lunedì 25 maggio 2015

Podemos? Il partito laclauiano di massa e alcune contraddizioni


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Non è corretto sul piano analitico, né intellettualmente onesto, criticare la curvatura postmoderna della democrazia, ovvero i processi di concentrazione del potere, di personalizzazione della leadership e di spettacolarizzazione del consenso quando vincono gli altri - Berlusconi, Renzi o grillo -, e dimenticarsi di tutto questo quando vincono i nostri amici. Sarebbe lo stesso errore che ci ha portati a idolatrare le primarie, pensando di aggirare la mancanza di insediamento sociale con il carisma presunto e l'organizzazione di comitati elettorali. Il problema della frantumazione delle classi subalterne rimane intatto assieme a quello della crisi delle loro forme di coscienza, sui tempi medi. I meccanismi di mobilitazione dell'opinione pubblica sono analoghi nel divergere da ogni costruzione dialettica di soggettività per sé.
Bisogna certo imparare a stare nella realtà esistente e dunque cavalcare le forme della politica post moderna. Ma sapendo che un maquillage non cambia la dimensione strategica piu profonda di questa realtà stessa, ovvero i rapporti di produzione e di forza. E che, nonostante Laclau, l'effimero consenso populista è cosa diversa dall'egemonia e si logora in fretta appena arriva il prossimo personaggio televisivo. Nessun trucco, e nessuna legittima ammirazione per i fatti spagnoli, sostituisce il necessario lavoro politico decennale. Tanto più che da noi, dove gli aspiranti podemos conservano un orizzonte strategico di centrosinistra, manca quel profilo di netta alternativita che è stato invece decisivo in Grecia come in Spagna. Più che imitare e fare castelli in aria, cerchiamo di sfruttare l'insperata scia tra qualche giorno. E cerchiamo di mantenere quell'equilibrio che viene dall'autonomia [SGA].


Nel quartiere degli “indignados” “Notte storica, cambieremo il Paese”
Tra gli attivisti in festa: prima le città, poi la Moncloadi Francesco Olivo  
La Stampa 25.5.15

Sono le otto, i seggi si sono appena chiusi, e lo slogan è già pronto: «È una notte storica». A quell’ora, in realtà, si sapeva ancora poco, ma a ogni scheda scrutinata il sogno di Podemos diventa un po’ più reale. Nel quartier generale della calle General Palanca non stanno nella pelle, cercano informazioni («Davvero abbiamo preso anche Madrid?») e sentenziando: «È arrivata la decenza». I numeri arrivano troppo debolmente, ma i dirigenti del movimento nato dalle proteste degli indignados parlano volentieri: «Il cambio politico si apre con le grandi città», dice con gli occhi che brillano Iñigo Errejon, esile (solo fisicamente) vice di Pablo Iglesias, che poi scappa un dibattito tv. Quando arrivano le immagini delle sedi dei grandi partiti qualcuno scoppia a ridere, Psoe e Pp non possono festeggiare e la scena di quelle strade è un po’ desolata: «Staranno venendo anche loro qui», ride una volontaria. Per strada si sentono i primi clacson. In Catalogna intanto già cantano: «Esa Esa, Ada alcaldesa», ovvero Colau sindaco: altro che indipendenza.
Un po’ fricchettoni, un po’ professionali i militanti preparano la festa davanti al Museo Reina Sofia, lì dentro c’è Guernica di Picasso, ma stavolta le macerie sono quelle del centrodestra, che qui ha perso quasi la metà dei voti. Pablo Iglesias, leader e icona di Podemos, non parla, ma sorride: «Ci vediamo dopo». Le tv lo aspettano: «Sono quattro ore che non esce dalla stanza, ma prima o poi dovrà andare in bagno, e il bagno sta qui», dice con perfidia una cronista della Sexta.
I dissidi interni
È stata una campagna più difficile del previsto per Podemos. Le sorti progressive del partito nato sulla «calle» si sono interrotte, almeno parzialmente, con una serie di intoppi. Se a gennaio Podemos era, secondo i sondaggi, il primo partito di Spagna, la corsa è stata frenata da divisioni interne e scandali. Per carità, niente di paragonabile alle inchieste che hanno colpito i popolari, ma l’immagine di Pablo Iglesias e i suoi ha perso un po’ di candore. La contraddizione è la solita: lotta o governo? Podemos ha optato per una linea più moderata, abbandonando due battaglie fondative: il reddito minimo per tutti e la cancellazione del debito della Spagna. Ma la scelta è stata traumatica, tanto che, in piena campagna elettorale, il numero tre Juan Carlos Monedero si è dimesso, accusando Pablo Iglesias e il vice Errejon di aver sostanzialmente fatto diventare Podemos un partito della Casta. Monedero non è uno qualunque, il politologo era stato al centro dello scandalo più imbarazzante: l’agenzia delle entrate, infatti, ha fatto filtrare una sua consulenza al governo venezuelano di Chavez, pagata cara: 425 mila euro. Un rapporto, quello con il regime bolivariano, che è stato al centro di tutte i dibattiti: si parlava di una palestra a Pamplona o di una pista ciclabile a Malaga e gli avversari rispondevano subito: «Volete il modello Chavez?». Monedero è riapparso all’improvviso venerdì durante il comizio finale sulle sponde del Manzanarre. È stata una sorpresa per tutti, stava parlando proprio il suo rivale Errejon, e il pubblico si è voltato verso di lui, scandendone il nome e invitandolo a salire sul palco. Vinta la ritrosia, Monedero aveva soltanto cantato una strofa di Modugno: «Volare ohh», come dire ai militanti: diamo l’assalto al cielo. Altro ostacolo nella corsa viola, è stato l’emergere improvviso di Ciudadanos, il movimento liberale che ha tolto a Podemos il monopolio del cambiamento.
L’ascesa di Ciudadanos
Altro dato interessante: le vittorie più serie di Podemos sono quelle che arrivano quando il partito non si presenta con il suo simbolo, ma all’interno di una coalizione: Madrid e Barcellona. Manuela Carmona e Ada Coloau non sono iscritte al movimento e questa indipendenza ha giovato.
Ma questa non è la notte dell’analisi e, prima delle chiacchiere, arriva molta cerveza: «Esa Esa Esa, viva l’alcaldesa». 



Podemos e Ciudadanos, i volti nuovi che vogliono cambiare la Spagna
Il 24 le regionali: gli emergenti mettono in crisi l’alternanza socialisti-popolari

di Francesco Olivo La Stampa 22.5.15
Il destino della Spagna domenica sera potrebbe essere nelle mani di due ragazzi. Nonostante la sangria di voti (niente vino, qui è il sangue a scorrere) prevista alle amministrative, popolari e socialisti, i due grandi partiti della Spagna post franchista, non scompariranno, ma per continuare a contare dovranno scendere a patti. Dall’altra parte del tavolo troveranno Albert Rivera e Pablo Iglesias, leader di Ciudadanos e Podemos, due cespugli diventati, in pochi mesi, alberi rigogliosi, capaci di fare ombra al sistema e di dare uno sbocco elettorale alla richiesta di cambiamento. Il primo compie l’opera nel campo moderato, togliendo voti principalmente a conservatori delusi, i secondi agiscono sull’onda dei movimenti degli indignados, unendo la sinistra radicale e le pulsioni antipolitiche figlie della crisi.

Niente maggioranza
I numeri sembrano, almeno quelli, essere chiari: il Partito Popolare, anche dovesse confermarsi prima forza del Paese, non avrà la maggioranza assoluta praticamente in nessuna regione, anche i Comuni principali potrebbero svanire (persino la roccaforte Valencia è in pericolo). Le larghe intese sono escluse, il Psoe ha messo la pregiudiziale su popolari e sinistra basca filo Eta, (Rajoy non ha preso bene il paragone). Così, la condizione per poter governare è scendere a patti con Ciudadanos, formazione catalana, che si è espansa molto repentinamente nel resto di Spagna, arrivando alle elezioni di domenica con l’ambizione di essere il terzo partito, in un derby con Podemos.
A poche ore dalla chiusura della campagna elettorale, oggi ultimi colpi, domani giornata di riflessione, nessuno vuole ammettere che lunedì la Spagna sarà un Paese alla ricerca di patti. Per mesi si è detto: «Ciudadanos sarà decisivo per il Pp», «saremo condannati a capirci», ha ammesso Esperanza Aguirre, contessa (in tutti i sensi) dei popolari. Poi, però, il vice di Rivera, Matias Alonso, ha spiazzato tutti dichiarando a «El País»: «Siamo più affini al Psoe», aprendo le porte a una grande coalizione contro la destra. Rivera ha corretto il tiro: «Non siamo più vicini a nessuno», ma il Pp si è spaventato e ai banchetti in giro per il Paese sono comparsi i titoli de «El País» con lo scenario di sinistra: «Ecco per chi votate se scegliete Ciudadanos».
Future alleanze
Podemos non si sbilancia sulle alleanze e spera di fare qualche colpaccio, ai Comuni di Madrid e Barcellona le due candidate d’area (il partito si presenta con nome e simbolo solo alle regionali) hanno ambizioni di vincere. Ma ai comizi la parola d’ordine è sempre «hechar a la derecha», cacciare la destra, sottinteso: con chi ci sta. Le future alleanze a destra hanno davanti più ostacoli che discese. Ciudadanos si troverà davanti a un dilemma: scendere a patti con il Pp, pregiudicando le elezioni generali di novembre o bloccare il Paese per non perdere la purezza. Un esempio della seconda ipotesi, anche se a parti invertite si sta già verificando in Andalusia, dove la socialista Susana Diaz, a due mesi dalla vittoria elettorale, senza maggioranza assoluta, non riesce a formare una giunta perché le opposizioni, Pp, Podemos, Ciudadanos e Izquierda Unida, le negano il via libera.
«Se si mettono d’accordo con il Pp sarà la prima e l’ultima volta che voterò Ciudadanos - ci dice Andoni, tassista di Valencia venuto a seguire una manifestazione arancione - che cambio sarebbe?». I toni della campagna lasciano intravedere pochi margini di vicinanza tra Rajoy e Rivera, Ciudadanos, infatti, incentra il discorso sulla lotta alla corruzione, argomento tirato fuori per creare imbarazzo nei popolari al potere, per i tanti scandali recenti e non.
Altri bastoni tra le ruote del dialogo a destra sono alcune uscite di Rivera. L’ultima è generazionale: «La politica la devono fare quelli nati in democrazia», ovvero dopo il 1978, l’anno della costituzione, una posizione criticata da tutti, Podemos incluso: «Albert non hai capito il problema», dice Pablo Iglesias, nato proprio nel 1978. Domenica, c’è da scommettere, i due giovanotti faranno pesare tutto, pure l’età.

Spagna, un voto che cambierà 40 anni
Regionali e amministrative. Le elezioni si avviano a smantellare la tradizionale alternanza tra Popolari e Socialisti
di Luca Veronese Il Sole 24.5.15
Le elezioni amministrative di oggi in Spagna possono smantellare il sistema bipartitico nel quale popolari e socialisti si sono alternati per quasi quarant’anni alla guida del Paese. E la rottura con la regola dei due partiti può aprire una fase di incertezza, nella quale l’urgenza di trovare maggioranze e coalizioni obbligherà a difficili compromessi tra forze politiche molto lontane tra loro, nelle Regioni e nei Comuni. Fino a coinvolgere il governo nazionale, guardando al voto politico che si terrà in autunno. Siamo vicini alla svolta: popolari e socialisti hanno già perso ogni certezza incalzati da Podemos e Ciudadanos, due movimenti diversi in tutto che tuttavia, da sinistra e da destra, conquistano consenso cavalcando la protesta dei cittadini spagnoli contro la casta, la corruzione e i partiti tradizionali.
La lunga campagna elettorale iniziata in marzo con il voto in Andalusia, continua dunque - con le urne aperte in 13 delle 17 autonomie regionali e in oltre 8mila comuni - per proseguire in Catalogna in settembre, e poi chiudersi in autunno con le elezioni che rinnoveranno il Parlamento nazionale e sceglieranno il nuovo governo del Paese. Quella delle amministrative è dunque una prova generale per capire dove sta andando la Spagna ma è anche un passaggio significativo in sé: le autonomie regionali controllano infatti oltre un terzo della spesa pubblica spagnola e hanno la totale responsabilità di servizi come scuola e ospedali pur dipendendo dai trasferimenti del centro.
I sondaggi mostrano che i quattro principali schieramenti sono molto vicini in termini di intenzioni di voto: l’ultima rilevazione di Metroscopia vede Podemos, in calo ma sempre primo, al 22,1%, seguito dal Partito socialista al 21,9%, dal Partito popolare al 20,8% e da Ciudadanos al 19,4 per cento. Le analisi più approfondite sul territorio dicono che in 12 regioni e nella grande maggioranza dei comuni le urne non definiranno una maggioranza chiara e nessuno potrà dire di avere vinto. La capitale Madrid potrebbe restare ai popolari, costretti però a una coalizione, oggi impossibile, con Ciudadanos. Barcellona potrebbe passare nelle mani di una coalizione guidata da Podemos.
Il premier Mariano Rajoy spera in un “effetto Cameron”, un successo inaspettato favorito dalla ripresa economica. «La priorità per tutti durante questa legislatura e in quella che verrà è la crescita economica e la creazione di posti di lavoro. L’unico rischio - ha spiegato il premier - è il ritorno alle politiche ormai fuori tempo dei socialisti che hanno portato la Spagna alla bancarotta». Da gennaio ad aprile l’economia è cresciuta dello 0,9% rispetto alla fine 2014, ritmo più veloce degli ultimi sette anni, confermando di poter raggiungere nell’intero 2014 un aumento del Pil del 2,9%, obiettivo fissato dal governo. Il peggio sembra superato, ma nonostante la ripresa si vada rafforzando trimestre dopo trimestre, il tasso di disoccupazione è ancora vicino al 24%, quella giovanile vicina al 50% e la disoccupazione di lungo periodo vicina al 15%. Ed è ancora tutta da risolvere l’emergenza sociale data da 5,4 milioni di cittadini senza un posto di lavoro su una popolazione di 47 milioni di abitanti. Il leader socialista, Pedro Sanchez, ha attaccato i conservatori proprio sulle politiche di austerity, sulla diseguaglianza aumentata durante la crisi. E ha chiamato con insistenza gli elettori di sinistra a votare compatti, senza entrare in conflitto con Podemos: «Votare per il Partito socialista - ha detto - vuol dire battere la destra».
Per i due outsider, Podemos e Ciudadanos, popolari e socialisti sono il primo nemico da sconfiggere ed è difficile immaginare come si potranno raggiungere accordi di governo dopo una campagna tanto tesa. «Saranno le elezioni più importanti degli ultimi 30 anni», dice Albert Rivera, carismatico giovane leader di Ciudadanos, il movimento dei Cittadini di ispirazione liberale nato in Catalogna in opposizione alle spinte separatiste della regione: il suo programma di centro che si basa sulla riduzione della pressione fiscale potrebbe conquistare una larga fetta dell’elettorato moderato stanco del Partito popolare. «Per la prima volta dopo decenni, gli elettori avranno davvero la possibilità di cambiare, non solo le amministrazioni - ha detto Rivera - ma anche la nostra stessa democrazia». Pablo Iglesias, il leader di Podemos, il movimento anti-sistema nato dalla protesta di pizza degli indignados, ha attaccato senza sosta «la vecchia classe dirigente», «la corruzione diffusa», «gli intrecci di poteri economici e politici». «La rivoluzione è già iniziata: tic-tac, tic-tac, è iniziato il conto alla rovescia, presto conquisteremo il governo», ha ripetuto Iglesias, che pure deve affrontare alcuni contrasti interni al movimento e che non viene aiutato dalle vicende dei cugini greci di Syriza.
Per la Spagna il rischio è che con queste elezioni si apra una fase di difficile governabilità. Come è accaduto in Andalusia, dove la socialista Susana Diaz non riesce a ottenere il via libera a una giunta di minoranza in un Parlamento frammentato. A poche ore dal voto gli indecisi sarebbero almeno il 30%. Anche quando era sull’orlo del default, la Spagna ha sempre potuto contare sulla stabilità del governo popolare di Mariano Rajoy. Con il voto di domani la situazione può cambiare del tutto. «Non credo che la Spagna diventerà d’un tratto ingovernabile - dice José Ignacio Torreblanca, dello European Council on Foreign Relations - ma le cose si stanno ingarbugliando e la scena politica è sempre più imprevedibile».

Così può saltare la politica della Spagna
di Emanuele Treglia La Stampa 24.5.15
Oggi, in Spagna, si voterà in numerosi comuni e comunità autonome.
Da molti anni ormai delle elezioni non suscitavano tante aspettative ed erano seguite con tanto interesse.
I risultati, del resto, non solo avranno notevole rilevanza a scala nazionale, in vista delle generali che si terranno a novembre: potrebbero anche avere una portata «storica».
Potrebbero infatti sancire, facendo seguito alle elezioni andaluse celebrate lo scorso marzo, la definitiva rottura del sistema sostanzialmente bipartitico vigente dalla seconda metà degli Anni Settanta, basato sull’alternativa tra il Partido Socialista Obrero Español (Psoe) e il Partito Popular (Pp). Per la prima volta, in diverse località - tra cui Madrid -, queste due formazioni «tradizionali» vedono seriamente messa in discussione la loro egemonia dall’ascesa di due soggetti «nuovi»: Podemos e Ciudadanos.
Il primo, guidato dal giovane politologo Pablo Iglesias, si presenta come la trasposizione istituzionale dei movimenti sociali che si sono sviluppati a partire dal 15 maggio 2011 e del loro spirito di «indignazione». Sebbene secondo i sondaggi continui ad essere in testa nelle intenzioni di voto a livello nazionale – 22,1% -, negli ultimi mesi la sua popolarità ha sperimentato un leggero calo. Ciò è stato dovuto, in parte, ad alcuni problemi interni al partito, come ad esempio la fuoriuscita di Juan Carlos Monedero, uno dei suoi cofondatori e fautore di una linea più radicale, in polemica con la progressiva moderazione del discorso pubblico promossa da Iglesias con la speranza di captare anche una porzione dell’elettorato centrista; in parte, invece, è stato dovuto alla speculare e rapida crescita di Ciudadanos. Quest’ultimo, infatti, da gennaio ad aprile è passato da meno del 10% al 19,4% delle intenzioni di voto. Si tratta di un partito che, così come Podemos, è portatore di un progetto di «rigenerazione» della politica spagnola, da realizzarsi attraverso la lotta alla corruzione e la «discesa in campo» di personalità della società civile: di orientamento liberale, sta cercando così di pescare nei bacini elettorali sia dei delusi del Pp, sia di coloro che, pur auspicando un cambiamento, ritengono Podemos un’opzione troppo estrema. In tale contesto, le due forze tradizionali, che secondo i sondaggi si attestano attorno al 21%, si trovano nel mezzo di una sorta di Tangentopoli spagnola che vede coinvolti molti loro dirigenti e che, sommandosi all’incapacità che hanno dimostrato nel far fronte alla crisi economica, sta erodendo sempre più a fondo la loro legittimità.
Gli occhi domenica saranno puntati soprattutto su Madrid. La capitale è da oltre vent’anni un feudo del Pp, che presenta come candidata la veterana Esperanza Aguirre, ex presidentessa della relativa comunità autonoma ed ex ministra dell’Educazione. Il suo messaggio, soprattutto nelle ultime settimane, fa appello alla paura: paventa che, in caso di una vittoria di Podemos, potrebbe essere l’ultima volta che si voti liberamente in Spagna. Le sue proposte hanno un chiaro orientamento conservatore: basti pensare alla sua intenzione di limitare il diritto di manifestazione, motivata dal fatto che i turisti potrebbero essere «spaventati» da eventuali proteste. Nella capitale Podemos si presenta all’interno di una lista civica, Ahora Madrid, composta da diverse organizzazioni di sinistra. La sua candidata è Manuela Carmena, ex militante antifranchista e giudice emerita del Tribunale Supremo. Tanto la sua candidatura come il programma di Ahora Madrid sono stati il frutto di un ampio processo di partecipazione che ha coinvolto migliaia di persone in assemblee, discussioni sul web e incontri di vario tipo. Tra le sue proposte più innovative, c’è quella che prevede l’introduzione dello strumento referendario a livello cittadino e/o di quartiere, in modo da innescare una dinamica di compenetrazione tra la sfera dei rappresentanti e quella dei rappresentati. Il Pp e Ahora Madrid, secondo le ultime inchieste pubblicate lunedì, sono in una situazione di potenziale pareggio, seguiti dal Psoe e Ciudadanos.
Le elezioni di domenica, data la frammentazione del voto, in numerose località metteranno i partiti vincitori davanti all’obbligo di venire a patti con altri per potersi assicurare una maggioranza sufficiente per governare. È uno scenario a cui le forze politiche spagnole non sono molto abituate, dato appunto il bipartitismo che ha retto fino ad oggi: lo si può notare in Andalusia, dove il Psoe non è ancora riuscito a mettere in piedi un governo autonomico a causa dei veti incrociati posti dagli altri partiti. Le alleanze possibili sono varie, e dipenderanno ovviamente dai rapporti di forza determinati dai risultati. Ciudadanos si configura a questo proposito come un «jolly», dato che è l’unica forza che potenzialmente potrebbe allearsi sia con il Pp che con il Psoe e con Podemos. Se consideriamo inoltre che le inchieste danno un’elevata percentuale di indecisi, gli esiti della tornata elettorale di domenica appaiono quanto mai incerti. Concludendo, occorre ribadire l’importanza del voto di domenica in vista di quello di novembre: per Podemos e Ciudadanos, infatti, potrebbe trattarsi di un trampolino o di una battuta d’arresto che preluderebbe al loro «sgonfiamento»; per il Psoe e il Pp, invece, potrebbe trattarsi della riaffermazione del loro primato o dell’inizio del loro definitivo declino.

Spettro Podemos a Barcellona
“Inadeguati per il governo” Colloquio con Joana Ortega, 55 anni, dal 2010 è vicepresidente del governo catalano La vice di Mas: “Il loro programma è insostenibile”
di Enrico Caporale La Stampa 24.5.15
«Podemos? Mi ricorda il movimento di Beppe Grillo. Grande entusiasmo iniziale, ottime intenzioni, ma poca sostanza. Il loro programma è economicamente impossibile». A parlare è Joana Ortega, vicepresidente del governo catalano. Classe 1959, in tasca la tessera di Convergència i Unió, coalizione di partiti che dal 2010 guida la Catalogna, da quando occupa gli uffici della Generalitat appoggia il presidente Artur Mas nella battaglia a favore del referendum per l’indipendenza. «Ma - dice - se dalle amministrative di domani risulterà che le forze indipendentiste hanno perso peso, il progetto andrà rimesso in discussione».
Significa che dovrete rinunciarci?
«Fin dall’inizio abbiamo detto che il progetto ha bisogno di un forte consenso, altrimenti si rischia di spaccare la società. La strada per l’indipendenza è difficile ed è necessario marcare il ritmo, questo può avvenire solo con una maggioranza solida».
Ma Podemos e Ciudadanos continuano a guadagnare consensi. Potrebbero far saltare tutto?
«Nonostante le origini catalane, Ciudadanos a Barcellona non ha troppo seguito. Per quanto riguarda Podemos, che qui si chiama Barcelona en Comú, il discorso è diverso. Il partito, rappresentato da Ada Colau, ex attrice convertita all’attivismo politico, mette insieme movimenti cittadini che prima non avevano rappresentanza. Si tratta di formazioni che derivano in gran parte dalla protesta del 15M. Hanno molta visibilità all’opposizione di Xavier Trias (il sindaco uscente di Convergència i Unió, ndr), ma mancano di stabilità per poter realizzare le proposte che mettono sul tavolo».
Tuttavia i sondaggi dicono che un’alleanza con loro sarà inevitabile...
«L’unica cosa certa è che quello di domani sarà un voto frammentato, quindi le alleanze saranno necessarie. L’importante è che non avvenga come in Andalusia, dove tutti sembrano essersi messi d’accordo affinché non ci sia un governo. Per noi la cosa fondamentale è che la dispersione di voti non impedisca la governabilità».
Invidiosa per la Scozia che ha votato il referendum?
«Inevitabile. Provo grande ammirazione per la Scozia, e anche per Cameron. Il loro è stato il modo giusto di agire».
Che cosa è andato storto in Catalogna?
«Il problema è che una questione politica ha trovato una soluzione giuridica. È impensabile che nel XXI secolo si finisca davanti a un giudice per aver difeso la democrazia. In Gran Bretagna sono stati capaci di confrontarsi, e alla fine tutti hanno guadagnato qualcosa. Cameron ha riconquistato Downing Street, e gli indipendentisti di Scozia hanno fatto il pieno di voti».
La Spagna dovrà dire addio al bipartitismo?
«Con il boom di Ciudadanos e Podemos l’epoca delle maggioranze assolute in Spagna è finita. Ma la Catalogna fa discorso a sé. Qui c’è sempre stata una forte disgregazione di forze politiche».

Spagna: prova generale per gli «anti-casta»
Oggi si vota in 10 regioni e 8 mila municipi. Podemos e Ciudadanos sfidano il bipartitismo storico Ma i sondaggi confermano i popolari al primo posto, mentre il Psoe dovrà lottare per il secondo
di Andrea Nicastro Corriere 24.5.15
«Sarà la fine del bipartitismo». «La balcanizzazione della Spagna». Ma anche «il sigillo sulla frattura generazionale: vecchi garantiti e benestanti contro giovani precari e poveri». L’indecisione sul voto amministrativo spagnolo di oggi attanaglierà un terzo degli elettori fin dentro il seggio. Poi, stasera, parleranno i numeri. Intanto però c’è un precedente, di appena due mesi fa, che fa suonare un allarme in tutta Eurolandia: le elezioni in Andalusia, la più grande delle regioni spagnole. Lì successe ciò che, secondo i sondaggi, potrebbe accadere oggi: calo dei partiti tradizionali, crescita degli anti-casta e degli anti-sistema, conseguente stallo amministrativo. In Andalusia i socialisti confermarono d’un soffio il loro tradizionale primo posto, ma, dopo 62 giorni, non riescono ancora a governare. I nuovi partiti che potrebbero formare con loro una «junta» hanno paura di sporcarsi le mani. Prima di esporsi a una prova di governo hanno preferito aspettare il voto di oggi in altre 10 Comunidad (Regioni) e negli 8mila municipi spagnoli. Il giochetto del rinvio potrebbe ripetersi domani. La politica spagnola rischia così sei mesi di ibernazione fino alle elezioni generali di novembre, quando in palio ci sarà il governo del Paese. Nel frattempo chi garantirà i conti pubblici?
Ricordate il dibattito italiano su governabilità e legge elettorale? Era il gennaio 2014 e in Italia qualsiasi leader, da Renzi a Berlusconi a Grillo, lodava il sistema spagnolo che grazie ad un maggioritario mascherato assicurava stabilità e democrazia alternando al potere i due grandi partiti del post dittatura, il Popular (Pp) e il Socialista (Psoe). Ora quelle stesse regole possono italianizzare Madrid.
In un anno e mezzo non sono cambiate le leggi, ma il corpo elettorale. Colpa della Grande Crisi. I due protagonisti di sempre non piacciono più abbastanza: corruzione e stangate fiscali ne hanno compromesso il fascino. Sul mercato politico sono comparse due formazioni giovani, con leader telegenici, brillanti. Prima è sbocciato Podemos, il partito figlio degli Indignados, apparentato con l’estrema sinistra greca di Syriza, impegnato nella lotta alla «casta» tanto politica quanto, ed è il punto più qualificante, finanziaria. Podemos ha raggiunto ad inizio 2015 il 30% delle intenzioni di voto: si fossero aperte le urne in quelle settimane sarebbe stato il primo partito del Paese e il suo segretario Pablo Iglesias premier. In pochi mesi, però, è cresciuta la concorrenza di Ciudadanos: stessa ferocia anti-corruzione, stessa verginità di fronte ai sacrifici dell’austerity, ma un messaggio meno rivoluzionario in economia. La proposta dei «Cittadini» guidati da Albert Rivera è di «rigenerare» invece che «cambiare».
Il moltiplicarsi delle alternative favorisce comunque i due partiti storici. I pronostici vedono il Partido Popular del premier Mariano Rajoy confermare il primo posto, ma perdere molti consensi. I socialisti contenderanno la seconda posizione a Podemos, Ciudadanos chiuderà il gruppo. Per intendere la portata dello tsunami che si profila serve ricordare che nel 2008 la somma di Pp e di Psoe era l’84%, nel 2011 era il 73%, mentre nel 2015 rischia di scendere sotto il 50%. Se anche i candidati popolari alle poltrone di sindaco o di presidente regionale risulteranno i più votati, per governare davvero saranno costretti a formare coalizioni e, come in Andalusia, non sarà facile.

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