mercoledì 20 maggio 2015

Radio Alice, "vulgata sinistronza" e stronzetti eternamente manifesti

La sinistra movimentista non è strutturalmente in grado di capire le proprie gravissime responsabilità nella rivoluzione passiva. Uno che si lamenta della "vul­gata sini­stronza che vede nella nascita della libera emit­tenza l’inizio – della pro­pria fine – dell’egemonia cul­tu­rale di cra­xi­smo e ber­lu­sco­ni­smo" è uno che non può capire nulla di ciò che è accaduto. Eppure bastava leggere Umberto Eco già 30 anni fa [SGA].


Felice Liperi: Il Sogno di Alice. Creatività e suoni 1976-77, ecommons 


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Risvolto

Tutto ha inizio, qui da noi, nel 1976, quando una sentenza della Corte Costituzionale mette fine al monopolio istituzionale sull'emittenza radiofonica. In una stagione segnata da un diffuso impegno politico e da una vivace creatività culturale, un gran numero di collettivi politici, aggregazioni sociali, gruppi di produzione musicale e culturale, si impossessano dell'etere, si autorganizzano, impongono nuovi gusti e nuovi linguaggi, diffondono nuove sonorità, partecipano da vicino alla vita e alle lotte dei movimenti di quegli anni. È la rivoluzione delle Radio libere che attraversa da nord a sud l'intero paese. Con un radicamento territoriale e una costante e decisiva partecipazione degli ascoltatori, impensabile ai tempi del monopolio Rai. Questo libro si propone di ricostruire, anche servendosi di rari materiali documentari e grafici, le esperienze comunicative più rilevanti che presero vita nel biennio 1976/1977. Concentrandosi più sugli aspetti di innovazione linguistica e musicale che non su quelli direttamente politici, con i quali i primi restano comunque strettamente intrecciati. 

La felice stagione di Radio Alice 
Duka il manifesto 20 5 2015
Mi è venuto spon­ta­neo ini­ziare la recen­sione de Il Sogno di Alice. Crea­ti­vità e suoni 1976–77 (ecom­mons, pp. 124, euro 16) di Felice Liperi sulle note di White Rabit dei Jef­fer­son Air­plane, brano di aper­tura della prima tra­smis­sione di Radio Alice. Il sag­gio in que­stione riper­corre la nascita delle radio libere nel Bel­paese – che diede il la alla più grande rivo­lu­zione lin­gui­stica avve­nuta nell’Italia del novecento. 
La crea­ti­vità rivo­lu­zio­na­ria del pro­le­ta­riato gio­va­nile cavalcò l’onda sca­tu­rita dalla sen­tenza della Corte Costi­tu­zio­nale del 28 luglio 1976 — che toglieva il mono­po­lio alla Rai con­sen­tendo la libertà di tra­smis­sione anche ai pri­vati – inva­dendo l’etere in un assalto al cielo con­sa­pe­vole che non c’è futuro.
Il sag­gio apre con la descri­zione dell’arretratezza dei lin­guaggi e delle pro­po­ste – soprat­tutto in ambito musi­cale – della radio e della tele­vi­sione di stato in Ita­lia: paese – tal­mente bac­chet­tone — che prima di que­sto decreto era stata capace di cen­su­rare, non solo i gio­vani can­tau­tori – De Andrè e Guc­cini — che rivo­lu­zio­na­rono la can­zone ita­liana, ma anche can­tanti nazio­nal­po­po­lari come Modugno. 
L’autore prende giu­sta­mente le distanze dalla vul­gata sini­stronza che vede nella nascita della libera emit­tenza l’inizio – della pro­pria fine – dell’egemonia cul­tu­rale di cra­xi­smo e ber­lu­sco­ni­smo. Liperi rico­no­sce la rivo­lu­zione che moder­nizzò il paese inne­scata dal movi­mento del ’77, una potenza che accu­mu­lava forza gra­zie a un uti­lizzo altro del tele­fono, che per­met­teva un feed­back tra spea­ker e ascol­ta­tori e si avva­leva del micro­fono aperto. Per la prima volta gli ascol­ta­tori non sot­to­sta­vano al mes­sag­gio: erano il medium. Le forme di vita – attra­verso com­por­ta­menti sociali auto­nomi e dif­fusi – occu­pa­rono la modu­la­zione di fre­quenza strap­pando allo stato il mono­po­lio della comu­ni­ca­zione, riap­pro­prian­dosi della diretta fino a quel momento appan­nag­gio delle sole messe nata­li­zie e par­tite di calcio. 
Allora, una gene­ra­zione di non garan­titi — che diede vita a un inde­ci­fra­bile movi­mento — rivo­lu­zionò i lin­guaggi attra­verso la musica, la gra­fica, il fumetto libe­rando – per una breve sta­gione — l’infosfera (il futuro cyberspace). 
Il Sogno di Alice è senza dub­bio un buon libro che con­si­glio alle nuove gene­ra­zioni per capire le ori­gini di con­sumi cul­tu­rali, stili e pra­ti­che anta­go­ni­ste che carat­te­riz­zano i movi­menti di oggi. Non sono d’accordo con la visione dico­to­mica di Liperi – a mio avviso sci­vola nella solita buca — di un set­tan­ta­sette diviso in crea­tivo vs vio­lento. Quel movi­mento aveva – come l’idra — un unico corpo e molte teste. 
I versi di Man­fredi, Skian­tos e Gaz Nevada rac­con­tano, con iro­nia, la vio­lenza delle strade di quei giorni. Lo stesso fece il fumetto. Basti ricor­dare una delle prime sto­rie di Ran­xe­rox — dise­gnato da Tam­bu­rini – con gli spari del pro­ta­go­ni­sta sulla vec­chietta – con in tasca «L’unità» – che ha ven­duto agli sbirri il padre – e suo costrut­tore – lati­tante. Dis­sento dall’autore quando defi­ni­sce le ambien­ta­zioni metro­po­li­tane – pul­lu­lanti di dro­gati, tep­pi­sti e pro­sti­tute — del coatto sin­te­tico come anti­ci­pa­trici degli sce­nari di Gomorra. I lavori di Tam­bu­rini e Libe­ra­tore sono radi­cali, nello stile e nel pen­siero. L’opera di Saviano no. In ultimo, non mi sarei aspet­tato che un cri­tico musi­cale vedesse nella Banda Osi­ris – di dan­di­niana memo­ria — la con­ti­nua­zione dei mitici Skian­tos. Con­cludo con le parole di Radio Alice durante l’insurrezione di marzo: «Tutti abbiamo fatto le molo­tov. Tutti abbiamo lan­ciato le molotov».

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