martedì 24 marzo 2015
Una festa e poi un buffet per la dolce morte della democrazia moderna: Bernard Manin a Urbino
Proprio per la loro flessibilità e longevità, le istituzioni rappresentative hanno potuto da subito adeguarsi alle mutazioni della società
BERNARD MANIN Repubblica 24 3 2015
OGGI le democrazie rappresentative devono affrontare rilevanti trasformazioni sociali, economiche e tecnologiche. Ci si può legittimamente chiedere se riusciranno a farvi fronte. La “globalizzazione” riduce la libertà d’azione dei governi nazionali. Internet e i social media aumentano la libertà degli individui di scegliere gli strumenti con cui informarsi e comunicare. Ma, in questo modo, i nuovi media contribuiscono a balcanizzare lo spazio del dibattito pubblico, costituendo una rete di gruppi isolati. Inoltre, in tutte le democrazie, si osserva una sfiducia crescente nei confronti degli esponenti politici. Le élite suscitano diffidenza, mentre viene valorizzata la figura del “cittadino comune”. Queste trasformazioni coinvolgono i presupposti di base della democrazia rappresentativa. Si potrebbe dubitare che questa forma di governo abbia la capacità di adattarsi al cambiamento. Ma le istituzioni rappresentative hanno mostrato fino ad ora una notevole resilienza: capacità di adattamento e di reazione. Con il superamento della “democrazia dei partiti” – l’erosione delle fedeltà partitiche e lo sviluppo della “democrazia del pubblico” – i principi del governo rappresentativo hanno resistito.
Il punto è capire perché le istituzioni rappresentative delle origini abbiano avuto una storia così lunga. Che il governo rappresentativo si sia adattato alle trasformazioni passate non significa che sarà in grado di adeguarsi alle evoluzioni attuali e a quelle prossime. Ma l’esperienza dimostra che questa forma di governo dispone di un grado di flessibilità e longevità in parte insospettata. Forse perché il meccanismo della rappresentanza risulta “in-completo”. Con questa formula intendo che esso non regola tutti gli ambiti di un sistema di governo, né offre, automaticamente, le risposte a tutte le domande sollevate dal suo stesso funzionamento. Il caso più sorprendente è l’estensione del diritto di voto. Stabilire che i governanti debbano essere regolarmente designati dai cittadini non chiarisce, con precisione, chi debba far parte del corpo dei cittadini e avere, quindi, diritto di voto.
C’è, però, un altro ambito dove si manifesta un analogo carattere di incompletezza. I sostenitori del regime rappresentativo hanno, fin dall’origine, previsto che la relazione di rappresentanza non si applicasse a tutte le autorità di governo. Come dimostra l’accettazione di un’autorità pubblica di governo di tipo monarchico, regolata dal principio ereditario. Lo stesso discorso vale per la Corte costituzionale: non eletta eppure dotata del potere di invalidare le leggi votate dalle assemblee rappresentative. I principi rappresentativi, dunque, non sono concepiti come norme sistematiche e vincolanti, da applicare a tutte le autorità pubbliche. Per questo hanno potuto lasciare spazio a istituzioni manifestamente non rappresentative. Le pratiche di democrazia diretta – referendum, leggi di iniziativa popolare – non sono in concorrenza con i governi rappresentativi.
Le pratiche della democrazia deliberativa sottolineano che dispositivi, certamente non rappresentativi, che riuniscono cittadini comuni non si propongono come alternative alla democrazia rappresentativa. Ma diventano suoi importanti complementi. Per questo, è possibile che le trasformazioni affrontate dalle democrazie rappresentative costituiscano delle minacce . Ma bisogna, comunque, osservare che questa forma di governo non manca di risorse per adattarsi.
D’altronde, le istituzioni rappresentative non seguono la logica della geometria politica. Ma procedono, piuttosto, seguendo una logica “prudenziale”. Che costituisce, insieme all’incompletezza, un’altra importante fonte della loro capacità di adattamento. E della loro lunga durata. ( Traduzione di Elisa Lello)
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LA LECTIO DOMANI A URBINO
Domani all’Università di Urbino Carlo Bo, alle 11, verrà conferita la Laurea ad Honorem a Bernard Manin, Directeur d’ètudes à l’EHESS - École des hautes études en sciences sociales di Parigi e professore alla New York University. Oggi, alle 16.15, si svolgerà il seminario Dopo la democrazia del pubblico. Quali democrazie? Oltre a Manin (di cui anticipiamo parte dell’intervento), parteciperanno: Ilvo Diamanti, Alfio Mastropaolo e Alessandro Pizzorno
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