissione) alla base (ogni giovane ministro di ogni Stato membro, o
ogni commissario di infima importanza, che ripete a pappagallo le stesse
futilità). Sia l’apparato dell’Unione Sovietica che quello dell’Unione
Europea condividono una determinazione da setta religiosa ad accettare i
fatti solamente se concordi con le profezie e i loro testi sacri. Il
signor Olli Rehn, ad esempio, che è il membro della Commissione Europea
responsabile delle questioni economiche e finanziarie, recentemente ha
avuto l’audacia di accusare il Fondo Monetario Internazionale per aver
rivelato alcuni errori nel calcolo dei moltiplicatori fiscali
dell’Eurozona perché una tale rivelazione «minava la fiducia dei
cittadini europei nelle loro istituzioni». Neppure Leonid Breznev
avrebbe osato fare pubblicamente una tale dichiarazione!
Con le élite europee allo sbando, volte a negare la realtà con le teste
sotto la sabbia come gli struzzi, la sinistra deve ammettere che,
semplicemente, non siamo pronti a colmare il baratro che un capitalismo
europeo al collasso aprirà, con un sistema socialista funzionante,
capace di creare benessere condiviso per le masse. Il nostro obiettivo
deve quindi essere duplice: portare avanti un’analisi del corrente stato
delle cose che i non-marxisti, ossia gli europei sedotti in buona fede
dalle sirene del neoliberismo, possano trovare condivisibile.
E dar seguito a questa solida analisi con proposte per stabilizzare
l’Europa – per porre fine alla spirale recessiva che, alla fine,
rinforzerà solamente gli intolleranti e incuberà le uova dei serpenti.
Ironicamente, noi che aborriamo l’Eurozona abbiamo l’obbligo morale di
salvarla!
Questo è quello che abbiamo cercato di fare con la nostra «Modesta
proposta» [con Holland e Galbraith, ndr]. Indirizzandoci a platee
eterogenee che vanno dagli attivisti radicali ai gestori dei fondi
speculativi, l’idea è quella di creare alleanze strategiche persino con
persone di destra con le quali condividiamo un semplice interesse: un
interesse nel porre fine al circolo vizioso tra austerità e crisi, tra
stati in bancarotta e banche in bancarotta; un circolo vizioso che
danneggia tanto il capitalismo quanto ogni programma progressista in
grado di rimpiazzarlo. Questa è la ragione per cui difendo i miei
tentativi per arruolare alla causa della «Modesta proposta» gente come i
giornalisti di Bloomberg e del New York Times, membri conservatori del
Parlamento inglese, finanzieri che sono preoccupati dalla tragica
situazione dell’Europa.
Il lettore mi concederà di concludere con due confessioni finali. Mentre
sono felice di difendere come sinceramente radicale lo scopo del
programma per stabilizzare il sistema che propongo, non pretendo
comunque di esserne entusiasta. Questo è quel che dobbiamo fare, spinti
dalle circostanze odierne, ma mi dispiace dover dire che probabilmente
non farò in tempo a vedere adottato un programma più radicale. Infine,
una confessione di natura più strettamente personale: io so di correre
il rischio di alleviare, surrettiziamente, la tristezza dell’abbandonare
ogni speranza di sostituire il capitalismo nel corso della mia
esistenza indulgendo nel sentimento di essere diventato «gradevole» agli
occhi degli appartenenti ai circoli della «buona società». Il senso di
soddisfazione personale nell’essere onorato dai ricchi e dai potenti ha
iniziato, di tanto in tanto, a farsi strada in me. Ed è una sensazione
assolutamente brutta, non radicale, che sa quasi di corruzione.
Il mio nadir personale è arrivato in un aeroporto. Un gruppo danaroso mi
aveva invitato a tenere un discorso di apertura sulla crisi europea e
aveva sborsato la considerevole somma necessaria a comprarmi un
biglietto aereo in prima classe. Sulla strada del ritorno verso casa,
stanco e reduce già da diversi voli, mi stavo facendo strada attraverso
la lunga fila di passeggeri della classe economica per raggiungere il
mio gate d’imbarco. Improvvisamente realizzai, con notevole orrore,
quanto facile fosse per la mia mente venire infettata da questa
sensazione di essere “autorizzato” a sorpassare la massa. Capii quanto
facile fosse per me dimenticare quel che il mio pensiero di sinistra
aveva sempre saputo: che nulla riesce a riprodursi meglio di un falso
senso di potere. Costruendo alleanze con forze reazionarie, così come
penso dovremmo fare per stabilizzare l’Europa odierna, si corre il
rischio di venire cooptati, di gettare alle ortiche il nostro
radicalismo in cambio della piacevole sensazione di essere “arrivati”
nei corridoi del potere.
Confessioni radicali, come quella che ho appena tentato di fare, sono
forse l’unico antidoto programmatico agli scivoloni ideologici che
minacciano di trasformarci in ingranaggi del sistema. Se dobbiamo
stringere patti col diavolo (col Fondo Monetario Internazionale, con i
neoliberisti che, nonostante questo, sono contrari a quella che chiamano
la dittatura delle banche fallite, eccetera), dobbiamo evitare di
diventare come i socialisti che non riuscirono a cambiare il mondo ma
riuscirono a migliorare la loro situazione personale. Il trucco è
evitare il massimalismo rivoluzionario che, alla fine, aiuta i
neoliberisti a aggirare qualsiasi opposizione alla loro cattiveria
autodistruttiva ma allo stesso tempo mantenere la nostra visione del
capitalismo come intrinsecamente malvagio mentre cerchiamo di salvarlo,
per motivi strategici, da se stesso. Confessioni radicali possono essere
utili nel mantenere questo difficile equilibrio. Dopotutto, il marxismo
umanista è una lotta costante contro ciò che stiamo diventando.
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
Nessun commento:
Posta un commento